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Editoriale

Il deficit sale sul muro del 3%

Pier Carlo Padoan

Il 2014 è stato l’anno che tutti, a parte i cantori renziani, si aspettavano. Il Pil è diminuito dello 0,4%, mentre i conti pubblici sono tendenzialmente in sofferenza. Il fatto che tutti gli indici di finanza pubblica siano sempre sul filo del rasoio è l’esito delle attuali politiche pubbliche.

Sostanzialmente il governo adotta misure che secondo gli annunci e le stime ufficiali dovrebbero far crescere la domanda e quindi il Pil, ma che in realtà impattano negativamente sulle aspettative di crescita. Il che è piuttosto evidente, dal momento alcuni provvedimenti sono costosi e coperti con tagli di spesa che generano una contrazione del Pil maggiore dello stimolo previsto. Con una ulteriore aggravante: si passa da una domanda certa (spesa pubblica) ad una domanda incerta (spesa privata in teoria incentivata dalle misure di cui sopra).

Il saldo primario è diminuito all’1,6% del Pil, mentre il deficit è risalito al 3% del Pil. Se non interverranno dei netti miglioramenti nel 2015, stante gli attuali vincoli europei, il governo dovrà considerare ulteriori provvedimenti tra maggiori entrate e tagli, che si aggiungono ai 7 mld di spending review legati ai provvedimenti del 2014. Conti in bilico e non certo per colpa del lavoro pubblico. Alla fine il mancato rinnovo dei contratti ha determinato un calo del reddito da lavoro dipendente pari allo 0,6% tra il 2013 e il 2014, che diventa 12-13% se prendiamo in esame il lungo periodo. Un “risparmio aggregato” di spesa pubblica di quasi 8 mld di euro.

Se il Pil non cresce è del tutto evidente che i saldi finanziari saranno sempre in difficoltà, e solo grazie alla contrazione del servizio del debito pubblico (interessi) è stato possibile contenere i saldi di finanza pubblica, con un risparmio del 3,5%. Ancora una volta il controllo della finanza pubblica non è l’esito del governo delle entrate e delle uscite della pubblica amministrazione del governo, piuttosto l’effetto dell’azione dalla Bce.

Di particolare gravità è il taglio degli investimenti pubblici del 6%, solo in parte compensati dalle maggiori uscite correnti dell’1,2%, che in realtà si traducono ancora in tagli di spesa pubblica per finanziare gli sgravi fiscali alle imprese (agevolazioni fiscali).
Come se non bastasse, la pressione fiscale cresce dello 0,1% tra il 2013 e il 2014, non proprio coerente con i proclami di Renzi. Ma non è questo l’aspetto più grave. Il fisco con il passare degli anni è diventato sempre più complesso e difficile. Si pensi alle imposte locali che sono un vero e proprio incubo.

Alla fine il 2015 rimane un anno con poche speranza. Il Pil dovrebbe crescere in ragione dei provvedimenti del governo, ma questi hanno, per il momento, sostituito lavoro già esistente. Non un posto di lavoro in più è stato creato e il taglio degli investimenti pubblici non è un bel segnale.

  • giorgioforti

    Il governo Renzi, seguendo le disposizioni di quelli che contano in Europa, non può avere una propria politica economica: ha semplicemente accettato i metodi del liberismo imposto da altri, secondo i canoni adottati dall’Occidente, senza avere un proprio pensiero tanto meno un proprio progetto. C’è da chiedersi se il governo davvero si aspetti che la mano nascosta del mercato metta a posto tutti i problemi dell’economia e del lavoro, in tempo utile perchè il Paese non decada alla situazione del terzo mondo. In Grecia i dirigenti di Syriza lo hanno capito, ed hanno, nelle loro condizioni ben peggiori delle nostre, cambiato metodo. Vogliono progettare la loro economia, e stanno contrattando con l’Europa sapendo cosa fare. Hanno cioè una loro cultura economica e politica, che speriamo possa giovare anche a noi ed all’Europa.