Nel 1929, Irving Fisher godeva fama di uno dei migliori economisti al mondo. Monetarista convinto, a suo tempo sostenitore di tesi eugenetiche declinate in chiave statistica, Fisher sosteneva che il prezzo delle azioni aveva oramai raggiunto un «elevato livello permanente». Ma non tutte le profezie si avverano o si autoavverano, anzi. Accadde così che le parole dell’ascoltatissimo Fisher venissero smentite dai fatti. Pochi giorni dopo aver pronunciato la propria predizione, infatti, il Big Crash del mercato azionario travolse tutto. Eppure, solo una settimana prima, il 21 ottobre, Fisher aveva rincarato la dose affermando che il mercato azionario, come un organismo colpito da febbre, stava solo espellendo da sé ciò che rispetto a quel mercato poteva definirsi – o, almeno, così Fisher lo definì – «lunatic fringe», la frangia estrema.
Sta di fatto che, di frangia estrema in frangia estrema, fu tutto il sistema a crollare e la reputazione di Fisher con essa.
Per uno strano destino – al di là dei meriti scientifici, che sono altra cosa – il nome di Fisher tornerà d’attualità politica sulla bocca di Milton Friedman e delle sue elette schiere che, negli anni Ottanta dell’imprevedibile Secolo Breve, si rivolgeranno proprio a lui come nume tutelare in funzione anti-keynesiana. Un nuovo ritorno d’attualità lo abbiamo ai giorni nostri, quando le sue ipotesi più propriamente tecniche sulla spirale debito-deflazione hanno ripreso a circolare anche nelle élites americane più orientate all’orizzonte democratico.
Sia come sia, a muovere le crisi, dietro ai fatti contingenti sui quali le statistiche si arrestano, sembra esserci troppo, perché un mero grafico lo contenga. È stato proprio Keynes a intuire che dietro quelle crisi, su un fondo oscuro, si muove una pulsione, umanissima ma dagli effetti disumanizzanti. Quella pulsione che l’economista a cui molti guarderanno dopo il 1929, chiamò «a morbid desire for liquidity».
Questa richiesta di denaro a mezzo denaro, questa costante invocazione di liquidità – da parte di banche e «mercati», oggi bizzarramente declinati all’impersonale plurale – è forse il cuore nero della crisi e di quel casinò-capitalismo che nelle prima pagine della sua Teoria generale l’economista inglese così descriverà: «Quando l’accumulazione di capitale di un Paese diventa il sottoprodotto delle attività di un Casinò, è probabile che le cose vadano male».
Era il 1936 e gli effetti del crollo del ’29 si dispiegavano ancora evidenti su scala globale. John Maynard Keynes aveva allora 53 anni, essendo nato a Cambridge il 5 giugno 1883. Pochi mesi prima, il 14 marzo, a pochi chilometri di distanza da Cambridge, precisamente i 90 che la separano da Londra, moriva Karl Marx. Una coincidenza fortuita, ma non per questo meno significativa.
È proprio questa coincidenza, proiettata in forma di distopia storica, che si trova al centro di Marx & Keynes. Un romanzo economico (Jaca book, pp. 240, euro 12) firmato da un altro economista, Pierangelo Dacrema, che da alcuni anni sta portando avanti una ricerca sulla «fine del denaro» e l’economia postmonetaria. Al cuore del romanzo, documentato e avvincente, ci sono non solo due vite, ma anche due teorie sempre considerate sconfitte sulla scena del mondo eppure destinate a riaffiorare quando una nuova crisi scompiglia i termini primi e ultimi di quella scena. Accomunati dall’anno di morte e di nascita, Marx e Keynes sono da sempre contemporanei della fine del mondo. L’interesse per il loro lavoro riaffiora, soprattutto nei punti in cui ancora sfugge dall’orizzonte salvifico declinato in chiave mainstream.
Nessun ritorno a Marx, nessun bentornato a Keynes: casomai la necessità di inscrivere una rilettura in quel tentativo di andare oltre che già faceva dire a una frase variamente attribuita al filosofo di Treviri, amante ironico delle criptocitazioni letterarie, «moi, je ne suis pas marxiste». Il Capitale, opus magnum di Marx al pari della Teoria Generale di Keynes, diventa allora oggetto delle loro riflessioni, proprio là dove qualcosa al dibattito generale era sfuggito. Il Capitale, leggiamo nel volume di Dacrema, è allora una sorta di elegia dell’impenetrabilità del fatto economico e di uno dei suoi nodi critici dirimenti: il denaro, la cosiddetta «merce esclusa».
Il tempo è denaro, affermava Benjamin Franklin. Ma quel tempo, ora, ai protagonisti del romanzo di Dacrema, proiettati dinanzi alla crisi dei subprime, appare fuori di sesto ben più di quanto potessero immaginare. La velocità ha superato persino l’ultima resistenza materiale, quasi fisica, del denaro. La carta moneta offre un attrito troppo grande perché non debba cedere a quella smaterializzazione che ha già travolto le strutture materiali della società, dado vita a un nuovo feudalesimo digitale. Avanza, favorita dalle tecnostrutture, una forma di denaro che è liquido nella sua dimensione temporale, non meno che in quella materiale. Il desiderio perverso – morbid desire – diventa infinito, perché esteso, potenziato, dilatato, potenzialmente sempre in atto grazie alle tecnostrutture.
Eppure, nelle discussioni fra Keynes e Marx messe in scena nel «romanzo economico», qualche dubbio affiora. «Il denaro è lento», afferma il Marx immaginato da Dacrema, «un cinese povero, legittimamente desideroso di diventare ricco, vuole appropriarsi dello stile di vita occidentale non per i suoi figli ma per sé, non domani ma oggi, subito, ed è la tecnica delle comunicazioni televisive e telematiche a dirgli che l’obiettivo è a portata di mano». Qui è ancora l’uomo – ma per quanto? Per quanto questa lentezza permetterà a un soggetto di desiderare? – a declinare il proprio, per quanto morboso, desiderio. Ma se l’uomo stesse per diventare nient’altro che un orpello, un piccolo desiderio morboso della tecnostruttura del denaro? Infatti, il «denaro esige molti sacrifici, tutti destinati alla sua sopravvivenza e al suo benessere».
In un contesto sistemico di questo tipo, si potrebbe avanzare l’ipotesi -adombrata dai due interlocutori – che il denaro esiga sacrifici umani, ma possa, da un momento all’altro, trascendere dalla presenza stessa e persino dal sacrificio dell’uomo. «La linfa del denaro è il numero, suo unico alimento e appoggio nel mondo. (…) Anche il suo supporto cartaceo è diventato sempre più irrilevante, ragione per cui la vera armatura della moneta è il numero».
«A morbid desire for liquidity»: e se l’uomo stesse per diventare nient’altro che un orpello, un piccolo desiderio morboso da tecnostruttura del denaro? Jacques Ellul scriveva che l’uomo avrebbe presto ridotto la propria parte attiva nel mondo a quella di un essere che, come dinanzi a una slot machine globale, innesca processi che poi non è in grado di contenere. Ancora non è tardi, si dicono con non meno realismo, ma con più senso dell’umana speranza, i due protagonisti nell’appassionante finale del libro. «Non è tardi, ma qualcosa va fatto, ora».
Prima che l’innesco e la smaterializzazione del denaro – magari con l’alibi di «tracciare i capitali» – si riveli fatale e il denaro ridotto a pura liquidity prenda a correre più veloce di ogni gesto, di ogni desiderio, di ogni pensiero, di ogni azione e persino di ogni eventuale, ma a quel punto chissà quanto possibile reazione.