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Editoriale

Il fallimento del governo a rapporto

Due fatti ieri si scontravano a distanza. A Palazzo Chigi, la presentazione del rapporto integrato sul mercato del lavoro 2017. A Napoli un gruppo di disoccupati e di precari ha contestato il presidente del Consiglio e subito sono stati respinti con violenza dalla polizia. I giovani di Napoli non avevano bisogno delle dichiarazioni trionfalistiche alla Renzi che Gentiloni ha fatto curvando le statistiche ufficiali. Lo vedono da sé che lavoro non ce n’è e quel poco che c’è è precario, privo di diritti, sottopagato. Ma persino il giornale della Confindustria non scherza. La prima cosa che riporta è l’aumento dei contratti a termine, in particolare quelli di breve durata. Il che preoccupa non poco anche il Presidente dell’Inps, Tito Boeri. Erano poco meno di 4 milioni i lavoratori coinvolti nel 2016 da rapporti di lavoro a termine, in forte crescita sui tre milioni del 2012. Dal primo trimestre del 2017 la precarietà cresce ancora fino a raggiungere nel secondo trimestre un + 4,8%.

Mentre rallenta la crescita dei dipendenti a tempo indeterminato, anche perché i padroni attendono gli sgravi previsti dalla legge di bilancio 2018 e intanto utilizzano a piene mani il famigerato decreto Poletti che liberalizzò totalmente la possibilità di assumere a termine. Muta quindi il rapporto non solo nei flussi ma anche negli stock occupazionali fra lavoratori a tempo indeterminato e quelli a termine, squilibrandolo nella direzione di questi ultimi. Il Jobs Act è stato quindi un totale fallimento, malgrado sia costato, facendo media fra le stime, attorno ai 20 miliardi di euro, poiché invece di incrementare il lavoro permanente, come era nelle sue conclamate finalità, ha accresciuto quello precario.

Guardando il tasso di occupazione, salta agli occhi il disastro prodotto dalla crisi, ma soprattutto dalle politiche dei governi: tra i più giovani ha perduto ben 10,4 punti percentuali, mentre quello degli over55 è cresciuto di 16 punti, chiaro effetto della legge Fornero che costringe a prolungare l’età lavorativa. Difatti il Rapporto registra un aumento crescente dell’età media della forza lavoro. Se mettiamo insieme l’incremento del lavoro a termine e la conseguente ansia di essere confermati, con l’invecchiamento dei lavoratori e ci aggiungiamo le carenze di sicurezza nei luoghi di lavoro, ma soprattutto l’incremento dei ritmi, capiamo subito perché sono tornati ad aumentare gli infortuni sul lavoro, dell’1% tra il 2015 e il 2016. Nei settori più a rischio, dove peraltro è concentrata una maggiore percentuale di immigrati, come l’agricoltura e le costruzioni, il rischio di morire durante il lavoro è rispettivamente quadruplo e triplo del valore medio. Tra i lavoratori autonomi non va meglio: 430mila posti in meno nel periodo 2008-2016 (con un calo concentrato tra i collaboratori), mentre la Pubblica Amministrazione ha perso 230mila unità per il blocco del turn-over.

Il Rapporto fornisce anche dati significativi che spiegano la «fuga dei cervelli». Tra le 125 professioni «vincenti», ovvero quelle in aumento rispetto alle altre 385 in calo, compaiono quelle di baristi, camerieri, commessi, camionisti, badanti, addetti alla pulizia, tutti settori a bassa o nessuna qualificazione e scarsa produttivita, che difatti è diminuita in generale dell’1% nel corso del 2016.

Il tasso di disoccupazione è fissato all’11,2%, al quart’ultimo posto tra i paesi Ue28. Ma è assai più alto nella realtà, poiché per essere considerato «occupato», per il Rapporto che usa i criteri statistici correnti ma mistificanti, basta avere lavorato anche una sola ora, retribuita o no, nell’arco della settimana.

I contestatori di Napoli hanno ragione. Dovrebbero essere milioni.