La mattina dopo il massacro della scuola militare a Peshawar che ha visto un bilancio di oltre 130 studenti e una decina di insegnanti uccisi, non è stata solo una giornata di dolore, cortei funebri e bandiere a mezz’asta nel primo dei tre giorni di lutto nazionale. Molto si muove: tra le intelligence, i capi militari, gli esponenti politici pachistani e internazionali. E l’onda lunga di Peshawar muove anche gli americani a prestar maggior attenzione a quel che avviene nel quadrante dove si incastrano le vicende afgano-pachistane: Obama ha convocato ieri una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza nazionale per valutare «potenziali minacce». Per gli americani del resto, Islamabad è un alleato scomodo ma fondamentale, una pedina sulla quale ogni anno il Pentagono gioca un chip milionario. Per l’anno fiscale 2014 sono stati chiesti al Congresso 766 milioni, la metà dei quali sono per assistenza militare il che fa del Pakistan il quarto beneficiario dell’aiuto Usa dopo Afghanistan, Israele e Iraq.

Ma se a Washington qualcosa si muove, molto di muove anche a Islamabad – dove il premier Nawaz Sharif ha decretato la fine della moratoria sulle esecuzioni capitali in caso di terrorismo – e tra Islamabad e Kabul dove ieri è volato Raheel Sharif, il capo dell’esercito pachistano, che ha incontrato il neo presidente Ashraf Ghani e il comandante Nato John Campbell. Questa volta, anziché assistere all’ennesima reprimenda di Kabul per l’ospitalità concessa ai talebani afgani, le parti si sono invertite. Raheel ha chiesto aiuto a Kabul proprio per i santuari afgani che ospitano i talebani pachistani tra cui il capo del Tehreek-e-Taleban Pakistan (Ttp), mullah Fazlullah (noto come Radio mullah). Secondo Raheel gli ordini per la strage di martedì sarebbero partiti proprio dall’Afghanistan: dal cellulare di Umar Naray (alias Umar Khalifa Adinzai, comandate della piccola fazione Tariq Geedar con base nella zona di Darra Adam Khel e già responsabile di un attacco contro un aereo della Pakistan Airlines a Peshawar in giugno). Anche lui è rifugiato sulle montagne afghane. La sua fazione ha anche mostrato immagini del commando stragista: sei uomini tra cui il comandante Omar Mansoor, tutti rimasti uccisi.

Intanto il Ttp ha ribadito che l’ordine era di uccidere solo gli «adulti» figli di militari. Avrebbero anche fatto girare immagini di giovani ragazzi ammazzati in Waziristan dall’operazione militare del governo «Zarb-e-Azb» (iniziata in giugno) cercando di confutare l’evidenza della strage. Di fatto il massacro di martedì – e di cui ancora non è ben chiara l’intera paternità (il Ttp si è scisso nel 2014 in più fazioni spesso in guerra fra loro) – segna un’ulteriore spaccatura nella galassia in turbante, al netto di chi considera i talebani pachistani e afghani come figli di uno stesso padre: proprio sul sito ufficiale della shura di Quetta, che fa capo a mullah Omar – il fondatore storico dei talebani afghani – campeggia da ieri una presa di distanze dalla strage senza se e senza ma. Ma nel comunicato della shura di Quetta c’è di più: non solo la «condanna» del massacro perché «l’uccisione intenzionale (si noti il termine intenzionale ndr) di gente innocente, donne e bambini è contro i principi dell’Islam e va esecrata senza distinguo» ma anche perché il documento prende le distanze dalla strage di Yahya Khel nel Paktika afghano dove, a fine novembre, decine di spettatori di una partita di pallavolo sono state uccise da un kamikaze.

La galassia talebana dunque non è solo braccata: è in fermento e spaccata. Finora l’ha fatta franca proprio approfittando della lotta tra Pakistan, India, Afghanistan e Nato, riuscendo a servirsi molto spesso della protezione di servizi segreti compiacenti pur di far danno al Paese nemico. Fenomeno arricchito dal denaro che arriva dal Golfo, dall’Iran o dall’Arabia saudita sempre in cerca di alleati per combattersi per interposto Paese. Ma la tolleranza o addirittura la connivenza tra gruppi radicali e servizi ha finito per allevare mostri che si sono poi rivoltati anche contro la mano di chi li nutriva (lo stesso è per altro avvenuto con Al Qaeda). Se Kabul e Islamabad troveranno un accordo e sapranno sfruttare le divisioni interne, il radicalismo islamico avrebbe vita davvero difficile anche perché il consenso, figlio della povertà di queste regioni, si è ormai ridotto al lumicino davanti a stragi come quella di Peshawar con numeri così enormi che per trovare analogie bisogna tornare al 2007, anno di nascita del Ttp, quando un attentato in ottobre a Benazir Bhutto (che poi fu uccisa in dicembre) lo pagarono 139 vittime civili.

Il Ttp, sfiancato dall’operazione Zarb-e-Azb, sembra giocare l’ultima carta rimastagli: il terrore puro. Ma se perde l’aiuto dei servizi deviati e i rifugi sicuri su cui anche Kabul ha chiuso un occhio e se si prosciugano i finanziamenti occulti che lo sostengono, la partita potrebbe chiudersi. Solo con la violenza? Non sembra quella l’unica strada e ripristinare la pena di morte non risolverà. In Pakistan come in Afghanistan va tentata anche la via negoziale con chi ha orecchie e anima per praticarla. Il documento della shura di Quetta indica che anche questo cammino va percorso.