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Il capitalismo vive una crisi di paradigma e si naviga a vista

La crisi. Nella tempesta perfetta, resiste la finanza che fa ballare le borse con la speculazione. L’unica a non risentire degli effetti della pandemia

Ieri a Wall Street

Ieri a Wall Street

Il tempo che dobbiamo vivere non lo possiamo scegliere, ma se potessimo farlo, perché non scegliere quello della «tempesta perfetta»? Perché non cogliere la sfida del nostro presente? Le aspettative della classe dirigente e l’organizzazione della società, sull’onda della crisi economico-sociale iniziata nel 2007, continuata nel 2011 e precipitata con il coronavirus, è incapace di emanciparsi dall’abisso.

E proiettarsi così a quella vertiginosa altezza che evoca il potenziale di cambiamenti radicali.

Alcuni Paesi avevano appena recuperato parte della crisi del 2007 e del 2011, ma il coronavirus ci ricorda che accade sempre qualcosa. La sensazione è quella di una crisi epocale di cui ogni giorno troviamo una nuova conferma; si potrebbe definirla «crisi di paradigma» che richiama l’essenza, la struttura e le istituzioni del capitale, cioè una crisi del «fare» e una crisi del «pensiero»; poco importa che si enfatizzi la stretta dimensione economica o la sua controparte politica: è l’assenza di equilibri almeno temporanei a costituire il metro della sconfitta, il segno del nostro navigare a vista.

NON È LA PRIMA volta che accade, ma questa crisi sembra più difficile da sciogliere, e probabilmente non solo perché è quella che ci è più prossima. Il capitalismo evolve e in quanto tale nella crisi ricostruisce sé stesso su nuove fondamenta. Riprendendo Marx, la storia dell’economia, del lavoro e del capitale, delle grandi e piccole crisi, che è scritta certamente con il concorso del capitale e del lavoro, non può prescindere dal considerare il ruolo cruciale di ciascuna delle altre istituzioni. Diversamente sarebbero inconcepibili concetti quali società del ben-essere e diritto liberale (positivo) che hanno mutato il segno e contenuto del capitale.

IN QUESTO momento l’Europa, madre del diritto positivo e del ben-essere, sta diventando pre-capitalistica. Attraversare un’epoca nella quale il ruolo dello Stato trova spazio solo una-tantum è disarmante. Purtroppo non abbiamo un Roosevelt europeo e una controparte coerente sul piano teorico (Keynes).

Al massimo abbiamo dei mainstreams che si autoriproducono.

La finanza rappresenta bene lo stato dell’arte della società. Le borse non chiudono – dovrebbe essere una scelta europea e non di un solo stato -; le società di questo settore non realizzano i propri margini sul conto «dare e avere» di un anno, ma nella singola operazione, prefigurando un conflitto tra capitale e accumulazione che è un inedito storico e, per alcuni versi, un arretramento rispetto al capitalismo che investiva in beni strumentali da cui estrarre, nel tempo, un certo margine di profitto, sfruttando anche il lavoro dipendente. Questo modello è forse entrato in crisi nel 2007 e con il coronavirus del 2020 non ha ricevuto il colpo di grazia; quando il corso dei titoli cala, qualcuno specula e guadagna.

ALCUNI CONTINUANO a credere che stiamo vivendo un ciclo, passato il quale tutto ritornerà come prima, ma, probabilmente, stiamo vivendo la Storia. La Storia inizia sempre con delle nuove istituzioni del capitale, fossero pure embrionali. Se questa è la sfida della società moderna, in netto contrasto con la società post-moderna, tutti i soggetti sociali dovrebbero misurarsi con questa inedita e per alcuni versi necessaria consapevolezza.

Il capitale, il lavoro e la sua rappresentanza, lo Stato diversamente declinato – difficile immaginare uno Stato nazionale nella situazione data, così come le stesse istituzioni sovranazionali -, hanno un compito paradigmatico, ma faticano a comprenderlo.

Analoghe considerazioni si possono fare rispetto alla politica. Teoricamente avrebbe un ruolo potente, ma è troppo «ignorante» (v. Paolo Leon): fluttua tra la speranza di uscire dalla crisi conservando in tutto o in parte le istituzioni reaganiane, e la possibilità di un governo di stampo keynesiano, con delle rappresentazioni che non fanno giustizia né di Reagan, né di Keynes.

FORSE SAREBBE utile consegnare all’Europa, al Paese e al lavoro la realtà per quella che è, evitando soluzioni a portata di mano. Se è finita un’era economica e politica, e nel mentre non si intravvedono nuove istituzioni coerenti con questo capitalismo all’ennesima metamorfosi, è il momento di liberarsi dai pregiudizi e dalle aspettative personali. Solo le idee possono cambiare il nostro tempo e il futuro che ancora ci appartiene.


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