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Cultura

Il Mezzogiorno non è un’anticaglia

Anticipazione. Un estratto dal testo che uscirà per la rivista «Infinitimondi» (in distribuzione dal 24 in libreria e in abbonamento) sui conflitti nel Pci napoletano degli anni '50 intorno alla questione meridionale

Nel 1951 a Napoli ci sono 200mila disoccupati. Oltre 6.500 metalmeccanici sono stati licenziati dopo le distruzioni belliche e la crisi di riconversione. Renzo è redattore de l’Unità, presto ne sarà vice-responsabile. Francesca si occupa della critica musicale; insieme convinceranno Ermanno Rea a diventare giornalista. A maggio la Sesta Flotta americana prende possesso del porto di Napoli, che viene completamente militarizzato. Il comandante della Nato in Europa, il generale Eisenhower, nomina l’ammiraglio Robert Carney comandante delle forze alleate nel Sud Europa; il quartiere generale è insediato a Napoli. A settembre si svolgono nei diversi quartieri manifestazioni di lotta per la pace, contro la guerra in Corea.

INTANTO SI ERA COSTITUITO il gruppo di studio Antonio Gramsci, che svolgeva un’intensa attività culturale. Le lezioni di storia del Risorgimento e del Mezzogiorno nell’aula De Sanctis dell’Università erano molto frequentate: c’erano tra gli altri gli storici Nino Cortese e Domenico De Marco, l’economista Giuseppe Palomba. Renato Caccioppoli, nipote di Bakunin, molto legato a Francesca, era impegnato soprattutto nel circolo del cinema, insieme a Enzo Oliveri. Lo scienziato Guido Piegari aveva una responsabilità di coordinamento generale.
Il giovane avvocato Gerardo Marotta si occupava delle iniziative culturali e fu anche responsabile della commissione culturale del Pci napoletano, come si evince da una lettera inviata nel maggio ’53 a Pietro Secchia. Su un foglio intestato Partito Comunista Italiano Federazione Napoletana, Gerardo Marotta scriveva, p. la Commissione culturale, al «Caro compagno Secchia, ti invio una documentazione dell’attività della commissione culturale della Federazione napoletana. Attività molteplice, come puoi constatare, che ci ha permesso di stringere legami di grande importanza fra gli intellettuali».
Guido Piegari era entrato in rotta di collisione col Pci già nel febbraio 1952, quando aveva rifiutato l’invito di Mario Alicata a svolgere una relazione sul tema Intellettuali e Mezzogiorno in un convegno organizzato dal Movimento per la Rinascita del Mezzogiorno. Il giovane scienziato comunista, figlio del presidente democristiano della provincia di Napoli, considerava sbagliata la politica meridionalistica di Amendola e Alicata e sosteneva invece una politica unitaria del Pci a Nord e a Sud, nel segno di un intenso classismo e della lotta antimperialistica per la pace.
Tra il 1952 e il 1953 il gruppo Gramsci acquistò un carattere politico sempre più marcato e vicino alle posizioni di Pietro Secchia, che si trovava spesso in contrasto con Togliatti. In questi mesi, annotava nella primavera 1953 il vice-segretario del Pci, «si sviluppa abbastanza chiaramente una differenza di giudizio del governo e della situazione tra Togliatti e me», che dopo le elezioni politiche del 7 giugno, «si inasprisce e si avvia a un punto di non ritorno».
Questo scontro fra Togliatti e Secchia si accentuerà ulteriormente quando, nel luglio 1953, i nuovi dirigenti sovietici dopo la morte di Stalin (Malen’kov, Molotov, Chruscev) chiederanno la presenza a Mosca di un dirigente di fiducia del Pci per una riunione importante. E lo individueranno proprio in Secchia, al quale illustreranno i motivi e i modi della liquidazione di Berija, già capo della polizia politica e aspirante autorevole alla successione di Stalin. I giudizi di Togliatti e di Secchia saranno poi notevolmente divergenti anche sulla valutazione del governo Pella, dopo la sconfitta elettorale della Dc di De Gasperi per il quorum mancato dalla legge elettorale maggioritaria, definita «legge truffa» da Giancarlo Pajetta.

I GIOVANI INTELLETTUALI napoletani non si resero conto, probabilmente, che la loro opposizione alla politica meridionalistica di Amendola e Alicata li contrapponeva direttamente a Togliatti. Così quando al principio del 1954 Piegari inviò un articolo di 26 cartelle a Rinascita, Togliatti ne impedì la pubblicazione. Ermanno Rea, che pure ne condivise la sostanza, riconoscerà «che non avrebbe perduto nulla della sua lucidità se egli lo avesse ridotto di due terzi».
Convinto del carattere subalterno del regionalismo sudista insito nella lotta per la rinascita meridionale, Piegari abbracciava in toto la linea della lotta per la pace, che dal 1950 era stata il fulcro dell’internazionalismo del Cominform, volto a serrare le fila dei paesi e dei partiti comunisti a difesa dell’Unione Sovietica contro le mire dell’imperialismo americano. Le campagne di lotta per la pace, dirette sul piano internazionale dal fidato stalinista Zdanov, erano state guidate nel Pci prima da Emilio Sereni e poi da Pietro Secchia

NEL MARZO 1954 si tenne a Napoli, sotto la direzione del responsabile della commissione meridionale Amendola, una riunione del Comitato federale sul lavoro culturale, che affrontò la questione degli intellettuali dissidenti del gruppo Gramsci. Piegari parlò per un’ora ed ebbe molte critiche.
Un documento riservato dell’Ufficio quadri della federazione napoletana, preparato proprio nel marzo ’54 e consegnato poi a Rea verosimilmente dal suo amico Carlo Obici, attribuiva a Piegari questo giudizio: «qui nel Mezzogiorno il Partito è caduto su posizioni ‘salveminiane’ ad opera dei compagni Amendola, Grieco, Alicata ed altri e c’è il grave pericolo che rinasca una contrapposizione Sud-Nord, per questa politica meridionalista che viene seguita, compromettendo l’unità d’Italia».
Saranno il caporedattore dell’Unità Nino Sansone e il suo vice Renzo Lapiccirella a bloccare sul momento ogni decisione, «protestando che per loro era irrilevante l’atteggiamento presuntuoso del Piegari e degli altri, ed affacciando dubbi e perplessità simili a quelle di Piegari». Le decisioni furono così rinviate all’imminente VII Congresso della federazione comunista napoletana.

NELLA RIUNIONE RISERVATA della commissione politica, a fine maggio 1954, l’intervento conclusivo di Togliatti liquidò, sul piano teorico e politico, l’errata visione gramsciana di Piegari, anche con l’autorità di chi aveva scritto insieme a Gramsci nel 1926 le «tesi di Lione» sulle «forze motrici della rivoluzione italiana». «Il primo errore che commettono alcuni compagni – affermò Togliatti – è quello di considerare il movimento per la rinascita del mezzogiorno come un movimento di massa fra gli altri. La rinascita del mezzogiorno è invece l’indirizzo politico generale che il Partito dà alla sua azione nel mezzogiorno (…). Perciò la lettera che alcuni compagni hanno scritto a Rinascita si riduce ad un prolisso giuoco intellettualistico intorno a due posizioni sbagliate: quella di considerare il movimento della rinascita come un movimento di massa, e quello di non riconoscere la lotta per risolvere la questione meridionale come l’elemento fondamentale della nostra politica».
Si concluse in questo modo drastico il rapporto tra i giovani intellettuali del gruppo Gramsci e il Pci. Amendola e Cacciapuoti chiesero un’autocritica a Sansone e a Lapiccirella. Sansone, che era anche capo-redattore della neonata rivista Cronache meridionali, fece una penosa autocritica. Lapiccirella invece rispose a Maurizio Valenzi, che gli comunicò questa richiesta come aveva fatto con Sansone: «E di che cosa dovrei autocriticarmi? di aver protestato per come si sono comportati nei confronti di Piegari e compagni? Oppure di aver sostenuto che questi metodi di direzione politica ci porteranno alla malora? Ma queste sono cose di cui continuo più che mai a essere convinto. Grazie, no. Autocritiche io non ne faccio».
Questa resa di conti interna avvenne nel comitato federale del 31 maggio 1954, presieduto dopo la partenza di Togliatti da Cacciapuoti e da Amendola, al quale non sfuggiva la gravità di questo smacco inferto al suo ruolo di responsabile della commissione meridionale del Pci: «Il fatto che in questa federazione, che è chiamata a una funzione di direzione meridionale, si sia sviluppata, senza che vi fosse una risposta da parte dei compagni, una tendenza deviazionistica sulla linea meridionalistica del partito è un fatto molto grave. Non basta avere una linea politica, bisogna anche saperla difendere».
Amendola sapeva di avere le spalle coperte dall’autorità di Togliatti. Alla fine del congresso napoletano il segretario del Pci informò Amendola della sua decisione di chiamarlo a Roma nella segreteria nazionale e di porlo alla guida della commissione che doveva preparare la Conferenza di organizzazione del partito fissata per gli inizi del 1955. Poco dopo, nell’estate ’54, esplose il «caso Seniga», il principale collaboratore di Secchia fuggito con la cassa del partito. Secchia fu rimosso da vice-segretario e responsabile dell’organizzazione. Amendola lo sostituì a capo dell’organizzazione.

IN UN PANORAMA così tempestoso la contestazione della politica meridionalistica del Pci operata dai giovani intellettuali del gruppo Gramsci appariva intollerabile a un partito che al principio del 1954 aveva favorito la nascita di una rivista politico-culturale, diretta da Amendola, Alicata e dal socialista Francesco De Martino.
Cronache meridionali aveva proprio il compito di sostenere il Movimento per la Rinascita del Mezzogiorno e di favorire lo schieramento democratico e a sinistra degli intellettuali, oltre che di approfondire la riflessione sul carattere nazionale della questione meridionale secondo la prospettiva gramsciana. Del resto, nelle elezioni politiche del ’53 il Pci aveva conseguito nel Mezzogiorno un grande successo, superando il 21% dei voti, la stessa quota ottenuta al Nord; tanto che Amendola definì il Pci come «il più meridionale» di tutti i partiti.
In questo contesto drammatico di scontri politici e personali non era però la dissidenza dei giovani intellettuali napoletani il problema più spinoso per Togliatti e Amendola. Anzi, la contestazione più grave e pericolosa per la politica del Pci nel Mezzogiorno veniva dal capo carismatico della Cgil e autorevole dirigente comunista Giuseppe Di Vittorio, che continuava a proporre soluzioni di stampo riformistico per la persistente arretratezza del Mezzogiorno.
Dopo il Piano del lavoro presentato dalla Cgil nel 1949-50 e liquidato da Togliatti «come un’ anticaglia del meridionalismo», e dopo il giudizio favorevole di Di Vittorio sull’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno bocciato da Togliatti e Amendola, il segretario della Cgil aderì, nel novembre 1953, al convegno organizzato a Napoli dalla Cassa per il Mezzogiorno per lanciare l’industrializzazione del Sud.

SCHEDA

«Infinitimondi» n.13/20 (il 24 in libreria, in abbonamento o ordinando copia su [email protected]) ha un editoriale sull’«Opportunità dopo il voto dell’Emilia. La Lezione dopo il voto della Calabria. Si sapranno cogliere e
ascoltare?». Fra i testi, Mario Tronti sull’Utopia, un’intevista a Asor Rosa sulla lezione di Machiavelli, Francesco Barbagallo su Napoli e Pci anni 50, Pietro Folena: gli anni 80 e Craxi, Marcello Musto su Karl Marx, Guido Liguori su Antonio Gramsci, Laura Conti sulla sostenibilità. E poi Salvatore Quasimodo, poeta, partigiano, iscritto al Pci, Nando Morra «Quelli dell’Italsider», Roberto Rubino «La Transumanza Patrimonio Unesco»