closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Il nervo scoperto dei trattati europei

Habermas ha riconosciuto che il «capitalismo dei mercati finanziari è una delle cause decisive della crisi attuale» traendo «la conclusione che abbiamo bisogno di una nuova regolamentazione del settore bancario mondiale partendo da un’area che abbia come minimo il peso e le dimensioni dell’eurozona». Disegna quest’area come entità, soggetto gius-politico di una Europa a due velocità, con un nucleo duro (con l’euro come connettivo) e una periferia.

La configura trasformando i caratteri attuali dell’architettura europea in quelli opposti. Al modello intergovernativo e alle relative istituzioni sarebbero riservati solo i compromessi tra gli «inamovibili interessi nazionali». L’adozione definitiva del metodo della comunità coprirebbe tutti gli altri ambiti di azione. L’attuale sistema elitario della politica europea sarebbe sostituito con la costruzione di un sistema di partiti europei. Da questi partiti dovrebbe poi scaturire la formazione della volontà politica in un parlamento europeo per «controbilanciare gli interessi nazionali con comunità di interessi oltre le frontiere».

Con tutto il rispetto per Habermas non credo che la questione dell’Europa sia risolvibile solo bilanciando interessi. Né che bastino alcuni innesti di democrazia per legittimare il sistema istituzionale complessivo dell’Ue. Le proposte di Habermas si collocano all’interno del quadro definito dai Trattati, e perciò non ne convertono la ragion d’essere e non ne modificano i compiti istituzionali. Soprattutto non riconoscono nei contenuti normativi di tali e costitutivi atti dell’Ue i fattori determinanti della crisi. La cui origine non è dovuta soltanto al diverso grado o tipo di sviluppo delle economie nazionali. Non deriva solo dalla omologazione coatta di ogni economia nazionale a quella tedesca. Sono altre e più profonde le cause della crisi.

Habermas è partito però da una constatazione ineccepibile. È indubbio che sia il «capitalismo dei mercati finanziari una delle cause decisive della crisi attuale». Ha poi esitato. Se quel capitalismo è una delle cause decisive, e lo è, diventa indispensabile accertare su quale base, qui in Europa ad esempio, il capitalismo dei mercati poggia questo suo enorme potere, chi e come lo legittima. Non occorre grande sforzo per accertarlo. Basta leggere un po’ per convincersi che a legittimare il potere del capitalismo dei mercati finanziari in Europa è il Trattato sul Funzionamento dell’Unione. È in questo trattato la verità di questa Europa. Ed è esplicitata dalla seguente proposizione normativa: «Ai fini enunciati all’articolo 3 del Trattato sull’Unione (quello che enuncia con esaltanti parole i fini inebrianti dell’Ue, nda) l’azione degli Stati membri e dell’Unione comprende …. l’adozione di una politica economica …. condotta conformemente al principio di un’economia di mercato aperta ed in libera concorrenza». È scritta nel primo comma dell’art. 119 ed è ripetuta nel successivo articolo 120 dello stesso trattato. Ad una lettura appena attenta si comprende chiaramente che questa proposizione normativa implica l’autoregolazione dei mercati e non è soltanto prescrittiva di una strumentazione della dinamica istituzionale complessiva dell’Ue. Ne è, insieme, il compito ed il fine. Esclusivo l’uno, assoluto l’altro, tutti e due, comunque, prevalenti su ogni altro. Permea qualsiasi altra disposizione, qualsiasi altro enunciato. Deve improntare qualsiasi attività delle istituzioni dell’Ue, ispirandola e condizionandola. Deve condizionare l’intera comunità di donne e uomini, il vissuto di ognuno e di tutti.

Opera inoltre, questo principio, come dispositivo per la mutazione genetica delle origini e delle identità delle istituzioni trasformandole tutte in esecutivi di se stesso per essere il fondamento del funzionamento dell’Ue. A cominciare dai due Consigli, ambedue di derivazione dei governi nazionali, immunizzati, mediante la collegialità delle deliberazioni, dalla responsabilità politica nei confronti dei rispettivi parlamenti. Proseguendo con la Commissione, esecutiva per eccellenza dei trattati. Finendo col Parlamento, privato del potere di iniziativa degli atti normativi attribuito alla sola Commissione e, comunque, vincolato dalla norma fondamentale del Trattato. Parlamento che da produttore di atti da eseguire diventa l’esecutivo della «politica economica conforme al principio dell’economia di mercato aperta ed in libera concorrenza». Il trionfo degli esecutivi coincide quindi con il neoliberismo, con la fase attuale del capitalismo, quello finanziario.

Il fattore della crisi sappiamo quale è e dove è. Sappiamo pure da dove cominciare per rifondare la democrazia in Europa.

  • L’inutileOpinione

    Non è corretto dare tutte le colpe della crisi all’Europa. L’Italia ha i suoi enormi problemi interni da affrontare e superare. Riguardo ai Trattatti, non credo sia un elogio alla speculazione finanziaria, ma un principio per la libera concorrenza a discapito dei monopoli.