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Editoriale

Il paese normale che ci aspetta

Renzismo. La pulsione suicida delle minoranze del Pd. Le responsabilità della sinistra radicale. Prenderne atto per ripartire daccapo

Matteo Renzi

La sensazione è di non potere dire nulla che restituisca l’enormità di quanto sta avvenendo. Mentre la gente comune – disinformata e gravata dalle cure quotidiane – crede di vivere giorni qualsiasi, si sta davvero facendo la storia d’Italia. Cambiano lo Stato, la Costituzione materiale (quella formale muore assassinata), il sistema politico. E viene spezzato il fragile nesso democratico tra governati e governanti. Noi, questo giornale, rimaniamo tra gli ultimi a lanciare l’allarme. Con l’impressione di una vanità disperante e la tentazione di desistere. Invece bisogna resistere, parlare, fosse anche in un deserto.

Proviamo a descrivere il più verosimile degli scenari. L’Italicum (che la zelante subalternità di qualcuno ha prontamente ribattezzato sovieticum) diverrà presto legge. Nel 2016 Renzi e la «grande stampa» daranno in pasto all’opinione pubblica un pretesto per andare al voto col nuovo porcellum potenziato. Il partito personale del premier andrà al ballottaggio e vincerà. Eletto da una minoranza di illusi e di complici, Renzi comanderà per un’intera legislatura, padrone incontrastato di un parlamento ridotto a un guscio vuoto. E riscriverà la Costituzione, anche per evitare che la Consulta cancelli una legge elettorale eversiva dell’ordinamento repubblicano.

Quali altre leggi nel prossimo quinquennio monarchico saranno varate in campo economico e sociale è facile immaginare, considerando la logica padronale del jobs act e la tendenza prevalente in quest’Europa. Al termine di una devastante fase costituente l’Italia sarà davvero il «paese normale». Tutto e tutti saranno sul mercato, disponibili a chi potrà comprare. La sfera pubblica, evaporata, cesserà finalmente di interferire con la sacra libertà dei privati. E la si smetterà una volta per sempre con l’assurda pretesa di violare la legge naturale e divina della trasmissione ereditaria dei patrimoni e delle posizioni sociali.

Questa è soltanto un’ipotesi. Ma è la più verosimile e conviene chiedersi come siamo arrivati a questo punto e come potremmo limitare il danno.

Gli storici di domani ricostruiranno agevolmente un incubo lineare. Un giovane spregiudicato uomo politico s’impadronisce prima del partito di maggioranza relativa, poi del governo. Nel giro di un anno e mezzo, protetto da un presidente di stretta osservanza atlantica, estorce a un parlamento delegittimato alcune leggi speciali, dette «riforme», che, da una parte, gli valgono l’appoggio incondizionato delle élites finanziarie, imprenditoriali e burocratiche; dall’altra, gli consegnano pieni poteri. In tutto questo, l’opinione pubblica è intossicata da una propaganda asfissiante che, dopo aver costruito il mito del nuovo uomo provvidenziale, ne avalla sistematicamente bufale e manovre populistiche.

A questo punto gli storici non potranno esimersi dal chiarire come questa brillante operazione sia riuscita a un giovanotto senza particolari doti, che dapprincipio era soltanto uno smanioso spaccone. E porranno in evidenza le responsabilità di quanti nel suo partito avrebbero dovuto sbarrargli per tempo la strada. E invece, risparmiandosi la «fatica inutile» di opporsi (Bindi), lo hanno sottovalutato, promosso e assecondato, fino alla distruzione della Costituzione nata dalla Resistenza. Parleranno, chissà, di inettitudine e di stupidità. Di opportunismo, di corruzione o di ipocrisia. E ricorderanno come tanti pur navigati politicanti si siano fatti allegramente «asfaltare» o semplicemente sedurre dal più classico dei piatti di lenticchie, la promessa di essere rieletti o tutt’al più piazzati in qualche lucrosa sinecura.

Ma di questo sconcio non vale più la pena di parlare e del resto è, come sempre, una questione di punti di vista. Da quello opposto al nostro la sedicente sinistra del Pd ha compiuto, in pochi mesi, un’impresa che ha del portentoso. Mossa da una incoercibile pulsione suicidaria (o forse ispirata soltanto dal cinismo), ha estirpato ogni scoria critica dal partito sorto dalle ceneri del Pci-Pds-Ds. Così coronando l’espianto radicale della sinistra dal quadro della rappresentanza politica: un processo già prossimo al traguardo anche grazie alla sciagurata gestione, dal 1998 a questa parte, di un non trascurabile patrimonio di consensi da parte dei gruppi dirigenti di Rifondazione e dei Comunisti Italiani.

Così veniamo infine al punto più complicato del discorso. Possiamo fare ancora qualcosa per limitare il danno e tentare magari di innescare un’inversione di tendenza? La premessa è la considerazione da cui siamo partiti. È decisivo realizzare che, dopo Berlusconi, Renzi e una crisi sociale di inedita portata, il paese è cambiato in profondità, e non certo in meglio. L’ultimo decennio ha segnato una cesura di portata storica, che rende non soltanto indispensabile (lo è dai tempi dell’Unione a trazione prodiana) ma anche inevitabile ripartire da capo, riflettendo seriamente sulle sconfitte subite (e in buona parte meritate) e cercando di mettere a frutto le lezioni impartite dalla dura realtà. Con un unico obiettivo: dotare anche il nostro paese di una soggettività politica (e sindacale) in grado di dare consapevolezza e rappresentanza, anche sul piano europeo, al lavoro (e al non-lavoro) e ai settori marginalizzati della società.

«Ripartire da capo» significa due cose, le uniche che ha senso dire quando il cammino è ancora da intraprendere. Azzerare tutte le posizioni acquisite, evitando che il vissuto operi come fattore di divisione. E lavorare sul terreno dell’elaborazione culturale, antidoto necessario contro l’eteronomia e la degenerazione trasformistica. Per miopia o insipienza o presunzione, questo terreno è stato disertato da chi ha diretto le organizzazioni della sinistra dopo la Bolognina, e non è questa la meno pesante delle responsabilità. Oggi il primo dovere è fare tesoro dei tanti gravi errori commessi.