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Visioni

«I bambini sono gli unici che hanno dignità»

Berlinale. Parlano i gemelli Damiano e Fabio D'Innocenzo, registi del secondo film italiano in concorso «Favolacce»

Damiano e Fabio D'Innocenzo

Damiano e Fabio D'Innocenzo

I bambini di Favolacce? «Siamo io e Damiano da piccoli» – raccontano i fratelli D’Innocenzo a Potsdamerplatz, a poche ore dalla premiere del loro secondo film alla Berlinale, due anni dopo il potente esordio con La Terra dell’abbastanza. «Nel nostro film ci sono ricordi della nostra infanzia, ma anche letteratura e cinema, perché questo non è un racconto autobiografico. Da bambini vivevamo divisi in una sorta di dualismo tra ciò che vedevamo, un mondo crudele e a volte asfissiante, e la nostra percezione delle cose, che credevamo essere frutto di pessimismo, della nostra indole introversa e meditabonda. Crescendo, abbiamo capito che le cose sbagliate che vedevamo non dipendevano da noi. Allora abbiamo voluto fare un film sull’intuito dei bambini, su questa loro capacità straordinaria e pericolosissima di vedere le cose per ciò che sono. L’idea non ci è venuta, l’idea c’è sempre stata. L’abbiamo scritto a 19 anni. Dovevamo fare questo film prima di diventare vecchi, prima che fosse troppo tardi».
Favolacce è ambientato in una periferia romana, coatta e universale, «un luogo dell’anima come tanta suburbia americana». «Abbiamo cercato di creare un’atmosfera non troppo legata a una geografia e a un tempo concreti, ci siamo voluti un po’ staccare dal realismo sociale e geografico del precedente film» – precisano i gemelli .

I RIFERIMENTI di questo immaginario vanno da Carver al Burton di Edward mani di forbice, da Lynch a Updike e Yates, Spoon River, ma anche Charlie Brown. «È un film sulla provincia, sugli insospettabili. Tutti possiamo riconoscerci nelle contraddizioni di questi personaggi piccolo borghesi e tutti devono sentirsi chiamati in causa. Siamo di fronte a persone che avevano delle ambizioni, fallite più umanamente che economicamente o socialmente. Si sono comprati queste casette in attesa di un ascensore sociale che alla fine non è arrivato e ora si ritrovano in uno strano limbo, un mondo in cui hai già molto ma non ti basta. Gli adulti non si rendono neanche più conto di ciò che di bello hanno. Mentre i bambini capiscono e vedono chiaramente. Tutto. Anche l’ignoranza, la cattiveria, l’oscenità, la misoginia dei genitori in cui senti gli echi del berlusconismo e del salvinismo». Da Favolacce emerge una visione impietosa del mondo, nera, pessimista. Senza speranza.

«È COSÌ che la vediamo. Tranne che per la generazione che verrà, quella dei bambini. Gli unici che hanno dignità, anche nella loro decisione di uscire di scena perché si sentono estranei a questo mondo. Ma non vogliamo giudicare nessuno. Nei nostri personaggi ci sono delle contraddizioni forti. Le cose orribili che alcuni di loro dicono, è dura ammetterlo, ma a volte è capitato anche a noi di pensarle, pur essendo persone completamente estranee a quella mentalità. La nostra generazione è fondata su un patriarcato che spesso sfocia in un machismo incomprensibile che miete vittime ogni giorno. Aspettative, frustrazioni, rabbia inespressa. Esiste un problema generazionale. E forse l’unico modo per risolvere il problema è abbattere quella generazione. Ed è ciò che facciamo nel nostro film».