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Editoriale

Il paese che amo

Mille giorni. L'elogio del renzismo pronunciato da Renzi medesimo in parlamento è la retorica distillata dei luoghi comuni della destra. Ma la rendita elettorale del segretario del Pd potrebbe anche finire e la realtà infine bucare la retorica. Certo, le elezioni anticipate potrebbe anche vincerle, finché l'opposizione è rappresentata da Brunetta e l'informazione continua ad accanirsi sulla verità

Matteo Renzi e il programma dei mille giorni

Non sempre la retorica è l’arte dell’occultamento della verità, né l’abilità oratoria è sempre lo strumento di chi è a corto di contenuti. Lo diventa però quando per 200 giorni il presidente del consiglio continua a cantare la stessa canzone, o me o il diluvio, aggiornandola con il refrain dei mille giorni che cambieranno l’Italia e l’Europa. E se l’onorevole Renato Brunetta polemizza con «l’aria fritta» del premier, questa volta bisogna credergli essendo uno dei massimi esperti del ramo.

È la retorica distillata dei luoghi comuni della destra. Chi si spacca la schiena e chi mangia tartine ai convegni. I manager valorosi che mandano avanti l’industria, i magistrati che non trovano di meglio che indagarli e i giornali che ne riferiscono. Fino all’intramontabile slogan «questo è il paese che amo» da contrapporre al lamento del “benaltrismo”.

Nel suo appassionato elogio del renzismo, Renzi si è rivolto alla «sinistra più dura» un paio di volte, nel tentativo di mostrare che quella vera siede a palazzo Chigi e ha le sue stelle polari nella ministra Boschi e nel collega Poletti. La riduzione della rappresentanza e la precarietà a vita costituirebbero i due principali pilastri della costruzione della città futura. Come se l’abolizione delle province e il declassamento del senato fossero davvero «la più grande riduzione di ceto politico della storia». I consiglieri provinciali, al contrario, sono sempre li, seppure eletti dai politici locali (produzione di ceto politico a mezzo di ceto politico) e così pure i senatori, dimezzati è vero, ma con i poveri “gufi” della «sinistra più dura» che proponevano di dimezzare anche i deputati senza tuttavia toccare il diritto di eleggere il parlamento.

L’occultamento della verità prosegue nel secondo capitolo della rivoluzione renziana, quando, nel passaggio che riguarda la «riforma» del lavoro, il premier non esita e minaccia «misure d’urgenza» per cambiare lo statuto dei lavoratori, cioè per abolire l’articolo 18, spacciando la campagna estiva della destra di Alfano e Sacconi, e l’obbedienza ai diktat di Draghi e Merkel, come una «battaglia contro l’ingiustizia».

In questo caso la figura retorica che avvolge la linea d’attacco ai diritti acquisiti è quella della giovane madre precaria che non ha quelle tutele che invece possiede la giovane lavoratrice dipendente. E allora togliamo i diritti a chi ce l’ha e finalmente trionferà la giustizia sociale.

È vero, la rendita di posizione è finita per tutti, come avverte il presidente-segretario. Gli indicatori economici che ogni giorno suonano la campana a morto non mancano di ricordarcelo: o tagliate i diritti e il costo del lavoro o sarete commissariati. Ma la rendita elettorale (quei 10 milioni di elettori beneficiati dagli 80 euro) potrebbe finire anche per questo governo. «Non ho paura di andare alle elezioni» ha esordito Renzi nel suo discorso e «sono disposto a rischiare il consenso per attuare il mio programma».

In verità si tratta di un pericolo remoto in ogni caso, ove cedesse alla tentazione delle urne, se l’opposizione è rappresentata da Brunetta e se l’informazione continuerà ad accanirsi (il Tg7 di metà mattina: «Il premier ha parlato in un clima di non pieno consenso del parlamento»), in effetti le elezioni potrebbe anche vincerle.