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Editoriale

I diritti possono attendere, Alfano no

Il commento. Se c’è da ostacolare un’apertura, oscurare una libertà, in Italia ci si muove lesti. Il punto, allora, è che il governo Renzi non fa eccezione rispetto ai suoi predecessori nel considerare i diritti civili come l’ultima ruota del carro

Angelino Alfano

Il veto del ministro degli Interni è solo l’ultimo episodio del tira e molla del governo Renzi sui diritti gay. La legge sulle unioni civili, promessa entro i primi 100 giorni di governo, è slittata al remoto traguardo dei primi 1000. Le misure per l’adozione del figlio del partner, promesse addirittura nelle primarie Pd del 2012, sono state scaricate dal premier insieme al ddl Cirinnà; al loro posto l’annuncio di un fantomatico intervento diretto del governo, con tempi e contenuti ancora ignoti. (E poi dicono l’annuncite.) La legge sull’omofobia approvata in Commissione Giustizia sembra ancora lontana dal giungere in aula; a livello locale, in Trentino (maggioranza di centrosinistra), l’approvazione di una legge analoga slitterà ancora fino al 2015.

Nulla scorre. Tutto rallenta, si dilunga, si arresta. Effetti della campagna omofobica delle Sentinelle in piedi (che, per inciso, vanno affrontate tutt’al più con un silenzioso volantinaggio, non certo con cori e uova)? No, perché la tendenza è di lungo periodo, percorre tutta la pluridecennale storia della pluriabortita legislazione pro-omosessuali in Italia.

Le solite lungaggini e procrastinazioni all’italiana, allora? No, perché Alfano è stato rapidissimo a bloccare la trascrizione dei matrimoni celebrati all’estero. Quando si vuole, l’iter di un provvedimento è istantaneo, come testimonia la convulsa conclusione del caso Englaro. Se c’è da ostacolare un’apertura, oscurare una libertà, ci si muove lesti. Il punto, allora, è che il governo Renzi non fa eccezione rispetto ai suoi predecessori nel considerare i diritti civili come l’ultima ruota del carro, una materia su cui intervenire (dopo lunghe, articolate promesse) solo quando non è assolutamente più possibile rimandare di un solo attimo. Solo che la tutela dei diritti è per definizione sempre urgente – il che la rende indefinitamente dilazionabile.

Questo regime di temporalità perennemente sospesa non porrebbe problemi se lesbiche e gay d’Italia vivessero oggi come vivevano fino a pochi decenni fa. Se continuassero cioè a trascinare l’esistenza cogliendo l’attimo, e a sperare più che altro di non finire in manicomio o al confino.

Se i più ottimisti o illusi si augurassero progressi marginali legati all’evoluzione dei costumi, non certo all’azione dei governanti. Tale è stato per secoli il tempo degli omosessuali: un fiume a meandri intrecciati che non sembra neanche muoversi.

Ma le cose cambiano.

Globalmente l’emancipazione glbt procede con una rapidità senza precedenti, doppiando più volte qualsiasi altro gruppo discriminato. Non si tratta di stabilire graduatorie, ma di constatare che un dato modo di abitare il tempo è cambiato. Il carpe diem della gioia elusiva, dell’attimo assoluto e fuggente, così radicato nell’esperienza omosex – tutto questo non è scomparso. Ma la temporalità queer ludica e discontinua studiata da Judith Halberstam si è affacciata su un altro, potentissimo presente: l’adesso non dilazionabile della rivoluzione civile e del senonoraquando. E questo, anche gli omosessuali italiani non possono e non vogliono ignorarlo.

Su quali alleati possono contare? Ne cito solo due. I tribunali, legati al kairòs (il tempo-occasione da non perdere) della sentenza: per esempio quello che a Roma ha permesso la prima adozione entro una coppia lesbica, o quello che a Washington ha aperto la strada al matrimonio per tutti in una folla di stati Usa. E poi c’è una falange rivoluzionaria ben decisa a rivendicare diritti. Gente che alle privazioni non può in alcun modo sopperire, e quindi parla chiaro, non perde un minuto, chiede tutto e subito per i gay e le lesbiche. I loro bambini.