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Editoriale

Il discorso sulla sovranità nazionale è congeniale alla destra

Nazionalismi e capitale. Tra il 1999 e il 2003 i movimenti di lotta tentarono di incalzare i dispositivi di sfruttamento attraverso i confini e sullo stesso terreno globale dell’accumulazione

Un'opera di Mimmo Paladino

I socialisti che votarono i crediti di guerra a favore della macelleria che devastò l’Europa tra il 1914 e il 1918 erano di «sinistra» e buoni patrioti.
Il successo della rivoluzione d’ottobre fu invece la conseguenza di una scelta decisamente antipatriottica. Rievocare tutto questo nella polemica contemporanea tra «sovranismo» ed europeismo è senz’altro una mossa tendenziosa, anche se non così spudoratamente impropria come il richiamarsi al «patriottismo» di Machiavelli o di Rousseau.

Ogni cosa deve essere ragionevolmente riferita al suo contesto. Se la Costituzione italiana, che nel frattempo ha affiancato alla «sacra difesa della patria» la sacra difesa del pareggio di bilancio, usava quella retorica e quella terminologia patriottica, all’indomani dell’occupazione tedesca e della secessione di Salò, sulla soglia di un enorme lavoro di ricostruzione, lo si può facilmente comprendere.

Oggi no, è un’altra storia, un altro mondo. Converrà allora uscire da queste maschere della commedia dell’arte per guardare alla realtà che ci sta di fronte. Il discorso della sovranità nazionale è totalmente egemonizzato dalla destra.

Non è un caso: è il discorso che le è più proprio e congeniale, pensare di sottrarglielo è impresa vana. Esorcizzare questa realtà sventolando la Costituzione ha lo stesso effetto di agitare il crocifisso per scacciare un vampiro laico.

Il potere statuale nazionale non è mai stato un argine al processo di accumulazione del capitale, se non nelle fasi di rottura rivoluzionaria, ma una sua articolazione. Gli stati, in competizione tra loro, non hanno che cercato di adattare la propria struttura sociale, fiscale ed economica alle esigenze delle multinazionali (vedi, per fare un solo esempio assai chiaro, l’Irlanda).

Attirare investimenti ad ogni costo è il motto iscritto su tutte le bandiere nazionali. Ed è esattamente questa competizione fra «priorità nazionali», tutt’altro che costruita dal basso, a vanificare qualsiasi spazio politico europeo. Può darsi che un potere sovranazionale democratico in grado di imbrigliare gli spiriti animali del mercato, e semmai anche proteggere dalle derive autoritarie dei governi, sia una pia illusione. Ma che una singola entità statuale, se non si vuole ispirare all’Albania di Enver Hoxha, non sia in grado di farlo è una certezza. Il tempo presente non offre esempio alcuno di poteri statali non compromessi con le leggi del mercato globale o espressione inequivoca di una democrazia impegnata a difendersene efficacemente.

Il nazionalismo non è che il dispositivo che delocalizza le contraddizioni sociali fuori dai confini dello stato, esattamente come il capitale delocalizza le sue risorse produttive.

Entrambi dei confini hanno bisogno poiché garantiscono quell’asimmetria che è il campo di gioco della rendita, dei profitti e della speculazione. Perché impediscono ogni via di fuga, ogni strategia di esodo da quelle gerarchie sociali corrotte che si presentano come difensori dell’interesse nazionale. Già piovono accuse di alto tradimento nei confronti dei giovani che migrando cercano di sottrarsi alla miseria culturale ed economica, oltre che politica, di questo paese.

Si può, come sostiene ragionevolmente Emiliano Brancaccio, limitare la libertà di circolazione dei capitali? Se mai fosse possibile e sufficiente è comunque difficile immaginare che questa impresa sia alla portata di sovranità nazionali in competizione tra loro. Assai più probabile è che il confine imprigioni e reprima ben altre libertà.

Vi è stato invece un non breve periodo, tra il 1999 e il 2003, nel quale i movimenti di lotta tentarono di incalzare i dispositivi di sfruttamento attraverso i confini e sullo stesso terreno globale dell’accumulazione.

Quel movimento fu sconfitto, non tanto da un qualche vizio utopistico di fondo o dalle sue molte debolezze, quanto da una impressionante sequenza di violenza e di terrore, che permise ai governi nazionali di servirsi delle politiche di emergenza per ridurre ulteriormente gli spazi di democrazia e aumentare le proprie prerogative di comando e di controllo.

Non si dovrebbe dimenticare che non appena si presentava un momento sovranazionale di conflitto, a partire da Genova 2001, i governi europei si scalmanavano nel reclamare la sospensione di Schengen, praticandola di fatto.

Quel movimento, che non fu una «grande potenza», come incautamente fu sostenuto all’epoca, ma una prospettiva politica che faceva i conti con la realtà della globalizzazione, è almeno qualcosa che abbiamo visto, a differenza di quelle «sovranità nazionali» riconquistate dal basso e dedite alla difesa dei più deboli di cui non si è vista la minima traccia.

Nel deserto che stiamo attraversando converrebbe ispirarsi a qualcosa che è stato piuttosto che a un feticcio dottrinario.