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Editoriale

I giovani gay isolati

Tre suicidi in un anno (che sono stati resi noti) di giovani omosessuali a Roma sono davvero troppi. Queste morti parlano di una solitudine su cu si devono interrogare i responsabili della cosa pubblica, e anche il movimento lgbt.
Ieri sera, il ricordo di Simone, il giovane che si gettato dall’undicesimo piano di un palazzo del centro della capitale, alla Gay Street era un atto dovuto, necessario per esprimere quel cordoglio umano e civile che troppo spesso invece si rifugia nel silenzio.

Nessun vittimismo aiuta, perché il compito di chi s’impegna per i diritti civili è di esprimere fiducia nella possibilità che anche in Italia si giungerà finalmente a una legislazione adeguata più che su omofobia e transfobia, sul riconoscimento giuridico delle famiglie gay e lesbiche, delle tutele dei loro figli (sempre più numerosi), della possibilità per le persone transessuali di cambiare il proprio genere anagrafico anche senza doversi sottoporre a interventi chirurgici.

Onorare Simone significa proseguire nelle richieste civili e allo stesso tempo interrogarsi perché nonostante un’ampia offerta aggregativa, tante associazioni culturali e sociali, telefoni amici, a Roma la solitudine prende la parola, congiunge il gesto estremo del suicidio con la denuncia, così come ha fatto Simone, lasciando un biglietto inequivocabile: «L’Italia è un Paese libero ma esiste l’omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza». Dopo i decenni degli omicidi di omosessuali, generalmente anziani, che incappavano nella clandestinità della notte nei loro aguzzini, ora a Roma è il tempo dei suicidi dei giovani e giovanissimi. Questo cambiamento è anche frutto di un generale abbandono della città da parte delle passate amministrazioni. Sono stati anni dove i conflitti sociali si sono negati, mal sopportati, consegnati a una visione securitaria che si è dimostrata fallimentare. E’ in questo clima che, soprattutto tra i giovani e adolescenti si è ampliata l’emarginazione, la solitudine. Grazie al movimento lgbt centinaia di migliaia di ragazze e di ragazzi dalla fine degli anni ’80 a oggi, sono emersi dall’oscurità, dall’invisibilità, in città s’incontrano spesso coppie visibilmente omosessuali, serene e inserite nel contesto sociale. La visibilità e la percezione di vivere in una società non accogliente s’incontrano, determinano condizioni differenti fra loro e rendono non semplice la messa in campo d’idee e strumenti.

E’ necessario però che diciamo chiaramente che all’interno di una generale insofferenza e sfiducia tra i giovani, il segmento sociale più fragile, precario, disoccupato, chi deve affrontare anche lo stigma rispetto alla propria omosessualità è ancora più esposto, solo. Dobbiamo saper guardare in faccia la realtà: ci sono troppi nostri adolescenti che, anche se frequentano i luoghi dell’aggregazione, si sentono, tra centinaia di persone, isolati, e questo non può che aumentare la loro voglia di non vivere. Facciamo bene a denunciare i ritardi della politica, l’inazione del Parlamento, l’incapacità del centro sinistra, perché l’ottenimento dei diritti formali aiuta la società a cambiare, ci fa diventare finalmente cittadine e cittadini come gli altri, ma non basta. Anche chi s’impegna personalmente e in rete sulle libertà e i diritti deve ammettere che i Pride, sono una bella cosa, ma non sono sufficienti, che divertimento e aggregazione sono una conquista, ma non sono sostitutivi rispetto alla richiesta di ascolto.

A Ignazio Marino non chiedo sventolii di bandiere rainbow (anche se sono segnali importanti), o campagne eccezionali. Lo sollecito, insieme alla sua Giunta, ai Presidenti dei Municipi, di intervenire stabilmente sulla diminuzione della solitudine e dell’emarginazione, rafforzando i servizi, gli strumenti operativi e di ascolto, senza straordinarietà, ma con il segnale chiaro che all’interno di un piano capitolino stanno dentro tutte le identità. In campagna elettorale abbiamo promesso che avremmo ridato Roma ai romani, il successivo passo è consentire ai romani di riconoscere la propria città come un luogo possibile di convivenza civile.

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