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Editoriale

Il fragile argine olandese

Una buona notizia. Dunque lo xenofobo Wilders non ha vinto, fortunatamante non ce l’ha fatta ad essere il primo partito in Olanda. Ha funzionato lo spauracchio di una deriva sovranista-razzista nel cuore d’Europa. Anche se i sondaggi degli ultimi giorni e l’ultimo confronto elettorale con il premier Rutte proprio questo insistevano a spiegare: che i conservatori di destra recuperando un impianto nazionalista, sia di fronte all’Europa che verso il nodo dei migranti, coprivano in parte ormai lo spazio elettorale di Wilders. Senza dimenticare l’«aiutino» della polemica con il Sultano Erdogan che ha perfino restituito autorità occidentalista alla scialba leadership della destra di governo olandese.

Una buona notizia che dà respiro alla situazione europea, allontana la Nexit (l’uscita dalla Ue della Nederland) e che precipita sulla destra xenofoba, in primo luogo della Lega di Salvini e la sua premiership nella destra italiana, ma scalfisce e non insidia invece Marine Le Pen che come Wilders, può vantare uno spostamento iper-nazionalista a partire dai risultati del voto olandese. Dove è vero che Rutte vince ma perde 8 seggi in parlamento, e Wilders non vince ma arriva a 20 seggi guadagnandone 4 e – promette – non ce lo leveremo dai piedi facilmente. E poi c’è la conferma del voto ai liberali di sinistra contrari comunque alla xenofobia (ma a destra del nostro Pd). Soprattutto c’è la novità dell’exploit dei Verdi che conquistano ben 16 seggi, grazie ai voti dei giovani e a spese della sinistra tradizionale dei socialdemocratici. Che crollano. Ed è il nodo di questo voto: a chi sono andata i voti della sinistra tradizionale? Certo, ai Verdi ma c’è da temere anche a destra.

Il quadro per una soluzione di governo intanto resta più che incerto. Ma – ecco il rischio pericoloso – comincia la retorica dello scampato pericolo. Perché tutto deve continuare come se nulla fosse. Invece la non-affermazione di Wilders non è la sconfitta del populismo e non ancora l’«inversione di rotta» rispetto alla Brexit e alla vittoria di Trump, come ha dichiarato il premier olandese Rutte. «Uno stop alla destra anti-Ue ora rilancio», insomma andiamo avanti ha dichiarato Gentiloni. Con la stessa retorica disadorna – l’aula era praticamente deserta – con cui al Parlamento europeo ha provato a convincere (se stesso?) del fatto che l’Europa a due velocità, sancita ormai dai governi di Italia, Germania, Francia e Spagna «non è la nascita di una Europa di seria A e una di serie B». Il segnale olandese è buono ma l’argine è ancora fragile. Perché il pericolo del populismo di destra anti-sistema pur non vincendo ancora nei numeri, condiziona ormai le scelte dei governi e delle istituzioni a partire subito dalla nuova stretta europea sui migranti. Che ora respingiamo, arrestiamo, esternalizziamo nei campi di concentramento di Paesi (come Libia, Turchia, Niger, Etiopia, Eritrea) ben disposti perché remunerati, ma che o fanno scempio dei diritti umani o spesso non esistono più in quanto Stati – per responsabilità delle guerre occidentali che continuano in rivoli di guerre civili.

Avanti così, fino alle fanfare del prossimo vertice di Roma del 25 marzo convocato nei 60 anni dei Patti che sancirono la nascita del mercato comune europeo mentre l’Unione europea dei cittadini non c’è mai stata n’è c’è tuttora. C’è soltanto quella dei muri (nuovi e nostri a ovest, tra Calais e Dover, a Ceuta e Melilla, e in tutto l’Est), quella delle esclusioni, dell’austerità, dei bilanci bloccati per legge e per costituzione come il fiscal compact finito nella Costituzione italiana, quella delle spese militari per nuovi conflitti armati, dell’economia globale finanziarizzata, delle privatizzazioni. Questa è l’attuale Unione europea.

La vittoria di Rutte illumina la perversa rotta attuale: le leadership europee per battere il populismo (sempre e solo di destra) recuperano e assumono la dimensione nazionalista. E infatti l’Europa che avanza è quella delle nazioni, non uno spazio internazionale necessario con al centro non il mercato unico ma il welfare comune, per una giustizia sociale cancellata. Anzi l’Ue è ridotta ad essere il continente politico delle nazioni più forti (salvo ripicche e accuse sui rispettivi debiti pubblici) con al centro la Germania speciale solo perché riunificata dopo l’89. Se questo è il clima, è solo l’alimento di un nuovo e peggiore populismo, quello che insieme alla xenofobia e al razzismo rivendicherà anche la protezione, naturalmente nazionale, degli strati colpiti dalla crisi. Lo ha già cominciato a fare Orbán in Ungheria e lo chiedono ormai dappertutto le leadership xenofobe in Europa – come fa Marine Le Pen ogni giorno in chiave anti-migranti – e nel mondo.

Qui il vuoto a sinistra sembra una voragine incolmabile. ma è necessario riempirla, pena la deriva nella barbarie.