closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Il capitale della sinistra

Tutta mia la città. Forse è questa la bella sensazione che hanno provato le centinaia di migliaia di persone arrivate ieri nella capitale da ogni dove d’Italia. Perché c’erano loro, con i canti, gli slogan, i sorrisi, i balli, le parole d’ordine, i “cordoni”, i megafoni. E intorno il silenzio di una città serena, anche “complice”. Non diremo che è stata una bellissima giornata di sole, né che Roma ha ricevuto come se niente fosse un popolo immenso. Questo lo sanno già tutti perché persino le tv più filo-renziane hanno dovuto arrendersi di fronte all’evidenza dei fatti: una manifestazione sindacale, di ragazze e di nonni, di studenti e di precari, di lavoratori e di militanti, di immigrati e partite Iva che ha invaso gioiosamente, pacificamente le strade romane.

Vediamo invece che cosa la piazza della Cgil ha messo davanti agli occhi di tutti gli italiani.

In primo luogo la ricchezza della rappresentanza. Mille realtà e infiniti volti del lavoro raccontati dai cartelli delle categorie, a indicare la presenza del sindacato anche dove non te lo saresti aspettato (guardie gialle, penitenziarie…). Una conferma, confortante, del radicamento sociale del sindacato contro il luogo comune che lo dipinge come la casta dei burocrati.

Perché si è mobilitato il lavoro vivo. Vero. E se doveva essere una prova di forza, l’esito di questo 25 ottobre ci dice che è pienamente riuscita. Nonostante le critiche, talvolta giustificate, di vetero sindacalismo, di incapacità di includere i più giovani e i meno garantiti, di non avere gli strumenti per coagulare intorno a se un’opinione forte e in grado di oltrepassare gli steccati sindacali, ebbene ieri la Cgil ha dimostrato che questi limiti non hanno modificato i sentimenti più profondi e più forti del sindacato italiano.

Ma quella breve distanza che divide Roma da Firenze, ieri è diventata abissale. Perché mentre Renzi rivendicava a sé e alla Leopolda la forza di creare lavoro (e stendiamo un velo su chi ha fatto da contorno alla corte del giovane premier che ama gli yesman), ieri a piazza San Giovanni c’era la gente che lavora sul serio, e tanta altra gente che il lavoro lo vorrebbe concretamente, non solo nei programmi e nelle promesse. Perché mentre a Firenze lo sponsor (e finanziatore) di Renzi, il finanziere Serra, sosteneva che andrebbe vietato lo sciopero nel pubblico impiego (ma non si vergogna un po’ il segretario del partito democratico – ripeto: partito democratico – ad avere simili supporter?), qui a Roma sfilavano donne e uomini che reclamavano la tutela di un diritto costituzionale.

E’ possibile che tra i sostenitori (compresi parlamentari e ministri) molti non condividano i valori rappresentati ieri da quella massa enorme di cittadini italiani. Ed è altrettanto probabile che il distacco tra i due mondi (assai poco virtuale) non venga colmato, se non in parte, da quei politici della sinistra Pd che a fatica cercano di tamponare la deriva liberista della più grande forza di centrosinistra.

Ora si va verso lo sciopero generale. Invocato dalla piazza che ha alzato il volume dell’applausometro quando la segretaria Camusso lo ha evocato, insieme alla richiesta di una patrimoniale per gli investimenti pubblici.

E di fronte all’abbraccio tra Camusso e Landini, di fronte al “partito di lotta” che unisce tutta la sinistra del lavoro, Renzi commetterebbe un grave errore se pensasse di cavarsela con un twitter o una battuta. Farebbe meglio a prendere atto che ieri, improvvisamente – ma non troppo – la parola sinistra, irrisa e desueta, ha ripreso vita e si è fatta largo in modo prorompente riconquistando lo spazio sociale, politico, culturale che qualcuno vorrebbe negarle.

Possiamo sbagliarci, ma vedendo il corteo ci siamo convinti che una sinistra di popolo, consapevole, fortificata dalla capacità di resistere alla durissima prova della crisi, ha ripreso pienamente il suo diritto di cittadinanza.

  • Federico_79

    … ed ora andiamo avanti, prendiamoci le fabbriche …

  • uasisan

    Cara Norma Rangeri, non dare spago anche tu a ‘sto teatrino politico. Che senso ha portare in piazza i lavoratori se poi firmi vergogne come l’accordo del 10 gennaio che crea danni enormi a chi lavora???

  • Riccardo

    Se Civati e Cuperlo del PD (partito che ha votato l’abolizione dell’art. 18) partecipano ad una manifestazione in difesa dell’art. 18, vuol dire che riescono a darla a bere senza alcuna difficoltà. Pensate che c’è anche chi li difende. E crede alle loro argomentazioni. Certo, io sono del partito democratico, però, giuro, mi è toccato votare per disciplina di partito. Adesso però manifesto con i compagni. Sono quasi da ammirare le facce toste di questi personaggi. E hanno anche un seguito. In altri tempi, li si cospargeva di pece e piume, si ficcavano in un barile e si facevano rotolare giù da una scarpata. Adesso, possono permettersi di giocare doppi ruoli. La loro presenza, ovviamente, fa perdere di peso la manifestazione. Il PD si presenta sempre di più come un grande contenitore, nel quale anche certe contestazioni ci stanno bene, perché dimostrano in fondo quanto sia “democratico” questo partito. Alla fine, risulta che il PD abolisce l’art. 18, ma lo difende, anche. Una vittoria piena di Renzi.

  • Riccardo

    Se il proprietario cinese, americano, tedeco, francese, ecc. è d’accordo… ma non si voleva l’immigrazione? Non si volevano gli investimenti dall’estero? E adesso ci prendiamo le fabbriche? Che razzismo, prendere la fabbrica all’immigrato…. Le imprese a Prato sono tutte in mano ai cinesi? Prima non erano tutte italiane? Andiamo dai cinesi e gli prendiamo la fabbrichetta dove fanno lavorare anche i bambini e frodano il fisco italiano? Potrebbe anche essere un’idea… da buoni italiani. Prima gli abbiamo dato le fabbriche e adesso ce le riprendiamo…

  • Riccardo

    Per fortuna c’è ancora chi conserva la memoria… ricordo anche che alle ultime elezioni politiche italiane il Manifesto ha invitato a votare PD. Meglio rinfrescare sempre la memoria, contro i revisionismi storici…

  • Dilario

    La delocalizzazione e’ stata solo una tappa verso l’automazione. Automazione non solo per i lavori ripetitivi, ma anche nei servizi, nel terziario, banche, assistenza clienti, vendite, ecc. Ormai la digitalizzazione irrompe a tempi assai più rapidi del previsto ed il neo-liberismo ne trae sempre più enormi profitti. In Cina negli ultimi 5 anni nel solo settore manifatturiero si sono persi 30 milioni di posti tutti sostituiti dall’automazione. La Apple ad esempio ha rimpatriato la produzione di tutti i Mac Pro in Texas ma non ha assunto quasi nessuno, così risparmia pure su trasporti e stoccaggio. Scholars del MIT hanno già affrontato in recenti saggi il problema della trasformazione rivoluzionaria che cambia i rapporti di produzione, distribuzione. L’intuibile gravissimo impatto sociale aumenterà, abbiamo un clamoroso ritardo della politica umano-centrica (sinistra?) che dovrebbe rappresentare tutti, disoccupati, lavoratori sempre più precari e sempre più frammentati e vittime dell’autosfruttamento. C’e’ ancora qualcuno disposto ad affrontare adeguatamente l’inedito?

  • Federico_79

    Non “noi italiani”…
    “noi lavoratori”…

  • Dilario

    Pochi iscritti in poche fabbriche in via di estinzione e pensionati pure in via di estinzione. La CGIL si assume un ruolo politico perché il popolo NON e’ più rappresentato essendo stato privato della facoltà di scegliersi i propri rappresentanti (Porcellum e porc-italicum). Ma la lotta intrapresa dalla CGIL e’ assai lontani dalla realtà che si sta profilando, ossia l’automazione che rivoluziona tutto il sistema produttivo e dei servizi. La delocalizzazione e’ stata solo una tappa verso l’automazione. La CGIL non sembra accorgersi che nelle fabbriche e negli uffici non ci saranno più persone ma robot. Ci sarà invece una marea di autosfruttamento e di parassitismo familiare. Il gravissimo problema e’ il sistema neo-liberista che chiaramente non funziona, o funziona solo per l’un per cento della popolazione e questa e’ una questione politica, la CGIL diverrà un partito per l’inedita sfida?

  • Michele Anunziata

    Viva la memoria!

  • Michele Anunziata

    Manca la citazione per il Trapanato Bersani, italiota di quelli che oltre famiglia tengono alla “ditta”, sodale di Civtainsky Cuperloschi et simila.

  • Michele Anunziata

    Non di certo poiché parte integrante del Truman show, e la stessa CGIL chede facto con sodali Cisl&Uil ha cancellato il rinnovo dei contratti di tremilioni di statali, un po’ di oro alla Patria come negarlo da qui all’eternità? E poi con il cappello in mano alle porte delle Chiese o Cartias che dir si voglia, avessi voglia ce ne per tutti. Il sistema si riforma? E quando mai! S’abbatte a modalità di disarticolazione civile e intelligenza, senza scordare che questi signori, tutti, Neofascisti del Terzo Millennio. hanno già capito l’esondazione prossima, altro che Genova in ordine di tempo(rale) e sono attrezzati con l’Eurogendfor o redivivo Bava Beccaris, e si sta ancora a discutere? Quanto al Manifesto, un trastullo al più l’ala bolscevica del Fascimo Tecnocratico: nomina sunt consequentia rerum, o no?

  • il compagno Sergio

    Bravo Federico. Ma rispondere alle stupidaggini di Riccardo non vale la pena. Lui confonde socialismo e nazionalsocialismo. È un caso clinico.

  • funes el memorioso

    La parola memoria utilizzato da uno sclerotico e da un mitomane convinto di essere scrittore, dà le vertigini.
    Sono talmente stupidi e livorosi nella loro furia demolitrice, che ti viene da sperare che siano pagati: a chi rendono servizio?
    Ma temo che sia solo inguaribile ottimismo.

  • Riccardo

    Il compagno Sergio dovrebbe leggersi Preve e rivedere lo Stalin di Losurdo. Vedrà che il “caso clinico” è nella sinistra sessantottina del Manifesto, che ha spianato la strada al capitalismo della sinistra di oggi.

  • Riccardo

    Benissimo, noi lavoratori. Nello specifico, lavoratori italiani. Parlavo dell’Italia. Poi, a voler essere precisi, non si deve parlare di comunismo, ma di comunismi, visto che le realizzazioni storiche sono a diverse a seconda della geografia. Spero di essere stato chiaro.

  • Riccardo

    E mi pare che Preve e Losurdo non siano nazionalsocialisti. Ma per te evidentemente lo sono. p.s. ma li conosci, poi?

  • Riccardo

    Bersani è un Napolitano di serie B, senza l’astuzia e le capacità mimetiche/trasformistiche di Napolitano.

  • Riccardo

    Deludente il compagno Sergio, come il suo Garibaldi, che, dopo Teano, Marx qualificherà di “asino”.