Ieri il capo del Pentagono Austin ha chiamato il suo corrispettivo russo Shojgu chiedendo un cessate il fuoco e la preservazione comunque dei canali di comunicazione Usa-Russia. Una novità rilevante, anche se sono ancora parole, è un gesto che rischia di spiazzare perfino gli alleati. Perché continuando ad inviare armi in Ucraina, ora anche quelle pesanti, offensive, ormai anche l’Italia e l’Europa sono in guerra.

Così nel giro di alcune settimane lo scenario generale è radicalmente cambiato: da un’azione di contenimento e di sostegno alla difesa ucraìna ad una prospettiva di un’offensiva contro la Russia e in terra russa. Con l’invio di armi pesanti, con il vertice di Ramstein, con il premier inglese che avvalora l’ipotesi di attacchi sul suolo russo e con la Svezia e la Finlandia che si apprestano ad accelerare l’entrata nella Nato (che con il suo stolido segretario zittisce Zelensky sulla Crimea) è cambiato tutto.

Lo scenario – nonostante le interpretazioni ottimistiche del discorso di Putin del 9 maggio, del viaggio di Draghi a Washington e ora con il gesto di Austin – resta sul campo quello di una escalation. D’altronde solo qualche giorno fa la visita del segretario dell’Onu a Kiev (dopo Mosca) è stata accompagnata dai raid russi sulla capitale ucraina: a buon intenditor poche parole.

Anche gli intendimenti di pace di papa Francesco sono stati fermati, da Zelensky e da Kirill. Le timide ma importanti aperture di Macron non sembrano seguite e il riferimento di Draghi che Putin e Biden «si debbano parlare», loro due non per interposti poteri, sembra finora senza nessuna ricaduta. Se nelle prime settimane della guerra prevaleva la ricerca di una possibile mediazione e di accordo per il «cessate il fuoco», ora il tema è come «vincere la guerra» e come mettere all’angolo Putin.

Non si capisce fino in fondo quale sia il «punto di caduta» di questa strategia: la sconfitta sul campo delle truppe russe, la riconquista della Crimea e del Donbass, la defenestrazione o l’umiliazione di Putin? Mentre la Russia combatte una guerra di aggressione sanguinosa e criminale che causa tragedie alla popolazione civile, gli Stati Uniti combattono la loro «guerra per procura» o da remoto, con all’orizzonte diversi obiettivi: far inginocchiare i russi ed indebolire i cinesi, ricondurre all’ordine gli europei sotto la Nato, ribadire l’insidiata supremazia.

Gli alfieri della guerra dicono: dobbiamo portare fino in fondo l’azione militare a difesa dell’Ucraina per arrivare ad una «pace giusta». Ma quante guerre sono finite con una «pace giusta»? In Afghanistan? In Bosnia Erzegovina, dopo l’accordo di Dayton? E per il Kosovo? E a Cipro, dopo la guerra tra due eserciti Nato del 1974, c’è forse una «pace giusta»? L’unica cosa giusta da fare è condurre al silenzio le armi, farle tacere; e poi ricercare le strade di un possibile compromesso. Forse estremo, paradossale, forse unilaterale. Erasmo da Rotterdam ricordava: «Molto meglio una pace ingiusta, che una guerra giusta». Con di più il rischio che una «guerra giusta» locale diventi una «guerra giusta» globale, nucleare, in cui poi nessuno potrà rivendicare mai più la giustezza della sua guerra.

Poi, vista dall’occidente, questa retorica e isteria bellicista è veramente ipocrita: chi ci crede lasci la sedia dei talk show (da dove si pontifica) e parta per il fronte. Dove invece sarebbe meglio andare – come fecero in migliaia 30 anni fa per le guerre jugoslave e come si sta iniziando a fare ora- per portare aiuti, soccorrere le vittime, fare assistenza umanitaria e interposizione di pace.

La politica italiana (quasi tutta) balbetta, prona alle alleanze militari, al complesso militare-industriale e alle dinamiche di guerra, mentre i pacifisti italiani ed europei – attaccati e insultati (amici di Putin, traditori, ecc.) – cercano di tenere in piedi una riflessione e un’azione di pace, come abbiamo documentato con Sbilanciamoci nell’ebook I pacifisti e l’Ucraina (gratuito da https://sbilanciamoci.info/i-pacifisti-e-l-ucraina/).

Con l’illustrazione al libro di Mauro Biani,, l’intendimento è chiaro: oggi si tratta di «vincere la pace», non di vincere la guerra. Sempre gli alfieri della guerra ci dicono: non si può fare la pace con un criminale come Putin. Vogliamo fare l’elenco di tutti i criminali e i dittatori con cui gli Usa e gli occidentali si sono alleati in questi decenni, con i quali magari hanno combattuto fianco a fianco?

Oggi, l’obiettivo primario è evitare altre sofferenze, altre vittime, altre distruzioni. Continuare ad inviare armi offensive, pesanti) adesso che il conflitto ha cambiato natura, da contenimento e difesa ad offesa anche in territorio russo, significa prolungare la guerra, alimentarla, estenderla in una dinamica incontrollata, in una spirale da esiti che possono essere catastrofici. L’obiettivo non può essere che il «cessate il fuoco», immediato – forse se ne è accorto, a parole, anche il Pentagono.

Qualche giorno fa il commissario europeo Gentiloni ha detto (pur timidamente) che l’Onu, il Vaticano e la Cina potrebbero avere un prezioso ruolo di mediazione. Condivisibile. Ma, non è successo niente. Ecco: se Stoltenberg, Johnnson, Biden e compagnia parlassero di meno e se ci fosse un mandato (anche solo ufficioso) ai soggetti citati da Gentiloni ad intraprendere la ricerca di un «cessate il fuoco» faremmo un grande passo in avanti. È quello che – anche per salvare la popolazione ucraina ed evitare altre vittime – tutti noi speriamo.