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Editoriale

Il bollino dell’antimafia

Roberto Helg, un imprenditore, commerciante già fallito e in cattive acque, viene eletto alla presidenza della Camera di commercio di Palermo: quanto a titoli di merito siamo messi male. Selezionato per quella carica va a parare come vicepresidente nel cda della Gesap che gestisce l’Aeroporto «Falcone e Borsellino» di Palermo e qui, giorni or sono viene incastrato dai Carabinieri mentre incassa una prima tranche di mazzetta su un totale di 100mila euro pattuiti per il rinnovo di un contratto per una pasticceria che opera nello scalo: estorsione senza se e senza ma. Poco prima si era venuto a sapere che un altro esponente confindustriale antimafia doc, Antonello Montante, delegato per Confindustria Sicilia all’Expo di Milano, era indagato per concorso esterno. Non si sa nulla di specifico su questo caso e pertanto bisognerà attendere l’esito delle indagini: rimane però il fatto della pesante accusa.

I due, ma non solo loro, sono stati sempre impegnati in una frenetica attività di propaganda antimafia, con interventi pubblici, sottoscrizione di patti di legalità, codici etici, decaloghi comportamentali, con pubbliche amministrazioni, comitati ed altro. Vi è da rilevare come siano sorti ormai in Sicilia e altrove vari centri di «certificazione antimafia» con improvvide concessione di «bollini» da affiggere all’esterno di attività commerciali e industriali per attestarne l’estraneità al fenomeno del pizzo o della tangente. A questo punto c’è da chiedere, chi vigila i vigilanti? Vi è, ovviamente, una corsa al bollino o alla certificazione che, il più delle volte, vengono concessi sulla base di una autocertificazione non ancorata a fatti specifici di contrasto ai fenomeni estorsivi: se è così semplice iscriversi all’antimafia, perché non farlo specie se poi puoi tranquillamente continuare a pagare il pizzo o soggiacere muto all’estorsione?
Non me ne vorranno i lettori del Manifesto se, proprio su questo punto, ho già riportato un aneddoto nel numero del 6 luglio 2011 intitolato «Le gang del partito degli onesti». Traevo spunto da un appello che in quei giorni il neo segretario del Pdl Angelino Alfano (ora ministro dell’interno) aveva rivolto ad una platea festante di delegati del partito ai quali proponeva di fondare nientemeno che un «Partito degli onesti».

La memoria mi era corsa a Enea Cavalieri che nel 1876 nella introduzione all’Inchiesta in Sicilia di Sonnino e Franchetti così scriveva: «Nel frattempo le agitazioni e le accuse partigiane, inasprendo le già profonde divergenze sui metodi del Governo, avevano piombato sempre peggio il Paese e il Parlamento nella confusione e nell’irrequietezza; ed Ernesto Nathan, nostro caro amico personale…obbedendo a concetti etici in lui profondamente radicati, pubblicava in opuscolo un appello per costituire una Lega degli onesti, la quale doveva far argine contro gli intrighi ed i fini loschi dei politicanti di mestiere. Per discutere sull’opportunità di associarsi a lui, Leopoldo Franchetti mi invitò con Sidney Sonnino ad un convegno ospitale nella sua dimora di Firenze. Le disposizioni dei miei amici erano favorevoli: ma io obiettai subito che era progetto poco pratico, parendomi chiaro che i meno onesti sarebbero stati i più frettolosi a voler far parte della Lega, mentre poi non vedevo come si potesse riuscire a respingerli».

Detto per inciso, saranno proprio Alfano e il suo partito ad escogitare allora scudi protettivi per Berlusconi, prescrizioni brevi, depenalizzazione del falso in bilancio ed altre porcherie simili, mentre oggi fanno muro contro tutto ciò che potrebbe riportare quei provvedimenti alla normalità costituzionale, ad un briciolo di moralità nella vita pubblica devastata dalla corruzione.
Leonardo Sciascia con i suoi «professionisti dell’antimafia» aveva centrato il problema anche se poi aveva clamorosamente sbagliato gli esempi indicandoli allora in Leoluca Orlando sindaco di Palermo e Paolo Borsellino: sugli esempi fece ammenda, ma mantenne ferma la diagnosi.
I bollini, le autocertificazioni, gli elenchi incontrollati e incontrollabili degli antimafiosi doc sono ormai ciarpame e bisogna voltare pagina riappropriandosi di una qualche serietà nella scelta di esempi di antimafia vera, scelta fondata sulla prassi, sui comportamenti che incidono realmente in questa opera di contrasto. Una indicazione ci potrebbe venire da quelle associazioni antiracket che riuniscono imprenditori che hanno denunciato gli estorsori e hanno consentito condanne in tribunale: in buona sostanza rivalutare al massimo l’esperienza – ormai nazionale – di Tano Grasso e del suo movimento di Capo d’Orlando, e su questi eroi profondere sostengo e risorse.

Qui le cose non vanno bene, come raccontano le cronache di imprenditori che, dopo la denuncia, si vedono tagliare i fidi bancari, scemare le commesse e, costretti a fallire o andarsene altrove, dimostrano a tutti che la mafia ha vinto e lo Stato ha perso. C’è un fiume di denaro che scorre nei conti di tanti comitati antimafia e mai si trovano risorse per aiutare fino in fondo questi poveri imprenditori e commercianti dalle vite distrutte. Ben vengano le inchieste della Commissione parlamentare antimafia, meno bene vengano i sermoni confindustriali se poi non sono in grado di ripulire i loro ranghi infetti prima che intervengano giudici e forze di polizia, perché è troppo semplice cacciare la mela marcia dopo una condanna o un’ordinanza di custodia cautelare.
Si cambierà verso? Per ora il pensiero di Enea Cavalieri e Leonardo Sciascia resta l’unico valido e ci riempie di tristezza e di paura.