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Italia

I numeri scenderanno un po’ ma non è un trucco

Cambia la definizione dei casi. D’ora in poi solo le persone sintomatiche verranno sottoposte a tampone. Molti degli oltre cinquecento casi comunicati da Borrelli stanno benissimo e non rientrano in questa categoria

Struttura ospedaliera d'emergenza a Piacenza

Struttura ospedaliera d'emergenza a Piacenza

L’incontro con la stampa estera dei ministri Di Maio e Speranza con i vertici dell’istituto Spallanzani di Roma serviva soprattutto a frenare l’allarmismo diffuso che rischia di incidere pesantemente sulla nostra economia basata su esportazioni e turismo. Ma come spesso avviene le informazioni più utili sono giunte dai medici, non dai ministri. La più importante riguarda la comunicazione dei dati sul contagio, su cui negli ultimi giorni c’è stata un po’ di confusione.
Attualmente, le quotidiane conferenze stampa del commissario della protezione civile Angelo Borrelli diffondono dati che riguardano il numero di test – i famosi «tamponi» – risultati positivi tra tutti quelli effettuati in Italia. Nell’ultimo bollettino erano oltre 500. Sono i numeri comunicati al governo da parte delle regioni, visto che l’organizzazione della sanità è tra le materie affidate agli enti locali dall’ultima riforma della Costituzione.

A questo dato negli ultimi giorni se ne è affiancato un altro, quello dei casi «confermati dall’Istituto Superiore di Sanità» (Iss). Ogni test svolto dai laboratori regionali deve essere ripetuto all’Iss per essere definitivamente validato. Ieri erano meno di trecento. La differenza tra i due numeri entrambi ufficiali non implica che i test fatti dalle regioni siano sbagliati. Meno di 300 sono i test che finora l’Iss è riuscito a ripetere, confermando per altro tutti i risultati preliminari.

La differenza rappresenta i test già svolti a livello locale che devono essere ancora ripetuti all’Iss. L’Istituto non è un ospedale, e dunque non è attrezzato per effettuare grandi quantità di esami a ritmo continuo come un laboratorio clinico. È probabile che tutti i test inviati all’Iss vengano confermati, al massimo con un po’ di ritardo, ha detto Ippolito. In ogni caso, i tamponi non corrispondono al numero di persone infette individuate finora perché diverse persone sono state sottoposte a più di un tampone.

Il numero ufficiale dei casi che dai prossimi giorni verrà comunicato all’Organizzazione Mondiale della Sanità non sarà né l’uno né l’altro. Il governo darà il numero di casi «clinici», cioè sintomatici, suddivisi per gravità della condizione. Dopo l’incontro con le agenzie internazionali dell’altro ieri, il governo ha infatti deciso di adottare la definizione di «caso» decisa il 25 febbraio dal Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc). La definizione non si basa solo sul tampone: per l’Ecdc un caso di Covid-19 deve presentare «un’infezione respiratoria lieve o seria». Inoltre, nei 14 giorni precedenti ai sintomi deve essere stato in stretto contatto con un altro caso di Covid-19 oppure vivere in un’area in cui è presente un focolaio infettivo attivo. La decisione ha conseguenza anche sulla logistica: d’ora in poi solo le persone sintomatiche verranno sottoposte a tampone. Molti degli oltre cinquecento casi comunicati da Borrelli stanno benissimo e non rientrano in questa categoria. Perciò, è probabile che i numeri comunicati secondo la nuova definizione siano sensibilmente inferiori a quelli dati finora.

È altrettanto probabile che la decisione faccia scattare in molti un riflesso complottista secondo cui il governo nasconderebbe i veri dati – è già successo con la Cina. Effettivamente, anche il numero di persone infette senza sintomi è utile perché consente di capire fin dove sia arrivato il contagio, e non si vedono tante ragioni per nasconderlo se non quella di risparmiare esami inutili ai fini sanitari.

D’altra parte il focolaio cinese ha insegnato che questi numeri vanno comunque interpretati, pur senza ipotizzare manipolazioni governative. Le persone contagiate senza sintomi in molti paesi non vengono esaminate per il sovraccarico di lavoro degli ospedali. Si stima che in Cina siano 20 volte più numerosi dei casi noti (quindi oltre un milione e mezzo di persone).

Dunque, visto che il dato delle persone infette è comunque poco significativo in sé, tanto vale adottare una definizione di «caso» che sia omogenea a quella degli altri paesi. Questo permetterà di condividere le informazioni all’interno di una comunità scientifica che, come il virus, non conosce frontiere.


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