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Editoriale

La «ditta» e l’art. 18

Pierluigi Bersani

Si può dire che il nodo che sta venendo al pettine nella discussione sulla cosiddetta riforma del mercato del lavoro ha un nome nobile e trascurato, responsabilità. Ma quale responsabilità, e verso chi? Il nome è alto, infatti. Ma poi bisogna correttamente declinarlo. E qui la confusione imperversa.
Riparliamo dello scontro interno al Pd sull’articolo 18. Lunedì scorso, nella direzione del partito, ci si è scontrati e contati. Come previsto, il segretario ha stravinto, ma almeno qualcuno ha attaccato le sue proposte. Persino D’Alema ha accusato il governo di andare avanti a slogan e spot, nella spocchiosa improvvisazione dei consiglieri economici del premier. Ha addirittura messo in luce la cifra padronale dei progetti governativi (ci torneremo), e si è beccato a stretto giro una randellata beffarda. Bersani invece no. Lui, il predecessore di Renzi alla guida del partito, già ministro pesante nei due governi Prodi (Industria e commercio prima, Sviluppo economico poi), ha scelto un’altra strada. A dir poco bizzarra.

Nella riunione della direzione ha replicato a Renzi in un modo assai singolare. Ciò che rischia di spingere il partito «sull’orlo del baratro», ha sostenuto, è lo scarso rispetto tra i dirigenti del Pd. Non sono tanto le intenzioni del governo quanto il «metodo Boffo», la lesione della personale dignità dei politici.

Evidentemente chi riteneva che la questione concernesse il mancato reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa si era sbagliato. Ben più delle tutele dei lavoratori e dei loro diritti, che il governo intende azzerare per accreditarsi come garante degli interessi e dei poteri dell’impresa, per Bersani contano il partito e le buone relazioni tra i suoi capi. Ci pare una gaffe di prima grandezza. O piuttosto un lapsus, che svela una mentalità e un mondo.

Difatti Bersani non si è accontentato e, per sgombrare il campo da ogni equivoco, l’altroieri è tornato sull’argomento. Chiarendo che, comunque vada il confronto sulla «riforma» nel partito e in parlamento, quale che sarà la sorte degli emendamenti proposti dalla «sinistra» del Pd, lui ad ogni modo sarà leale, voterà a favore del testo governativo. Perché? Perché sa che cos’è «una ditta» e sa come ci si sta.

Già, la ditta. Questa discussione è infatti anche una questione di parole. Chi ha parlato di padroni è stato prontamente bollato come un trinariciuto di ritorno. Un volgare bifolco che ha disimparato le buone maniere praticate in questi vent’anni. Nessuno invece ha nulla da obiettare se un partito viene chiamato «ditta». Questo va bene, è trendy.

Bersani, si sa, gioca a fare, con le sue metafore, l’emiliano pragmatico e schietto. Ma c’è nelle sue scelte lessicali anche molta astuzia. Parlare di ditte in questo caso non è né un’elegante battuta di spirito né una cosa di poco conto, mentre lo scontro che si viene consumando vede da una parte i dipendenti, dall’altra proprio i vertici aziendali. I padroni delle ditte, per l’appunto.
Ma stiamo pure all’essenziale, che è, come si vede, sempre lo stesso. Per Bersani è giusto discutere, magari scontrarsi sulle norme da approvare o emendare. Purché sia chiaro che il partito – la ditta – è il sommo bene. Il che significa una cosa sola: che quella discussione è finta, una recita a soggetto tanto per salvare la faccia della minoranza. Che ha, secondo Bersani, un compito preciso: essere «leale», mostrarsi «responsabile»: in una parola, obbedire.

E così veniamo al punto. Responsabili i parlamentari democratici debbono ritenersi nei confronti di chi? Del proprio partito, quali che siano le scelte dei suoi vertici, o dei lavoratori sotto schiaffo? Dei propri organismi dirigenti, o di chi quando va bene campa a stento di salario e rischia ogni giorno di perdere il lavoro?

Bersani sa benissimo come stanno le cose, come lo sapeva quando emendò la riscrittura dell’articolo 18 ai tempi della non rimpianta ministra Fornero. Sa benissimo che Renzi intende dare ai padroni carta bianca sui licenziamenti perché possano ricattare i dipendenti sul salario, l’orario, i diritti e l’organizzazione delle lotte. Non è casuale che, mentre la discussione sull’articolo 18 decollava, fosse negli Stati Uniti a cinguettare con Marchionne, simbolo vivente della guerra contro il sindacato.
Allora c’è da chiedersi perché mai, prima ancora di sapere se il governo porrà la fiducia sul Jobs Act, senta il bisogno di mettere repentinamente le mani avanti e di garantire che la minoranza del Pd si allineerà, acconsentirà, seguiterà a coprire a sinistra un capo che va sempre più a destra. Perché mai lanci segnali rassicuranti, teorizzando che il dissenso interno ha vincoli invalicabili, proprio mentre la minoranza s’interroga, ipotizza maggioranze a geometria variabile e non esclude di andare sino in fondo, anche fino alla rottura col governo e con la maggioranza del partito.

Ancora una volta emerge che il problema è politico e di prima grandezza. Non sarà elegante, ma bisogna ripeterlo: il Pd è dinanzi a un bivio drammatico. Le scelte all’ordine del giorno sono, per sostanza e peso simbolico, decisive. L’articolo 18 è oggi quel che la scala mobile e le pensioni sono state in passato. E ora davvero non ci sono più margini, come mostrano le statistiche che fotografano la catastrofe di questo paese.

Che l’Italia registri il record della disoccupazione giovanile e della precarietà, della povertà del lavoro e della disuguaglianza (per tacere dell’evasione fiscale) non è un caso. Non è privo di connessioni con le scelte compiute anche dai gruppi dirigenti di quello che avrebbe dovuto essere il partito dei lavoratori: di tutto il lavoro subordinato, compreso il precariato, gli autonomi eterodiretti, i disoccupati. A questo punto, perservare nella stessa direzione vorrebbe dire avere consumato una mutazione genetica, aver cambiato natura e ragion d’essere. È per questo che nello scontro sull’articolo 18 e sul Jobs Act è in gioco una questione di dignità e di responsabilità.

  • Federico_79

    Ottimo articolo.

  • Emanuele Renzi

    la “base” piddi vota piddi. Che crepino, assieme al resto dell’italia.

  • renzo

    Non capisco la parte finale.
    Se quel partito , dopo aver menomato lo Statuto ora vuole abrogarlo ,
    se la minoranza (di adesso ) è quella cosa descritta ,
    perchè dire che il PD è davanti a un bivio ?

  • Anacleto Bomprezzi

    Ottimo, finalmente Vi siete accorti che il PD è di destra e sta portando avanti il Piano di Rinascita Democratica della P2 di Licio Gelli ma ancora non lo scrivete, perchè?

  • Michele Anunziata

    Il mattinale più di Questura del Manifesto, quanto dire. E naturalmente chi scrive anal+ista, proveniente forse da Alfa Centauri, e dell’articolo 18 che con tutto lo Statuto non c’è più Fornero o non Fornero, lo dimostrano i quotidiani licenziamenti che Stampa&Regime e catodiche MediRai cammellate truppe La7! Bersani chi? Forse il servo sciocco che tiene la parte, e poi alla fine vota per “disciplina”. Sono duemila anni che l’italiota, il suo substrato psichico, s’ingegna alla convenienza per mettere pane e caviale, certuni s’intende, insieme. Ma sarebbe il caso di ricordare ai parlamentari Piddini di “minoranza” e altrettanti servi sciocchi (pari genia di quei datati della Sinistra Indipendente) alla Civatiskyn che oltre a tenere famiglia, e si sa della sua sacralità italiota ogni giorno su Sampa&Regime e catodizzata, agiscono senza vincolo di mandato? Oziosa e retorica domanda. E forse che i politici non son o i camerieri della Troika Bce-Fmi-Eu? Ci ha provato pure la Grandeur della Francia 8come si dirà ammuina in gallo provenzale?) a dire qualcosa sull’austerità e defilata la Spagna: a proposito com’ è andata a finire la raccolta firme ante Austerità?
    Bersani o il Piddino che chioccia al Partito (e uno dice ancora male del buon Mussolesi) è la sua preoccupazione. Siamo alla buffonata finale più che le
    comiche cui pregio è far ridere, qui invece…Strana attenzione solo sul Bersani e “ditta” manco altro? Per esempio per allargar anal+isi al Landini televisivo (plaude pure mentre prepara l’adunata oceanica nei pressi di Piazza Venezia o giù di lì) al Tfr in busta paga! Ma se il Renzi non ha neanche più i soldi 2015 per “rimpinguare” gli ottanta euro del voto di scambio, e quindi quale magia far ricorso? Abbocca Landini in televisione tra compari…certo resta Bersani e Piddini: Aria fritta. La posta come in Grecia è i
    tremmilionidistatatlichesonoilproblemainsiemeaipensionatichenondemordonodalpassareamigliorvita, scritto proprio così. Aria fritta e detto al volo ma l’articolista, certo pure lui tiene famiglia, ha null’altro da fare?

    Ps. Le campate a morto del lavoro passano insieme all’Ebola, il potere delle paure eh, su Stampa&Regime tout court sul crollo “controllato”
    (sperimentato 9/11 in Usa) delle borse per indurre i riottosi ad approvare manu militari la riforma. Poi la pace e la concordia sarà scesa in Terra e i padroni, o meglio gli imprenditori che sono tipo Expo-Mose, assumeranno per ventiquattrore al massimo tutti i giovani d’Italia, sino al prossimo voto si scambio 2015. Più di tintinnar di spade complottardele schede elettorali precompilate come i 740, si sa mai.

  • un insegnante

    Il dilemma dell’insegnante
    E’ necessaria una risposta alla Buona Scuola di Renzi che
    vuole portare a compimento la privatizzazione della scuola pubblica con la
    meritocrazia, gli sponsor privati e le assunzioni gestite ai dirigenti scolastici. Quindi il 10 di
    ottobre dobbiamo sostenere a partecipare allo sciopero della scuola indetto dai
    Cobas Scuola.
    Il jobs act e tutti i decreti che lo hanno preceduto e che
    lo seguiranno sono l’assalto finale ai pochi diritti che i lavoratori ancora
    possiedono. La precarietà sta diventando una condizione permanente per gran
    parte dei lavoratori di tutti i settori.
    Quindi la risposta deve essere collettiva e generalizzata e lo sciopero
    generale indetto dal Usb per il 24 ottobre è sicuramente lo strumento più
    efficace.
    In questi ultimi anni gli scioperi concepiti in modo
    tradizionale hanno mostrato dei limiti evidenti e una scarsa o nulla incidenza sul piano
    politico. Le politiche di austerità si possono contrastare se vengono ripensate
    le forme e le modalità del conflitto. Lo sciopero sociale del 14 novembre
    potrebbe aprire un nuovo percorso.
    Tre scioperi in un mese richiedono un “investimento” di circa 240 euro. Troppi per il magro bilancio
    familiare ? Per moltissimi insegnanti, sì. Quale sciopero o quali scioperi fare allora ? Quello di categoria,
    quello generale o quello sociale ? Farne uno, due o tre ? Sembra più un ingorgo
    che una prospettiva di lotta. Un dilemma che probabilmente per moltissimi non
    avrà risposta e sarà l’ennesima occasione persa.

    Un insegnante

  • felice di marco

    PD? AHAHAHAHAH PDL BERLUSCONI ..anzi forse peggio perche il nano non avrebbe mai osato avanzare cotante idee anti lavoratore…
    siete anzi siamo .. giunti alla fine.. io votavo Pd …ma ora mi taglierei le mani (non ho votato renzie…non lo avrei mai fatto ) infatti pensavo che il vecchio PD si sarebbe opposto a tanto obbrobrio……ma….sono tutti della stessa….ditta…che schifo…

  • il compagno Sergio

    La “ditta” sembra avere una certa difficoltà ad avere tesserati (gli azionisti? per usare il gergo di Bersani).
    Quindi sono alla bancarotta? Un gruppo dirigente decisamente eccezionale!
    Certo, non mi faccio illusioni: cambieranno di nome, di logo e d’insegna, e ripartiranno con le stesse scempiaggini.
    p.s.: le idee non le cambieranno visto che non ne hanno e quelle che fanno finta di avere gliele suggerisce la voce del padrone.

  • il compagno Sergio

    Ce ne sono che soffrono di diarrea verbale ma sono stitici di cervello.