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Editoriale

I semi dell’odio

13 novembre. No ad un «patriot act» europeo

Pompieri francesi fuori dal teatro Bataclan durante il raid delle teste di cuoio

Mentre scriviamo le vittime sono 129, purtroppo destinate a crescere visto l’alto numero, oltre 350, di feriti alcuni gravi. È una strage immane nel cuore culturale e politico d’Europa. Parigi, segnata dall’attesa di un sabato che doveva essere spensierato, vive giorni di terrore, insicurezza e paura. Che dilagano nelle capitali europee. Già scrivono del grave smacco, dopo l’eccidio di Charlie Hebdo, del governo francese. Il fatto davvero doloroso è che bersaglio della guerra asimmetrica del terrorismo jihadista è, ancora una volta, la vita dei civili.

Ma non abbiamo ancora finito di contare i morti che già si alzano, forti quanto irresponsabili, le grida di chi chiama ad una nuova, «necessaria» guerra di vendetta per rispondere a chi colpisce la capitale morale d’Europa. Il vero grido di allerta positivo l’ha però reclamato Barack Obama che, in solidarietà con la Francia ferita, ha dichiarato: «Liberté, egalité, fraternité». La sigla vera della civiltà europea. Ma non sempre il mondo ha conosciuto la Francia e l’Europa come espressione questi valori. È invece accaduto più spesso il contrario, con l’esportazione di guerra, interessi economici e di dominio.

A Parigi i jihadisti dell’Isis che ha rivendicato, hanno ucciso metodicamente, ricaricando le armi automatiche contro ostaggi inermi, oltre che con l’esplosione dei kamikaze. Sempre al grido di «Allah è grande».

Con questo dichiarando la matrice religiosa integralista, contro obiettivi «laici» del divertimento di massa, come un concerto e uno stadio; e insieme disprezzando milioni di persone che aderiscono all’islam come religione di pace.

Quel che faceva presagire un nuovo attacco eclatante non era solo la litania di attentati e minacce avvenuti in quasi tutta Europa, ma proprio la continuazione della guerra occidentale con un nuovo protagonismo neo-coloniale proprio della Francia, in Siria ma prima ancora in Mali, Niger e Ciad. Una guerra che ha distrutto Stati decisivi per la stabilità dell’area mediorientale, come Iraq, Libia e Siria. Per la quale l’ex premier britannico Tony Blair ha nei giorni scorsi chiesto «scusa», riconoscendo che se la devastazione occidentale dell’Iraq non ci fosse stata, l’Isis probabilmente nemmeno esisterebbe.

Esiste invece e si abbevera come sanguisuga alle macerie delle nostre guerre o dimenticanze. Come per la crisi palestinese abbandonata alla strategia d’Israele che detta l’agenda mediorientale a tutta l’Europa, a cominciare dall’Italia.

Che fare allora? Le decisioni di Hollande con la dichiarazione dello stato d’emergenza, la chiusura delle frontiere, la consegna di proclamare il coprifuoco in aree a rischio, la proibizione di manifestazioni introducono di fatto uno stato di polizia e dei Servizi segreti – il cui protagonismo non ha mai fermato il terrorimo – proprio quando bisognerebbe confermare lo stato di diritto, purtroppo compromesso ampiamente in Unione europea dai diktat sulla crisi economica. Invece solo la democrazia difende davvero la democrazia mobilitando le sue forme e la sua rappresentanza popolare. L’America di Bush rispose con il patriot act all’attacco alle Twin Towers, abolendo l’habeas corpus e avviando la costruzione del campo di concentramento di Guantanamo, con tante carceri segrete illegali della Cia (sparse in tutta Europa).

È a dir poco controproducente e favorisce l’obiettivo terrorista di aizzare la repressione indiscriminata e la limitazione delle libertà per tutti, controbattere ora al terrorismo islamico con un «Patriot act europeo»; il rischio è corrispondere alla ventata di xenofobia che, dopo il dramma dei rifugiati che attraversano in fuga il Vecchio continente, divamperà ancora più forte. Marine Le Pen ha sospeso i comizi del Front National «per rispetto» delle vittime: tanto la campagna elettorale per la destra estrema (in Francia, in Italia e in tutta Europa) la fa lo Stato islamico.

Se «siamo in guerra», come rispondere allora? Soprattutto dobbiamo fermare le guerre che sono seminagione d’odio.

Una nuova guerra contrassegnata dalla sola iniziativa occidentale, alimenterebbe quel che è accaduto dopo le guerre a seguito dell’11 settebre 2001. Da allora infatti l’Afghanistan resta in guerra dopo 14 anni di intervento Usa ed è nata una nuova generazione di jihadisti integralisti dalle ceneri di tre stati (Iraq, Libia e Siria) che l’intraprendenza americana e francese ha distrutto alimentando nuovi conflitti sanguinosi, tra sunniti e sciiti e con i kurdi. Brodo di coltura dell’Isis coccolato e finanziato dall’Arabia saudita, grande alleato strategico dell’Occidente in chiave anti-Iran. Quando appare evidente che l’iniziativa jihadista ha nel mirino anche l’Iran che tratta con gli Usa, vince la partita sul nucleare, combatte l’Isis in Siria e avvia un nuovo asse con Mosca.

E finalmente dobbiamo assumere la figura del rifugiato come interlocutore privilegiato, non solo umanitario ma politico, il primo passo di una nuova alleanza con il Medio Oriente.

Sono i profughi i testimoni dei fallimenti delle nostre guerre e insieme della ferocia jihadista, fuggono disperati da entrambe. Sono i protagonisti politici della nostra epoca. Nel recupero delle loro vite c’è il futuro possibile dell’Europa «in guerra».

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  • triscele

    sì, in questo articolo sono messi dentro, anche alla rinfusa direi, molti degli elementi che rendono tremendamente complicato il problema, ma il punto rimane: che fare? che fare di fronte ad un fenomeno, l’isis, che semina indiscriminatamente distruzione e terrore? si può, e io credo di sì, assimilare l’isis al nazismo? e se sì, si può pensare (come con hitler, come estrema e inevitabile ratio) che le nazioni unite (sottolineo, le nazioni unite) si impongano di intervenire militarmente, anche duramente e massicciamente, per debellare l’esercito isis? o no? queste sono le domande che passano nella mente di molti di noi in queste ore tristi e non credo siano domande molto peregrine

  • Alfredo

    Libertà- uguaglianza. fratellanza…Ripartire da queste tre parole troppo spesso dimenticate dalla sinistra!

  • RossoVeneziano

    Mettere in discussione lo stato di diritto sarebbe un madornale errore. Ma la guerra, boots on the ground, non è più rinviabile ormai. È una trappola, uno schifo, una barbarie. Ma non c’è altra soluzione. Ci sono momenti nella Storia in cui devi sporcarti le mani. Soldati in Siria, subito. Gli aerei non servono a niente.

  • toyg

    Eh beh, ha funzionato così bene in Iraq e in Afghanistan… oh wait

  • toyg

    Il saggio indica la luna e tu continui a guardare il dito. Il problema è l’assetto della regione nel complesso, che è stato disastrato da 50 anni di ingerenza euroamericana. Se non riallinei gli interessi verso un equilibrio condiviso, è inutile concentrarsi su Daesh come era inutile ieri intestardirsi su AlQaeda (ce lo ricordiamo, il babau di qualche anno fa?) o prima sull’OLP e Hezbollah (i babau dei nostri padri…); se i fattori che generano questi mostri rimangono (Saudi vs Shia vs Israele vs Turchia, con US/UK/Francia a fatturare di munizioni tra lo stupito e l’esaltato), ne schiacci uno e te ne ricompaiono due. E allora il problema non è “boots on the ground”, ma mettere a un tavolo gli interessati e chiuderli dentro finché non ne escono con un accordo condiviso. Ci vuole subito un tavolo negoziale permanente che lavori duro, con l’accettazione che gli euroamericani devono fare non uno ma dieci passi indietro perché è chiaro che della regione non capiscono (o fanno finta di non capire) nulla. Bisogna mettere al centro le esigenze economiche e di dignità dei rifugiati di tutte le parti, e trovare un assetto che abbia l’appoggio di tutti. A quel punto, Daesh senza appoggi esterni si sfalda da sè.