closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Il Job Act non dà frutti, cambiamo verso

La seconda parte del Job Act, dopo quella che ha permesso di stipulare contratti a termine di durata triennale senza indicare la causalità, nel decreto Poletti, sta per uscire dal carretto dei gelati di Renzi, passando al senato per la commissione lavoro presieduta dall’ex ministro Maurizio Sacconi.

La prima parte del Job Act, a differenza di cosa hanno provato a raccontare recentemente alcuni ministri del sindaco d’Italia, non sta funzionando cioè non crea nuovi posti di lavoro.

Da febbraio a luglio 2014, gli occupati in Italia sono passati da 22.316.331 a 22.360.459, facendo registrare un aumento di circa 44 mila unità, più 0,2%. Peccato però che questo piccolo incremento non dipenda affatto dal decreto ma bensì dal piccolo e temporaneo miglioramento della produzione industriale che ha interessato il sistema nei primi mesi dell’anno. E che, soprattutto, quegli occupati in più siano tutti precari. Aumentano, come era ampiamente prevedibile, i contratti a tempo determinato e diminuiscono in modo consistente gli indeterminati. Una sostituzione, confermata dai dati sulle comunicazioni obbligatorie.
Insomma, il lavoro precario ha continuato a mangiarsi il lavoro stabile. La crescita, peraltro, secondo l’Istat riguarda «quasi esclusivamente gli uomini». Le lavoratrici donne, in valori assoluti, tra febbraio e luglio sono diminuite di 13 mila unità, da 9.316.000 a 9.303.000. Quindi le azioni del governo per creare lavoro e contrastare la disoccupazione si concentrano sul disegno di legge in arrivo.

Quel che si conosce ad oggi del decreto ci dice che il governo della velocità non sta cambiando verso alle politiche del lavoro. Si prosegue nella svalutazione del lavoro stesso e dei lavoratori iniziata con le politiche neoliberiste e del austerita perseguite anche dagli esecutivi precedenti, aggredendo dopo il 18 anche l’articolo 13 dello statuto prevedendo il possibile demansionamento con le conseguenti perdite di professionalità e salario fino immaginare il controllo a distanza dei lavoratori riducendo le tutele conquistate su privacy e libertà individuale.

Il contratto a tutele progressive diventa un abnorme periodo di prova al lavoro che si aggiunge agli esistenti, entra in conflitto e viene mangiato dal decreto Poletti che rende e renderà sempre più competitivo assumere a termine rispetto al tempo indeterminato, indipendentemente dagli eventuali incentivi che qualche esponente del minoranza Pd propone in ordine sparso. Se davvero si vuole rafforzare la possibilità di creare nuovi posti di lavoro stabili almeno nel tempo è necessario cancellare la stragrande maggioranza delle norme e dei contratti che sino ad oggi hanno alimentato la precarietà correggendo anche il recente e inefficace decreto Poletti. La libertà di licenziamento in Italia e già molto alta (solo nel 2013 vi sono stati 900 mila, tra collettivi e individuali. Sono questi i numeri che il premier dovrebbe guardare non le cause di reintegro. La sospensione anche temporanea dell’attuale e insufficiente art.18 è un ulteriore indebolimento del lavoro e una sottrazione di diritti soggettivi.
La discussione che andrebbe fatta è su come ricostruiamo nuovi diritti anche a fronte del cambio di tecnologie, della nuova divisione del lavoro e di un welfare da reimmaginare, unendo redistribuzione del lavoro a redistribuzione del reddito. In parlamento noi vogliamo sfidare il governo a cambiare davvero verso, costruendo con chi ci sta un fronte per il lavoro, dalla precarietà alla stabilizzazione, dalla disoccupazione alla creazione di nuovi posti di lavoro.

Ci sono atti che non costerebbero e si possono fare da subito per distribuire lavoro, come la soppressione immediata degli incentivi per le ore di straordinario che oggi rendono più conveniente e meno costosa un’ora di straordinario rispetto ad un’ora di lavoro ordinario cannibalizzando i posti di lavoro. Ed altre che potrebbero essere finanziate con i risparmi fatti e previsti sulle pensioni dalla riduzione dell’età pensionabile, sino alla liberazione di tutti coloro, come i «quota96» e i ferrovieri, che sono trattenuti al lavoro dagli errori della Fornero. Altre ancora finanziando e utilizzando diversamente gli ammortizzatori sociali a partire dai contratti di solidarietà per distribuire il lavoro nelle crisi aziendali. Il lavoro da chi lo ha perso a chi lo cerca, da chi lo insegue da anni di contratto in contratto di conferma in conferma non ha 1000 giorni di tempo e se il governo non aggredisce la disoccupazione non avrà neanche lui i «suoi» 1000 giorni e le battute stanno a zero.