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Editoriale

Il nuovo senato? Una brutta sorpresa

La Riforma costituzionale. Sarà difficile che la camera alta congegnata dalla riforma Renzi-Boschi esca dal circuito politico e di controllo. «Semplifichiamo» resterà solo uno slogan

Il senato

È iniziata molto male la discussione sulla riforma costituzionale. Si sorvola sui contenuti e si alzano i toni dello scontro politico. È possibile che si tratti di una preordinata strategia comunicativa (in effetti è stato autorevolmente affermato che si sarebbe usata anche l’arma della demagogia), ma è comunque difficilmente accettabile l’uso strumentale di figure del passato per avvalorare le scelte di oggi (Berlinguer, Ingrao).

Parole utilizzate in libertà, che vengono stravolte nella loro reale portata, dal loro contesto, al solo fine di dare una storia nobile alla riforma e al ceto politico odierno che è senza passato e dall’incerto futuro.

Trovo incredibile anche la continua delegittimazione delle posizioni non allineate. I costituzionalisti critici della riforma disprezzati, aggrediti, compatiti, vilipesi, mossi da «esigenze di carattere politico, personale, narcisistico»(sic!). Se continua così, non ci sarà spazio per poter discutere di nulla e il voto sarà alla cieca: più che un plebiscito una prova di forza. Per nostro conto non urleremo, piuttosto continueremo a ragionare sulla riforma costituzionale, prendendo sul serio gli argomenti che ci vengono proposti.

Si sostiene che la fine del bicameralismo paritario – e, più in generale, il nuovo assetto dei poteri – produrrà una semplificazione. Il parlamento approverà più rapidamente le leggi una volta limitati i poteri del senato. È così? Il passaggio da un unico iter di formazione a sette diversi modi di fare le leggi non sembra in realtà un buon indice di semplificazione. Tanto più se si considera l’elenco confuso che è stato formulato che rende assai arduo individuare dei chiari criteri di scelta per stabilire quale iter seguire. Non può neppure dirsi che si siano abbandonate le logiche – ritenute perverse – del bicameralismo, almeno in tutti i casi in cui sono ancora previste leggi bicamerali. L’elenco è tassativo, ma assai nutrito. Sarà anche difficile separare queste leggi dalle altre. Saranno i presidenti dei due rami del parlamento a stabilire, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, da un lato elevando il tasso di politicità della scelta e dunque esponendosi a contestazioni parlamentari, dall’altro non evitando gli effetti di un aumento della conflittualità che porterà la Corte costituzionale a diventare arbitro ultimo dei vizi procedurali. Più che semplificare risulterà ben più complesso fare le leggi.

A meno di non riferire la semplificazione auspicata ad una particolare procedura che la riforma introduce: il voto a data certa. Si prevede in effetti che il governo possa chiedere alle camere di deliberare entro il termine di settanta giorni. In tal caso però non di vera semplificazione si tratta, bensì di limitazione del potere parlamentare a favore dell’esecutivo. Imporre tempi brevi di approvazione può forse permettere di far presto, ma non necessariamente bene. Anzi, mi sembra possa portare ad accentuare i vizi dell’attuale cattivo funzionamento del parlamento. È noto, infatti, che le maggiori sofferenze che oggi affliggono i lavori parlamentari sono legate alla dominanza del governo (eccesso di decretazione d’urgenza, abuso delle richieste di fiducia, presentazione di emendamenti che riformulano l’intero testo predisposto dai parlamentari). Il nuovo istituto del voto a data certa si affiancherà a queste già note perversioni, semplificando nel senso di rendere più facile fare a meno dell’organo legislativo, ma in tal modo sbilanciando pericolosamente la nostra forma di governo parlamentare. Non sempre la semplificazione è una virtù costituzionale.

I fautori della riforma specificano, poi, che l’auspicata semplificazione non riguarda solo il modo di far leggi, ma anche i rapporti tra organi politici. Si differenzia il bicameralismo per concentrare solo sulla camera dei deputati la funzione di indirizzo politico, solo essa rimane titolare del rapporto di fiducia ed esercita il controllo sull’operato del governo. In questo caso non è tanto l’obiettivo auspicato che suscita perplessità, quanto l’incapacità di perseguirlo con coerenza. In effetti, il modo più limpido per ottenere tale risultato (semplificando realmente l’intero assetto parlamentare, ma rendendo al contempo più solido il ruolo del parlamento) sarebbe stato un altro: la scelta monocamerale e l’adozione di un sistema elettorale proporzionale. Ciò avrebbe comportato un parlamento rafforzato nella sua autonomia e dunque in grado di porsi come effettivo controllore del governo. Non è questa la semplificazione che si persegue

Ecco allora un disegno pasticciato. Come può, infatti, pensarsi che un senato il quale conserva la titolarità di un significativo potere legislativo su materie decisive (dalle leggi di revisione della costituzione a quelle collegate all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea) tuttavia possa rimanere estraneo al circuito politico e di controllo sull’attività del governo?

L’effetto di una tale differenziazione del bicameralismo è in realtà del tutto indeterminato: il senato potrà continuare ad esercitare un penetrante controllo sull’attività legislativa del governo, solo che potrà farlo in modo indiretto e senza la responsabilità politica che consegue alla definizione di un classico rapporto fiduciario. Anche in questo caso l’assetto dei poteri più che semplificarsi andrà a complicarsi.

«Un’Italia più semplice» è solo uno slogan (quello prescelto per il manifesto del Sì), vale la pena discuterlo. Come varrà la pena discutere nel merito tutti gli altri argomenti o parole d’ordine proposte dai fautori della riforme. Certo, ciò comporta uno sforzo che va al di là della battuta salace e volgare. Richiede persino un po’ d’attenzione, un po’ di riflessione, qualche modestia. Non è «semplice». Chissà se è ancora lecito oggi in Italia non essere banali.

  • Walter Fidel Dos Cava

    Tra la metà degli anni ’80 e gli anni ’90, nel corso di Sociologia politica presso la facoltà di Scienze statistiche, demografiche ed attuariali dell’Università “La Sapienza” di Roma, sono state discusse alcune tesi aventi ad oggetto “La produttività della … legislatura repubblicana”, considerando – vado a memoria – almeno le legislature dalla VI alla XI. Mi permetto di suggerire di dare un’occhiata a quelle tesi di laurea, perché potrebbero costituire un interessante database tecnico – si trattava di tesi di materia statistica, per quanto informata alla sociologia politica – dal quale trarre numerosissimi numeri, tanto amati dai demagoghi alla Renzi, che vanno però in direzione opposta a quella da costoro sperata, ossia a dimostrazione che non è il bicameralismo puro il male della democrazia italiana. Quella lettura farebbe bene anche ai costituzionalisti favorevoli alla riforma della Costituzione (ma non alla riforma del modo di contribuire a costruire la coscienza civile dei cittadini italiani).