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Editoriale

I fuochi veri e quelli di paglia

Non si tratta di un fuoco di paglia: quella di ieri è stata solo l’ultima di una serie di manifestazioni che si sono svolte nei comuni più colpiti da questa sorta di peste moderna causata dalle follie umane. È un importante segnale che gli abitanti di questi luoghi hanno superato ogni soglia di sopportazione, forse persino che un equilibrio sociale fondato sulla commistione tra poteri costituiti e forze che agiscono nell’ombra sta per essere scardinato. Troppe le morti sospette e le malattie, le coltivazioni inservibili e il degrado ambientale per tacere oltre.

Viene da gioire nel veder scorrere il fiume in piena di cittadini che si sono dati appuntamento a Napoli per chiedere di fermare quello che, con felice neologismo, è definito «biocidio», vale a dire la sentenza di morte pronunciata una trentina d’anni fa ormai – se si presta fede alle parole del padrino pentito Carmine Schiavone – dalla camorra nei confronti delle popolazioni del napoletano e del casertano, nonché della natura circostante. Acqua, piante, animali: nulla è stato risparmiato dalla furia distruttrice degli avvelenatori di professione.
È la prima volta che i cittadini della terra dei fuochi e di quelle dei veleni si ribellano in maniera così massiccia contro i malavitosi e chi è sceso a patti con loro in nome del dio denaro: imprenditori senza scrupoli e politici per nulla attenti al bene comune e alla salute dei loro elettori.

Quel che si può vedere a occhio nudo nelle campagne dell’alto napoletano e del basso casertano è uno scempio con pochi pari in Europa: discariche abusive a ogni angolo, spesso a contatto diretto con terreni coltivati, depositi legali di immondizia di vario genere in attesa di uno smaltimento che forse non arriverà mai, tonnellate di rifiuti industriali interrati un po’ ovunque. La caccia a questi ultimi è aperta: dal Lago Patria a Borgo Montello, dal sud della Campania al basso Lazio, le procure della Repubblica cercano conferme alle parole di Schiavone.
Il governo promette di intervenire ancora una volta con misure emergenziali. Il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando annuncia un decreto che inasprisce le pene per gli incendiari della monnezza e una mappatura dei luoghi a rischio, per intervenire laddove ce ne sarà bisogno ed evitare «allarmismi infondati». Verrebbe da credergli se non fosse che, proprio a seguito dell’emergenza rifiuti in Campania, due anni fa i reati ambientali sono diventati – a piena ragione – illeciti penali senza che però i roghi tossici diminuissero e se la commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti non avesse censito, già nel ’97, ben 46 discariche con rifiuti industriali di vario genere e non fossero ancora tutte lì in attesa di bonifica. Come la mettiamo, infine, con quei sei milioni e mezzo di ecoballe dal contenuto incerto in attesa di essere incenerite?
La verità che nessuno ha il coraggio di dire è che i roghi continueranno finché non si deciderà di spegnerli a monte di quel sistema industriale che li alimenta. E che l’eredità del passato è talmente ingombrante che una bonifica vera richiederebbe un investimento difficilmente sostenibile al tempo dei patti di stabilità. Eppure, è quel che andrebbe fatto senza attendere più neppure un giorno. Il resto sono parole al vento, fuochi fatui.

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