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Editoriale

I dialoghi dolorosi del Celio

Da dieci anni, ogni volta che arriva il 4 marzo la memoria torna al clima d’attesa gioiosa che avevamo in quelle ore per la salvezza di Giuliana Sgrena. Con una fiducia fortissima per l’iniziativa che si stava avviando. Pier, il compagno di Giuliana, ci rassicurava che la persona «incaricata» lo faceva stare tranquillo «era l’uomo che poteva riportare Giuliana». La stessa fiducia esprimeva del resto Gabriele Polo che, con Valentino Parlato, seguiva la vicenda in rapporto al governo. Non conoscevo Nicola Calipari, e il suo nome necessariamente segreto nemmeno trapelava. Ma tutto sarebbe diventato drammaticamente chiaro nel giro di pochi minuti. Quando in redazione dall’euforia per l’annuncio dell’avvenuta liberazione, come un’onda anomala inaspettata, siamo passati alla verità della tragedia avvenuta.

Così ho imparato a rincorrere il nome e il ruolo di Nicola Calipari. E quando il giorno dopo Giuliana ferita è stata riportata a Roma – il corpo senza vita e crivellato di colpi di Nicola sarebbe arrivato il giorno dopo con lo stesso aereo – l’ho ritrovato come fosse ancora vicino a lei. Nei viali dell’ospedale militare del Celio, dov’ero corso per raccogliere la testimonianza di Giuliana. Tutti erano preoccupati per le ferite di Giuliana, urgeva portarla in radiologia. Allora Giuliana venne condotta con una sedia a rotelle lungo un corridoio asettico, coperta da un plaid di lana scozzese.

Proprio sull’uscita dal reparto entrò Maria Rosa Calipari, la moglie di Nicola, il responsabile della divisione operazioni internazionali del Sismi ucciso ad un check point dei militari americani. Era voluta venire a tutti i costi quasi per rendersi conto di persona che il marito alla fine non fosse morto inutilmente. Affranta, piegata, asciutta, bella, un viso fiero. Maria Rosa Calipari piangeva piegata interrogando Giuliana che aveva ancora con l’ossessione di Baghdad davanti agli occhi. «È stata una pioggia di fuoco – rispondeva – una pioggia di fuoco». Ripeteva disperata, perché non poteva nemmeno gioire della sua liberazione, vista la fine sanguinosa del tentativo di salvarla. Per il quale Nicola Calipari si era adoperato ogni secondo, ogni minuto, ogni ora di quel mese lungo un’eternità.

Poi la dichiarazione più profonda da parte di Giuliana a Maria Rosa guardandola fissa negli occhi, consapevole di dovere la sua vita proprio a Nicola, al suo gesto estremo di consapevolezza: «Io mi prenderò cura di lei. E tutto questo si dovrà testimoniare, si dovrà raccontare, perché non c’è un solo motivo per cui l’abbiano potuto fare».

Difficile dire quanto sia stato profondo il momento di verità tra le due donne, entrambe provate e sopraffatte dalla realtà, ed entrambe testimoni in prima persona di un crimine. A un certo punto Giuliana l’ha come rassicurata: «È morto per salvarmi». E noi non sapremmo dire oltre del coraggio sereno, della risposta tranquilla data a Giuliana: «Ma lui era venuto proprio per questo». Per quello il giorno dopo, davanti alle autorità e alla polizia schierata all’ingresso della Chiesa di Piazza della Repubblica per le sue esequie, portammo ben visibile e alzato verso il cielo la prima pagina del manifesto che gridava che Nicola era «Uno di noi».

Che cosa era accaduto? Che la guerra ci era precipitata tutta addosso. Nonostante Giuliana, come Stefano Chiarini, fossero per noi non deontologicamente gli «inviati di guerra» come per ogni altro giornale normale, ma inviati contro la guerra.

Il rapimento di Giuliana aveva trasformato il manifesto. Non solo perché era diventato un febbrile laboratorio pacifista o perché eravamo noi la notizia. Ma perché testimoniavamo la barbarie della guerra. Che non si riesce a dire, come nei dolorosi dialoghi al Celio.