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Editoriale

Il nostro anno

Buon 2015. L’anno che viene deve servire alla variegata sinistra italiana per tornare a coltivare le speranze tenendo però i piedi per terra, convincendosi che il tempo per unire le forze e costruire una nuova leadership è qui e ora. Lo impone l’agenda italiana e europea

Salutiamo l’anno che se ne va senza rimpianti. Uno dei peggiori anni per le tasche della gran parte degli italiani. E ci prepariamo a un 2015 pieno di incognite, politicamente impegnativo, ricco di occasioni e possibilità, sicuramente importante per tutti.

Chi è al governo del paese intende portate a compimento il progetto di riscrittura della Costituzione, la riforma elettorale, le nuove leggi del mercato del lavoro. Per le identiche ragioni, è un anno cruciale per chi si oppone ai cambiamenti regressivi guidati dalla coalizione Renzi-Alfano con la benedizione di Berlusconi.

1. Il banco di prova è fissato: l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. E’ un “torneo” al quale partecipano con determinazione quelle stesse “squadre” (partiti, movimenti, poteri forti, lobbisti…), che negli ultimi anni – dal 2011 a oggi, dalle dimissioni di Berlusconi al governo dell’improvvisato senatore Monti fino alla designazione dell’attuale presidente del Consiglio – hanno deciso quali persone e quali programmi avrebbero tenuto l’anello italiano agganciato alla catena di ferro dell’eurozona. Persone e programmi che hanno prodotto un aggravamento della crisi, visibile in tutti gli indicatori economici (Pil, disoccupazione), ma soprattutto riscontrabile nella crescita delle diseguaglianze sociali. La forbice tra ricchi e poveri – come ricorda l’Ocse – in Italia è due punti più alta rispetto alla media europea.

Napolitano lascia, insieme all’incarico, un paese stremato dove, grazie ai “suoi” governi, l’imprenditore ha riconquistato sovranità, spazio, forza, a scapito dei lavoratori con l’impoverimento delle retribuzioni e la negazione di quei diritti difesi fino ad oggi da uno statuto discusso sempre ma mai aggredito così frontalmente. I “ceti” impiegatizi – ugualmente colpiti dalla crisi – sono ormai marginalizzati, e in troppe situazioni precarizzati.

L’elezione per il Quirinale sarà dunque un primo momento di verifica del potere delle forze che vorranno mettere sul Colle un garante della “continuità napolitaniana”.

Ma sarà un’occasione anche per la sinistra, quella diffusa in più partiti, che abbraccia anche una parte dei grillini, per contrastare il progetto normalizzatore già scritto e per proporre la nomina di una donna, di un uomo con un’altra idea di paese, con una radicata fiducia nella democrazia e nella rappresentanza, con un’alta visione strategica ancorata a una società fondata sul lavoro e sui dritti sociali e civili.

2. La seconda questione riguarda il conflitto sociale. Per la prima volta nella storia abbiamo al governo un partito che viene dalla storia della sinistra, che vuole la pace sociale, quando la situazione di milioni di famiglie italiane è vicina al collasso. Renzi è convinto che gli 80 euro mensili siano sufficienti per garantirsi consenso e seguito elettorale. Ma non ha capito che la crisi è ben più profonda. Lo hanno compreso la Fiom e la Cgil (altro fatto storico: lo scontro frontale tra il più grande sindacato e il partito di riferimento) che hanno dato vita ad una forte, potente mobilitazione contro il jobs act che ha segnato l’autunno nelle piazze, negli scioperi, nelle aule parlamentari.

Negli ultimi mesi si è andata formando una nuova opposizione. Anche se molto eterogenea. Perché ha messo insieme le tante vittime della crisi: chi lavora male o è mal pagato, chi è precario, chi vede esaurirsi gli ammortizzatori sociali, chi ha dovuto chiudere la propria bottega, chi scivola verso la povertà, chi non ha mai lavorato. E poi quella massa enorme di ragazze e ragazzi – laureati, diplomati – dall’incerto futuro. Questa parte larga e più o meno consapevole della nostra società ha fatto fronte e ha tolto l’iniziale fiducia accordata al governo sull’onda di una speranza di miglioramento.

Ma la fiducia, la delega che le piazze si sono riprese a chi potrebbero essere riconsegnate? Ad una sinistra del Pd divisa in variegate correnti e incerta sulla strada da percorrere? A volte viene da pensare che i Civati, i Fassina, i Cuperlo siano soprattutto un bel fiore all’occhiello della maggioranza parlamentare e del governo oltreché del partito democratico. E l’insoddisfazione che vorrebbe una risposta di sinistra alla crisi potrebbe rivolgersi ad una organizzazione al di fuori del Pd? No. Per il semplice motivo che non esiste. Al suo posto vive un piccolo arcipelago di isolette politiche, molto occupate nella definizione del proprio territorio (eroso dall’astensionismo) magari attardate nei giochi di pretattica su chi dovrà essere il federatore del litigioso arcipelago. C’è poi il M5S che gioca una partita a sé. Un grande seguito, un’importante presenza parlamentare e un bel numero di deputati e senatori puliti e trasparenti. Finché ci sarà Grillo a dettare legge, i 5S non potranno mai diventare un movimento-partito adulto.

L’anno che viene deve servire alla SI (sinistra italiana: variegata, diffusa, ampia), per tornare a coltivare le sue speranze tenendo però i piedi per terra, convincendosi che il tempo per unire le forze e costruire una nuova leadership è qui e ora. Lo impone l’agenda italiana e europea: non mettere in campo una credibile, autorevole, consistente forza politica di sinistra equivarrebbe ad una resa e farebbe un grave danno alle lotte di tutte quelle forze che Cgil e Fiom hanno avuto al loro fianco in questi mesi.

Come sostiene Alexis Tsipras quando viene in Italia per raccontare il modello Syriza, «la strada si trova camminando». E il primo ad averla trovata, nella crisi più grande e profonda del Vecchio Continente, è proprio il giovane Tsipras, leader di una forza di sinistra che oggi spaventa Bruxelles e Francoforte perché potrebbe diventare il volto e il programma della nuova Grecia. La Grecia sarà la prima ad affrontare la sfida elettorale, tutti ne saremo coinvolti. Noi per primi, perché la storia politica e il futuro della sinistra greca ci riguarda e ci coinvolge. Perché è uno snodo cruciale per tutte le sinistre europee, una via maestra per connotare l’alternativa, il carattere transnazionale del cambiamento.

In Italia potrebbe esserci un analogo passaggio elettorale se il 2015 dovesse riservarci la sorpresa di elezioni politiche anticipate. Probabilmente una nuova formazione di sinistra non sarebbe pronta per scendere in campo. Ma bisogna comunque lavorare in questa direzione perché, in ogni caso, a primavera, andremo a votare per il rinnovo dei governi regionali, quasi tutti. In Emilia e in Calabria abbiamo visto che non tira aria buona. Come in certe maree di finis terrae, la partecipazione al voto si è ritirata perché non ha trovato alternative. Le alleanze che si riusciranno a costruire nelle regioni, sapendo che le divisioni non mancheranno, potranno dirci se marcia e direzione sono quelle giuste per successivi passi unitari a sinistra.

3. La questione immorale. Abbiamo spesso sottovalutato, dobbiamo riconoscerlo, lo spettacolo quotidiano della corruzione della classe dirigente (non solo quella politica). Non considerando nella giusta misura quanto, al contrario, abbia pesato sull’affievolirsi della passione politica. Magari pensando che la corruzione fosse l’inevitabile, eterna appendice di ogni sistema, non abbiamo compreso che questione morale e questione politica sono due facce della stessa medaglia e insieme concorrono alla ridislocazione dei poteri, sia istituzionali che economici. E questo sia perché la trasformazione della finanza alimenta l’opacità delle dinamiche di arricchimento, sia perché la corruttela generalizzata, pervasiva e bipartisan rende sempre più servile la rappresentanza politica, odiosa quanto l’antica tassa sul macinato. Lo scandalo di Mafia Capitale, dove palazzi e periferie, caste e paria convivono ogni giorno, descrive come, dal campo profughi ai servizi pubblici, nulla sfugga ormai a un potere criminale parallelo che entra nelle profondità della vita sociale e politica (la situazione del Pd è davvero preoccupante, come sa lo stesso Renzi). Ma non può essere il magistrato Cantone a risolvere tutti i problemi. Serve un impegno collettivo nazionale, servono donne e uomini di garanzia di onestà in ogni posto di potere, serve applicare le leggi, serve una nuova cultura che recuperi senso civico. Servono anche norme nuove: l’insistere di Maurizio Landini nel proporre una legge di iniziativa popolare contro il sistema degli appalti, da affiancare all’impegno per la raccolta delle firme sull’articolo 81 del pareggio di bilancio, va in questa direzione e ne sottolinea l’urgenza. Resta poi irrisolta la questione del conflitto di interessi: il Pd dovrebbe vergognarsi per quello che diceva e non faceva ai tempi di Berlusconi (quintessenza del conflitto di interessi), e per quello che non dice e fa adesso con lo stesso Berlusconi.

4. Il sistema dell’informazione. Dopo il passo indietro del cavaliere, la critica al sistema mediatico è come magicamente scomparsa. E pure, lo vediamo ogni momento della giornata, l’informazione, con la televisione ancora al centro, determina agenda e consenso, disegna leadership e contro-leadership, costruisce il re e l’opposizione a sua maestà. Naturalmente bucare l’immagine costruita da chi possiede e sa usare la macchina dell’informazione e della comunicazione politica (un’élite agguerrita, addestrata, globale) richiede un giornalismo forte che in Italia fatica a farsi contro potere. Il nostro paese ha sempre svolto un ruolo di primo piano nell’uso della propaganda politica: dal regime fascista, a quello cosiddetto bernabeiano della ricostruzione democristiana, al berlusconismo degli anni successivi, fino al renzismo, degno erede di questa addizione propagandistica. I telespettatori sono invasi dalle performance tv del giovane e arrembante presidente del consiglio, le sue apparizioni sono spot ben costruiti, spalmati nei programmi pop con bimbi e letterine a Babbo Natale, come nei talk marmellata del mattino e della sera. In questo campo della persuasione e della manipolazione, il ruolo degli intellettuali risalta per il grande silenzio, oppure per il conformismo che a volte li vede protagonisti nell’edificazione delle gesta del nuovo potere. E’ molto attiva una macchina del consenso pervasiva e invasiva. Che richiede una risposta culturale, oltre che politica.

Noi del manifesto lavoreremo per rilanciare questa battaglia, di primaria democrazia. Perché essere correttamente informati è un diritto di cittadinanza. Perché avere una televisione pubblica con la schiena dritta è un pezzo importante di un stato moderno. Come lo è avere una stampa libera, autonoma, indipendente, “senza padroni, né padrini” (uno slogan di tutte le nostre campagne che iniziano a copiarci anche altre testate). Una stampa che vuole tenere fede all’idea e alla pratica di un giornale politico autonomo e indipendente.

5. Il 2015 del manifesto. E’, sarà, l’anno della svolta (o di qualcos’altro che neppure vogliamo pensare). L’obiettivo è riacquistare la nostra testata. Avremmo voluto concludere il 2014 con qualche certezza in più. Ma le operazioni di acquisto della testata potranno perfezionarsi solo nei mesi prossimi. Questo – breve – tempo a disposizione ci potrà consentire di proseguire nella raccolta delle donazioni.

Fino ad oggi è stata molto positiva, generosa, ricca di affetto (le vostre lettere, che pubblichiamo in larghissima parte, danno un’idea di cosa vuol dire nutrire una passione per la vita). Perciò a voi va un enorme ringraziamento. Però l’obiettivo che vogliamo raggiungere è ancora lontano, anche se piano piano è diventato ben visibile all’orizzonte.

Care lettrici cari lettori, grazie a voi il nostro sogno può realizzarsi.

E se siete convinti del valore di un’iniziativa giornalistica e politica importante, se fate il tifo per un giornale che non è un partito ma un progetto, allora facciamoci gli auguri, forti e sinceri, per un buon 2015: per riprenderci il manifesto e, possibilmente, per contribuire a ricostruire insieme una parte della sinistra italiana.