Piazzale Loreto è un luogo simbolo della Resistenza. Qui il 10 agosto 1944, su ordine degli occupanti tedeschi, furono trucidati quindici antifascisti precedentemente incarcerati. Massimo Castoldi, nipote di Salvatore Principato, uno dei fucilati, filologo e critico letterario, già autore di ricerche sulla Resistenza e la Deportazione, grazie anche al recupero di fonti inedite, ha dedicato a questa vicenda un ampio lavoro di ricostruzione storica: Piazzale Loreto. Milano, l’eccidio e il «contrappasso» (Donzelli, pp. 233, euro 25).
Il libro parte da quella mattina del 10 agosto, quando i quindici uomini, all’alba, furono prelevati dal carcere di San Vittore, dal sesto raggio destinato ai prigionieri politici, e trasportati fino a piazzale Loreto dove trovarono subito la morte per mano dei militi della Legione Muti.

TUTTA L’OPERAZIONE, passaggio dopo passaggio, fu condotta da italiani. Italiana era anche la segretaria del capitano delle SS Theodor Saevecke che trascrisse l’elenco dei quindici nominativi. In un primo momento, secondo la testimonianza di un tenente delle SS, «gli italiani» addirittura «suggerirono l’impiccagione di un centinaio di persone davanti alla stazione centrale». I tedeschi, dato l’ordine, si limitarono ad assistere. Il luogo e le vie d’accesso furono presidiate dai militi della Gnr (Guardia nazionale repubblicana), presente il comandante Gianni Pollini. Con lui anche il capo della provincia Piero Parini. I corpi furono lasciati esposti per più di dodici ore sotto il sole d’agosto, oggetto anche di offese e scherno da parte dei miliziani della Muti e della Gnr. Furono anche posti sul luogo un cartello per rivendicare la «rappresaglia» e un manifesto della Repubblica sociale italiana realizzato da Gino Boccasile raffigurante un plotone d’esecuzione che spara alla schiena di un «traditore». Il pretesto per l’eccidio fu un attentato, avvenuto l’8 agosto, mai rivendicato dalla Resistenza, ai danni di un autocarro tedesco che stazionava in viale Abruzzi, che uccise almeno dieci civili italiani e ferì leggermente alla guancia un caporale tedesco.

CIÒ CHE AVVENNE fu ricostruito, tra l’aprile e il settembre 1946, dallo Special Investigation Branch britannico, che raccolse tutte le testimonianze possibili, anche di parte fascista, per intentare un procedimento penale nei confronti dei responsabili, ma non se ne fece nulla. Il fascicolo in questione, numerato 2167, fu occultato e rimase, con molti altri relativi alle stragi perpetrate dai nazifascisti in Italia, sepolto in un armadio della procura militare di Roma, in via Cesi.
Il cosiddetto «Armadio della vergogna», portato alla luce solo nel 1994. Grazie a quel fascicolo Theodor Saevecke fu alla fine processato e condannato all’ergastolo come unico responsabile (per quanto la catena di comando tedesca fosse ben più lunga) in contumacia nel 1999; d’altro canto nel dopoguerra aveva fatto carriera nella polizia tedesca ed era stato reclutato dalla Cia con il nome in codice di agente «Cabanjo».
Attraverso l’esame del fascicolo 2167 e alla personale raccolta da parte di Castoldi di diverse testimonianze quegli avvenimenti sono stati ora pienamente chiariti.

PIAZZALE LORETO rimase un punto costante di riferimento per tutti coloro che avevano combattuto e si riconoscevano nella Resistenza. Già nel 1945 fu eretto un cippo, ma la guerra fredda, con tutte le sue divisioni politiche, condizionò inevitabilmente le celebrazioni, e solo nel 1961 si arrivò a un vero monumento.
Castoldi, dopo aver ripercorso in un’ampia parte del libro la biografia dei quindici martiri, conclude il suo lavoro con una riflessione sulla memoria «difficile» di piazzale Loreto, non divenuta «fondativa dell’Italia libera e democratica», anche per via di una destra italiana che anziché riconoscersi nei valori liberali ha «guardato con nostalgia a Mussolini», aiutata spesso da una stampa scandalistica tesa a parlare di «due piazzale Loreto», mettendo in relazione quella dei partigiani con quella del 29 aprile 1945, quando furono esposti a testa in giù i cadaveri di Mussolini e degli altri gerarchi a celebrare la fine del regime fascista, trasformandoli «nelle vere vittime». Amara è la considerazione finale: «È una storia che è stata usata, deformata, immaginata e adattata alle esigenze del momento, piuttosto che indagata e ricostruita».