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Editoriale

I tre lasciapassare di Bersani

Trovo inverosimile che non si consenta al presidente del Consiglio incaricato, Pierluigi Bersani, di presentarsi alle Camere per avere da loro una valutazione, in termini di discussione e di apprezzamento, critico o positivo, sulle proposte da lui elaborate. E non solo per i motivi eminentemente costituzionali elencati con eleganza da Massimo Villone su il manifesto del 26 marzo (in sintesi: siamo ancora una repubblica parlamentare o siamo già divenuti una repubblica presidenziale?).

Ma per motivi squisitamente politici. Ne elencherò tre, secondo me i più importanti.
Primo. La coalizione di centro-sinistra ha la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera, una buona maggioranza relativa al Senato. Che una coalizione parlamentare di questa forza non abbia il diritto di farsi giudicare dalle Camere significherebbe negare platealmente che il voto abbia ancora un senso in questo paese. E’, d’altra parte, di questi tempi, quel che da molte parti si sostiene e s’invoca: come rimedio alle stranezze e all’inaffidabilità del cosiddetto corpo elettorale. Se si vuole accelerare questo processo e renderlo irreversibile, non c’è che da accomodarsi: basta autorevolmente confermare che i critici (spesso camuffati, e perciò ancora più insidiosi) del gioco elettorale e, s’intende, delle sue conseguenze politiche e istituzionali, hanno ragione.

Secondo. Nel tentativo Bersani-Vendola è stato investito molto: in modo particolare, lo ha fatto per ovvi motivi questo Pd. Io sono pieno, storicamente, di fermenti critici nei confronti di questa formazione; se non ne avessi, ne sarei un militante. Non si può non riconoscere, però, che il Pd, e su scala ridotta ma non disomogenea, Sel, sono le uniche formazioni che in Italia reggono in piedi strutture di partito democraticamente fondate e ambizioni di organizzazione politica ramificata nel sociale (quanto imperfettamente lo sappiamo, ma non fino al punto di diventare un’altra cosa).

Non lo sono, ovviamente, né il Pdl, né, clamorosamente, almeno per ora, il Movimento 5 Stelle (il quale polarizza la protesta, proprio rinunciando a quegli strumenti di verifica e di organizzazione). Né lo è, di sicuro, il centro di Monti, qualcosa che non sarebbe semplice definire né da questo né da altri punti di vista.

La mia impressione è che da molte, moltissime parti, non si faccia che aspettare con benevola ansia la dissoluzione di quest’ultimo nucleo di tradizione democratica nel paese. Liquidare il tentativo Bersani invece di appoggiarlo (come saprebbe fare chi ha dimostrato di saperlo fare), significa dare una mano a questa liquidazione. Va da sé che la stessa cosa significherebbe mettere il Pd nelle mani di Matteo Renzi, un archetipo antropologico della dissoluzione democratica.

Terzo. Non esiste, né può esistere, “coesione sociale” o “coesione istituzionale” o “coesione ideale” o “coesione politica” in questo paese, finché una delle parti in gioco è nelle mani di qualcuno con cui nessuna persona per bene vorrebbe avere a che fare. Quindi, non esiste, né ragionevolmente né istituzionalmente, nessun Piano B. Se questo piano avesse luogo, il Movimento 5 Stelle si rimpinzerebbe oltre misura: anche noi saremmo costretti a votarlo e a farlo votare. Le conseguenze sarebbero catastrofiche.

Si dice: non esiste nessuna certezza che il governo e il programma di Bersani, alle Camere siano destinati a passare. Ma consentirlo significherebbe esibire (per usare le parole giuste) una prova di fiducia nel gioco democratico del meccanismo istituzionale, e lavorare perché una soluzione, qualsiasi soluzione, nasca da lì, dall’interno di quel dibattito, non fuori: il che in certe circostanze eccezionali è il minimo, ma anche il massimo, che si possa fare. Vedremo.


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