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Editoriale

I fallimenti di Obama vittima della sindrome dell’ospite in casa altrui

Se nei negoziati con l’Iran si profila l’ennesimo fallimento, viene da chiedersi le ragioni di questi flop ricorrenti di Obama (dalla mancata chiusura di Guantanamo agli studenti del Cairo sedotti e abbandonati parlando di “nuovi inizi”), la cui amministrazione intendeva connotarsi con il rilancio dell’immagine Usa. Forse la storia della mentalità può fornirci utili chiavi interpretative al riguardo.

Ne I catari e la civiltà mediterranea Simone Weil narra che nella primavera del 1209 Simon de Monfort, alla testa dei crociati calati nel Midi per estirpare l’eresia, giunse davanti alle mura di Béziers; estrema ridotta della resistenza. Prima dell’assalto finale, Monfort convocò l’abate cistercense Amalrico, cappellano dell’armata, per chiedergli come evitare di trucidare, insieme ai biechi albigesi, anche buoni cristiani. La risposta fu l’immortale «uccideteli tutti. Dio riconoscerà i suoi». E così fu: il grand masél delle cronache occitane. L’orrido macello prodotto da un atteggiamento psicologico ottuso prima che criminale; visto che non esistevano ragioni concrete per tale carneficina. Secoli dopo un celebre sociologo – Raymond Aron – ci inviterà a non trascurare nelle nostre analisi l’importanza del “fattore S”, dove la lettera sta per “stupidità”.

Sicché la lezione dei due intellettuali novecenteschi sull’ottusa prevalenza della stupidità (e della condiscendenza nei suoi confronti) potrebbe aiutarci a penetrare l’odierno mistero di un presidente degli Stati uniti premio Nobel per la Pace che mesi fa stava cacciandosi nel cul di sacco dello scriteriato attacco alla Siria. Tra l’altro, sommatoria di tutti gli errori che in campagna elettorale aveva imputato ai predecessori, compresa l’affermazione dell’esistenza di canoniche “pistole fumanti”; copia conforme annunciata della figuraccia sulle “armi di distruzione di massa” che stroncò la carriera del Generale Colin Powell, Segretario di Stato nel primo governo Bush jr. Altro afroamericano, il cui fallimento politico suonò anche a pesante battuta d’arresto nell’emancipazione della propria comunità.

Così come le inspiegabili imprudenze di Obama rischiavano di trasformarsi in catastrofe per la comunità mondiale. Il quale ora torna a imbarcarsi in vicende che ne offuscano l’immagine – lui, l’uomo della proclamata trasparenza – combattendo una guerra personale contro Edward Snowden, reo di aver rivelato il panopticon di sorveglianza repressiva denominato Datagate; delirio della paranoia cospirativa coltivata da generali espressione di precedenti amministrazioni.

Inutile ricercare razionalità o coerenza in vicende dove sembra prevalere un’apparente testardaggine autolesionistica. E allora? Il fatto è che sul piano del carattere abbiamo sopravvalutato il personaggio, proiettandovi un carico di aspettative che corrispondevano alle nostre aspirazioni di democratici, frustrati da anni in cui abbiamo visto calpestare e irridere larga parte dei fondamenti di civiltà; più che prestare attenzione alla reale biografia presidenziale; che non è certo quella di un innovatore radicale; semmai si colloca nella categoria dei “curatori fallimentari” che compaiono sulla scena politica quando si sono evidenziati fino in fondo tutti i precedenti pasticci combinati dalla deregulation finanziaria e dai Neo-Con/Lib. Un po’ come Hollande, Monti o Letta. Politici demandati alle necessarie riparazioni, ma senza mai toccare equilibri e arredi di un ambiente a cui hanno accesso solo temporaneo. Da cui quella conseguente “sindrome dell’ospite in casa d’altri” che spiegherebbe la determinazione di Obama nello smentirsi: mostrare totale affidabilità a maggiorenti considerati certificatori di legittimità perché organici al paese profondo.

Quindi l’accettazione a membro dell’establishment più forcaiolo e retrogrado perseguita come sottomissione al mainstream dominante; prima che opportunistica, spia del complesso di inferiorità nei confronti della scemenza tracotante. L’essere “figlio di un dio minore” come colpa da espiare. «L’identità sociale costituisce la posta in gioco di una lotta» disse Pierre Bourdieu.
Anche contro se stesso.

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