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Editoriale

Il genio italico e l’invenzione del listino

Invenzione. Secondo il dizionario, ideazione, creazione o introduzione di oggetti, prodotti, strumenti e altre cose precedentemente non esistenti. E ci siamo, con la riforma costituzionale. Si sente di un accordo nel Pd: aprire al senato elettivo, ma senza toccare il testo già approvato, che – ahimè – dice il contrario. Un senato elettivo i cui componenti non sono eletti. Una insostenibile aporia, e un’invenzione. Con un senato elettivo, ma non troppo, il genio italico colpisce ancora. La chiave sarebbe un listino.

Come quello che un tempo avevamo a livello regionale, e che a furor di popolo era stato sostanzialmente espunto nella ultima stagione statutaria. Doveva servire a portare presenze qualificate e competenze nei consigli regionali a sostegno dei governatori, ed era poi in prevalenza diventato luogo di mercimonio politico o asilo per amici, sodali, parenti e clienti. Che si voglia adesso rispolverare a livello nazionale già segnala quanto sia bassa la mediazione.

Un parlamentare è davvero eletto se viene personalmente scelto dagli elettori, in una diretta competizione con altri. Qualunque altro sistema, nel degrado generale che ci accompagna, non promette buoni risultati. Un listino presumibilmente votato in blocco e in collegamento con un candidato governatore o con una lista di partito, significa invece un senato di nominati, per di più – se rimane il testo fin qui approvato – scelti da chi non merita e tra chi non merita. E che si aggiunge a una camera parimenti composta in larga misura di nominati, per l’infernale meccanismo dei capilista a voto bloccato. Tutto, pur di evitare che il popolo sovrano scelga chi lo rappresenta.

Pare che una parte della tremebonda dissidenza Pd sia disponibile. Visti i precedenti, non meraviglia, anche se non se ne capisce la ragione. Senza cambiamenti radicali del copione sono già oggi dei morti che camminano, e ben dovrebbero saperlo. Fa tenerezza – o forse rabbia – la menzione dei malesseri della «nostra gente», del «nostro popolo», che qualche leader, un tempo autorevole, timidamente mette in campo. Erano richiami frequenti nel gruppo dirigente di quella che fu una grande sinistra. Avevano un peso reale, perché segnavano il comune sentire che legava la base al vertice del partito, e la condivisione profonda di valori e di obiettivi.
Ma qualcuno dovrebbe spiegare che oggi quel popolo non c’è più. E che è stato disperso non da una strega cattiva, ma da una ditta che ha cambiato ragione sociale. Cosa ha a che fare con quel popolo un partito che toglie ai lavoratori gli strumenti per la propria difesa, che sbaracca la scuola pubblica, che taglia i servizi essenziali, che non combatte le diseguaglianze, che addirittura toglie ai poveri per dare ai ricchi come si progetta con l’Imu e la Tasi? È un disegno regressivo, e la radice è nella ricerca di voti ovunque si possano raccogliere. Dov’è un progetto di sinistra? E se si nega il progetto, si nega anche il «popolo» che in esso si può riconoscere. Del resto, chi ha avuto modo di frequentare anche occasionalmente i circoli territoriali del Pd sa che ormai i militanti di oggi sono molto diversi da quelli di un tempo. Il «popolo» che fu se n’è andato, in massa. E la speranza dell’esangue sinistra Pd di riconquistare il partito male si colloca nel «popolo» di oggi.

Proprio per questo il disegno renziano è coerente, e non di sinistra. Gli argomenti che lo sostengono sono inesistenti. Il risparmio di spesa si riduce a spiccioli, e più o meglio si perseguirebbe tagliando in modo bilanciato il numero di deputati e senatori. Il bicameralismo paritario può essere superato mantenendo il carattere elettivo, come l’esperienza di molti paesi ampiamente dimostra. L’obiettivo vero è invece proprio l’asservimento delle assemblee elettive all’esecutivo e al leader, e la riduzione degli spazi di democrazia e di partecipazione. A questo sono funzionali il sistema elettorale col suo megapremio di maggioranza al singolo partito e il ballottaggio, e la riforma costituzionale. A questo fine, un ectoplasma di senato è un ottimo risultato. E non dimentichiamo la maggiore difficoltà di ricorso al referendum popolare. A cosa serve tutto questo se non a zittire il dissenso, per portare avanti politiche che un tempo avremmo definito antipopolari, e che oggi per alcuni recano il segno della modernità?

Quindi, lasciamo in pace il «nostro popolo». Non sarà riconquistato con appelli sentimentali, ma solo difendendo gli spazi di democrazia che ad esso possono dare voce. Si combatta dunque fino in fondo per un senato genuinamente elettivo. Questo è oggi il terreno di scontro, e le invenzioni di Renzi lasciamole a lui. Anzi, non vorremmo che qualcuno ce lo copiasse. Brevettiamolo, e mettiamolo sul mercato.