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Editoriale

il manifesto, ininterrotta storia di libertà

Francesca Chiavacci

Francesca Chiavacci

Noi non possiamo stare senza «il manifesto». Siamo abituati a leggerlo ogni giorno. A discuterci quando non siamo d’accordo. Spesso è lì che viene dato spazio al nostro punto di vista. Molte volte è tra le righe degli articoli del «manifesto» che i lettori scoprono la ricchezza, l’articolazione e l’inventiva dell’associazionismo nel nostro paese.

È grazie al «manifesto» che, assieme ad altri, abbiamo condotto e fatto conoscere grandi battaglie e campagne per la pace come contro il razzismo, per i diritti dei migranti come per la libertà della cultura.

Ci vuole un milione di euro per diventare padroni (una volta tanto questo termine viene usato a buon fine) della testata. Dobbiamo farcela. Questa testata fa parte della storia del movimento operaio e democratico del nostro paese, dal 1971 in poi.

La crescita culturale e civile della sinistra e della democrazia italiane deve molto al «manifesto» e a chi ha partecipato, spesso con il sacrificio degli stipendi, alla sua magnifica avventura. Il «manifesto» è nella storia, non solo nostra, ma di tutti. E la storia non si cancella.

È stata una storia di libertà, di indipendenza di pensiero e di scelte.

Nessun altro giornale può vantare questa invidiabile condizione, che è stata più volte messa a repentaglio dalle leggi del mercato ma che è sempre stata difesa dai suoi lavoratori e dai lettori. Anche da alcuni suoi avversari che ne hanno saputo riconoscere il ruolo indispensabile per il pluralismo culturale e politico.

Quel pluralismo che oggi viene messo in discussione dai tagli ai finanziamenti per l’editoria, previsti nella legge di stabilità, che non colpiscono solo «il manifesto» ma altre decine di testate.

Senza «il manifesto» anche noi resteremmo senza voce. Invece abbiamo bisogno di parlare, a volte di gridare.

* presidente nazionale Arci

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