closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Guerre d’appalto

Una visita di Matteo Renzi a Herat

Aveva detto: «Noi non rincorriamo le bombe degli altri», e invece Matteo Renzi, subito dopo la chiamata di Barack Obama, ha annunciato da Porta a Porta (a questo punto la prima Camera del Paese) l’invio a Mosul, l’area più calda dell’Iraq, di 450 soldati.

Una svolta del «disertore» Renzi, passata quasi sotto silenzio, anzi sotto banco. Perché si tratta di «stivali a terra», truppe sul campo, quelle che l’America non mette più in questa misura, tanto che delega l’appalto del presidio di guerra proprio all’Italia che si accoda così alla scia dei pesanti bombardamenti Usa nella regione.

Dopo le gravi responsabilità degli Amici della Siria (Stati uniti, Paesi europei, Turchia e petromonarchie del Golfo) che per più di due ani hanno destabilizzato questo Paese «perché Assad se ne deva andare», favorendo indirettamente e direttamente la nascita dello Stato islamico.

Andiamo in armi a Mosul per difendere l’importantissima struttura della mega-diga, ora ripresa dai peshmerga ma diventata famosa nel 2014 per lo sventolìo di bandiere dell’Isis che annunciava la sua estensione e visibilità dalla Siria alla provincia irachena di Anbar, proprio con la conquista di Mosul. Da dove infatti il «califfo» Al Baghdadi ha fatto il suo proclama al mondo. Una zona dunque ad alto rischio.

Che, pur accerchiata ma da eserciti quasi pronti a farsi la guerra fra loro, resta saldamente in mano alle milizie dell’Isis. Le stesse che approfittano anche del conflitto tra l’autorità centrale di Baghdad e il governo del Kurdistan iracheno impegnato nella separazione dall’Iraq e, sotto la guida di Barzani, a chiamare – assai poco fraternamente con i kurdi del Rojava e quelli del Pkk – in soccorso l’esercito turco, subito inviato da Erdogan. Per cominciare a farlo evacuare il governo iracheno ha dovuto presentare una mozione al Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Ora l’Italia invia in quest’area di conflitto aspro con il nemico Califfato ma anche tra «alleati», centinaia di soldati a presidiare una zona che, nel prosieguo della guerra, diventerà peggio di Nassiriya.

Renzi aveva detto e ripetuto «senza una strategia non c’è intervento militare», e invece corriamo al seguito della strategia Usa mirata ai suoi dividendi di guerra e ad impegnare la più presentabile Italia in sostituzione dell’improponibile Sultano atlantico di Ankara. In Iraq, da dove ci siamo ritirati da anni. Mentre si apre anche la possibilità di un intervento in Libia, ora che, divisa e in guerra civile, vede la firma dei due parlamenti di Tripoli e Tobruk per un governo di carta che chiami truppe occidentali a definire hotspot «sicuri» per recintare la disperazione dei profughi.

Non solo ci appaltano una guerra, ma annunciamo che lo facciamo per un appalto. Per la ditta di Cesena, il Gruppo Trevi, che avrebbe dovuto avere una committenza milionaria per la sistemazione della diga di Mosul, ma ancora non ce l’ha. E allora corriamo manu militari per il made in Italy in concorrenza con gli interessi tedeschi per lo stesso subappalto. Finalmente una chiarezza: stavolta non è una guerra «umanitaria» ma d’affari.

Un altro sbattimento di tacchi, un altro signorsì di Matteo Renzi dopo la decisione di estendere, su richiesta della Casa bianca, la missione militare italiana in Afghanistan, dove siamo in guerra con la Nato da «soli» 14 anni contro il nemico talebano che resta sempre all’offensiva. Presa a ridosso della strage Nato dell’ospedale Msf di Kunduz e nello stesso giorno in cui il neo-premier canadese Trudeau ritirava il contingente di Ottawa. Insomma, da un appalto all’altro.

  • CitizenGC

    Quando l’ideologia offusca il buon senso. Vi riempite la bocca di grandi parole “guerre”, “sbattere i tacchi”… Immagini potenti. Ma parlate sempre dei massimi sistemi… mai e poi mai un occhio all’aspetto pratico delle cose: bisogna lasciare l’appalto a qualcun altro? [risposta, please!] Bisogna prenderlo e lasciare i lavoratori non protetti in balia di possibili attacchi? [risposta, please!] Bisogna lasciare che la diga venga distrutta? [risposta, please!]
    Sempre a lamentarsi (son capaci tutti dal caldccio del proprio studio e quando non si è chiamati a far nulla). Ma alternative pratiche, queste mai. Solo strali su ciò che altri hanno fatto. Troppo facile così.

  • Federico_79

    Caro il mio Citizen
    – l’ appalto della guerra non va lasciato a nessuno, perche’ siamo pacifisti.
    – la diga va salvaguardata e l’ Isis combattuta, non con le bombe, ma tagliando i fondi, in particolare quelli versati dalle monarchie del petrolio
    Mi piacerebbe sapere perche’ dici “please” invece di “per favore”, e “citizen” invece di “cittadino”. Non sarai un po’ offuscato?

  • CitizenGC

    Offuscato forse sarai tu, Federico. Il fatto che siate pacifisti non vuol dire che l’appalto non lo prenderà nessuno, caro il mio. La diga ha bisogno di riparazioni, quindi c’è un appalto per i lavori. Qualcuno questo appalto la prenderà. Sveglia. Quindi abbi il coraggio di dire “io penso che l’appalto vada lasciato ad altri”. E la diga come la salvaguardi in questa situazione? Risposta per favore (se lo capisci meglio). Vorrei sapere in pratica come salvaguardi la diga da un possibile attentato. Come al solito tanti bei discorsi inapplicabili in pratica. La diga la potrebbero fare saltare domani. E dici che sono io l’offuscato? Un po’ di senso pratico (e umiltà) in più non guasterebbero, sai?