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Editoriale

I predicatori e il pulpito

Roma. Il Pd capitolino è l’ultimo che può permettersi di dare lezioni alle altre forze politiche, visto il disastro provocato con mafia-capitale, con un terzo del partito «inquinato». Da parte loro, i 5Stelle fanno di tutto per deludere chi li ha votati: approssimazione, superficialità, disattenzione, arroganza, familismo, lotte di potere interne al Movimento

Il sindaco di Roma, Virginia Raggi

Quello che sta avvenendo a Roma, protagonista l’amministrazione capitolina con la giunta a 5 Stelle, non è un grande spettacolo. È una tragicommedia di livello medio basso che, se non avvenisse nel gran teatro politico della Capitale, neppure prenderemmo in considerazione.

Ma il Campidoglio oggi rappresenta un luogo nel quale si incrociano e si scontrano i «vecchi politicanti» e gli ultimi arrivati, gli interessi affaristici di ieri e quelli di domani, e dove, in parte, viene messa alla prova la capacità del «nuovo che avanza» di misurarsi con problemi amministrativi seri – Roma ha un deficit di bilancio enorme – e di dimostrare di essere pronto a governare l’intero Paese.

Intanto vorrei essere chiara su un punto che appare evidente anche ai più sprovveduti: la rabbiosità del Pd che dopo aver perso il Campidoglio – e solo per sua responsabilità avendo portato la giunta di Ignazio Marino alle dimissioni – adesso vuole la rivincita. E si aggrappa a qualsiasi appiglio per cercare di affossare la sindaca Raggi, accusando i 5Stelle di essere incapaci di governare, inadeguati, bugiardi e quant’altro sia utile per screditarli agli occhi dell’opinione pubblica che li ha votati.

Bene: è giusto che una forza politica che ha perso le elezioni si attrezzi per fare opposizione, con tutti i mezzi leciti a disposizione. Tuttavia il Pd di Roma è l’ultimo che può permettersi di dare lezioni alle altre forze politiche, visto il disastro provocato con mafia-capitale, con un terzo del partito «inquinato», con il comportamento indecoroso delle dimissioni individuali dal notaio per far cadere Marino.

Se adesso nella Capitale è necessaria una straordinaria opera di pulizia (in tutti i sensi), buona parte della responsabilità va attribuita proprio al Partito democratico.

Invece i 5Stelle romani stanno facendo di tutto per deludere una parte del proprio elettorato (c’è chi non vede, non sente, non parla, nonostante gli errori di questa prima fase amministrativa siano grossolani ed evidenti), e anche chi pur non avendoli votati si è messo in positiva attesa per vedere cosa sanno costruire nelle politiche del buon governo.

L’esperienza si fa amministrando, tuttavia troppi errori si stanno accumulando: approssimazione, superficialità, disattenzione, arroganza, familismo, lotte di potere interne al Movimento.
Con qualche scivolone che contrasta nettamente con la storia dei 5Stelle e con i contenuti positivi della loro battaglia politica, efficace nel farli apparire ed essere diversi dal resto della classe dirigente.

Perché l’assenza di trasparenza, le fazioni, i sotterfugi, le furbizie li fanno assomigliare sempre di più alla famigerata «casta» e sempre di meno ai «cittadini». Perché gli interessi dei clan – denunciati anche da Dario Fo – rappresentano la negazione della loro identità.

Perché se propugni una diversa morale devi essere coerente. Perché se fai battaglie politiche per imporre che non ci siano privilegi economici – come è stato fatto per i parlamentari 5Stelle – non puoi difendere i super stipendi del tuo capo di gabinetto o consentire che ad un altro del tuo clan lo stipendio venga quadruplicato.

Il senso civico, la voglia di trasparenza, una politica che mette i governanti dalla parte dei governati, il bene comune sono stati alcuni dei punti fermi che hanno permesso ai 5Stelle di vincere in alcune città e di affermare la loro diversità.

Se per strada il loro marchio di identità verrà smarrito diventeranno presto come quelli che hanno voluto contrastare fin dalla loro nascita. E, una dopo l’altra, le stelle si spegneranno.