closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Governabilità o democrazia, i governanti al riparo dai governati

Postdemocrazia. Cosa c’è dietro l’ingegneria istituzionale della governabilità ad ogni costo

Le regole della caccia alla volpe interessano perlopiù i signori che la praticano. E, suo malgrado, la volpe. Difficile immaginare che un intero popolo vi si possa appassionare.
Altrettanto lecito è dubitare che gli italiani fremano per i dispositivi e le norme di quella nuova legge elettorale che i media pongono ripetutamente e quotidianamente al vertice delle loro più impellenti aspirazioni.
Assai più probabile è che desiderino presto un qualsivoglia risultato per non sentirne parlare più e passare ad altro.
Del resto, già il latino maccheronico correntemente impiegato nel designare le diverse leggi elettorali è indice dell’atmosfera provinciale e comicamente liturgica in cui tutto il dibattito si svolge per partorire, alla fine, qualcosa di assai simile al già noto. Laddove in questione sono assai meno le forme della democrazia che non la distribuzione delle risorse di potere tra forze politiche in disastrosa crisi di senso e di rappresentanza.

Le argomentazioni che i maggiori costituzionalisti italiani hanno opposto al progetto di legge concordato da Renzi e Berlusconi non potrebbero essere più sensate. Ma si tratta di un esercizio di razionalità politico-giuridica che difficilmente potrà incidere su una storia già ampiamente scritta, non solo in Italia e non da ieri. Converrà allora risalire alle spalle dell’ingegneria normativa che infesta le prime pagine per collocare lo stato comatoso in cui versa la democrazia rappresentativa nel contesto, sempre più decisamente postdemocratico, che gli è proprio.

La parola chiave da cui si deve partire è «governabilità». Non risale alla notte dei tempi, ma agli anni ’80, per poi celebrare il suo trionfo con il passaggio dal proporzionale al maggioritario nel 1993. Lungi dal rappresentare un concetto tecnico-giuridico il principio della «governabilità» è di natura strettamente e squisitamente politica ed è anche piuttosto semplice: consiste nel mettere i governanti al riparo dai governati, almeno per il tempo che intercorre tra una scadenza elettorale e l’altra. Ed è talmente pervasivo, in questa sua semplicità, da potersi applicare a uno stato nazionale, a una fabbrica, a una università, a un sindacato (lo sa bene il segretario della Fiom Maurizio Landini nel condurre la sua battaglia per la democrazia sindacale), in breve a qualsivoglia organismo collettivo, con diversi gradi di potere disciplinante e di durata. Ed effettivamente a tutte queste realtà è stato in diversa misura applicato.

Questa prerogativa del comando consiste in primo luogo nell’escludere la possibilità stessa delle «crisi di governo» e cioè l’eventualità che di fronte all’esplodere di contraddizioni sociali e politiche il quadro governativo si trovi costretto a scomporsi e ridisegnarsi.
La «governabilità» garantisce invece che, per il tempo privo di incertezze del suo mandato, la maggioranza parlamentare e il suo governo possano esercitare il più pieno arbitrio senza mettere a repentaglio la propria stabilità. Una tendenza alla facilitazione del comando, o riduzione della complessità come la chiamavano i teorici più raffinati, che nessun bilanciamento istituzionale, e men che meno la corruttibile «libertà di coscienza» dei rappresentanti, potrà più rimettere in questione.

Governi, è ovvio, ce ne sono sempre stati, anche nelle fasi di maggiore instabilità (che sovente corrispondevano a quelle di maggiore sviluppo), soggetti, tuttavia, a quella necessità di adattamento alla turbolenza dei governati che il principio di «governabilità» intende radicalmente rimuovere.
La crescita costante dell’astensionismo è il segno più evidente del diffondersi del senso di impotente distanza da parte dei governati e, nei casi meno rassegnati, di ostilità, che la blindatura del quadro politico determina.

Ma «governabilità» è anche la bandiera dei partiti maggiori, i quali rispondono alla stessa logica delle grandi concentrazioni economiche impegnate nella competizione entro un orizzonte comune. Questo orizzonte comune o «regola condivisa» non è che la dottrina della competitività liberista nonché la pretesa a una libertà di azione che non ammette vincoli né discussioni. Quando si dice che l’economia domina la politica, si intende soprattutto che la seconda si ridisegna secondo gli schemi e le forme della prima. Ed è esattamente quello che i grandi partiti monopolistici stanno facendo nell’approntare le condizioni normative che rendano possibile questo adeguamento. Senza troppo discostarci dalla realtà potremmo considerare le primarie come una assemblea degli azionisti, la direzione politica come un consiglio di amministrazione, il segretario come un amministratore delegato e le elezioni politiche come la competizione su un mercato che non lascia più spazio agli outsiders o alle piccole imprese più o meno artigianali.

È questo carattere postdemocratico dell’ordine liberista, e il riconoscimento comune delle regole che vi presiedono, ciò che nella sostanza sottende l’accordo tra il Pd di Matteo Renzi e la rinata Forza Italia di Silvio Berlusconi. Così come i listini della Borsa anche il duopolio politico non prevede «alternativa», ma solo alternanza delle rispettive quotazioni sul mercato. La nuova legge elettorale costituisce un efficace adeguamento della politica a questo schema. Le «larghe intese», che si pregia di aver superato per sempre, non erano in fondo che una applicazione diversa di quello stesso dogma della «governabilità» ad ogni costo che essa sancisce nella dottrina dell’alternanza. Nell’un caso e nell’altro si tratta di cancellare la conflittualità sociale dalla vita collettiva.

La dimensione postdemocratica è ciò che sempre più accomuna il governo dell’Europa a quelli dei singoli stati che la compongono e che contribuiscono in maniera decisiva a ostacolarne l’evoluzione politica e conservarne la rigidità tecnocratica. Non c’è da aspettarsi alcuna democratizzazione dell’Unione da parte di sovranità nazionali alle prese con la riduzione dei propri spazi democratici interni.
Semmai il contrario, secondo la generosa e azzardata ipotesi di Etienne Balibar che auspica un’Europa più democratica di tutti gli stati che la compongono.

È solo su questa scala che un movimento politico e un concorso di forze che parlino una lingua diversa dal latino maccheronico potrebbero rovesciare la «regola comune» cui i nostri monopolisti politici, nazionali e sovranazionali, vorrebbero piegare le società europee.

  • Davide

    Tutto condivisibile e perfettamente espresso sino a poche righe dalla fine dove scatta il sorprendente rovesciameno della logica prima dispiegata: se l’Europa è accomunata ai singoli stati nell’ostacolare l’evoluzione politica e conservare la rigidità tecnocratica, anzi, ad essere più precisi, costituisce proprio il principale dispositivo istituzionale ed economico (attraverso il controsenso economico della moneta unica) che utilizzano gli Stati per blindare al proprio interno la governance postdemocratica, come possa diventare più democratica di tutti gli stati che la compongono è un mistero pari all’immacolata concezione.

  • carlo

    È giusta anche l’ultima parte, l’autore ribadisce il concetto di tale, Etienne Balibar che auspica un Europa piu democratica di tutti gli Stati che la compongono, se cio si avverasse forse per noi sarebbe una fortuna!

  • Davide

    Dunque, la logica del ragionamento (non attribuibile in questa forma a Balibar, ma ubiquamente diffuso nella, sempre sedicente, sinistra) sarebbe: gli stati europei sono poco (d’accordo, è un eufemismo: anche questo fa molto sedicente sinistra) democratici (premessa maggiore, universale negativa), l’Europa è formata da stati dell’Europa (premessa minore, particolare affermativa), quindi…l’Europa è più democratica degli stati (e questa è la conclusione…)

  • toyg

    Il centralismo europeista, come tutti i centralismi, ingabbia le forze locali ma può anche avere valore propedeutico — la tradizione illuminista, da Napoleone a Lenin, è tradizionalmente centralista, eppure ha sparso democrazia come nessun altro filone culturale.

  • Davide

    Detto che della tradizione illumista fa parte, Adorno insegna, anche Auschwitz, rimane che non si tratta di discettare sui concetti astratti di centralismo e localismo, o sovranità statale, ma del centralismo realmente esistente oggi in Europa, e qui ad insegnare è Marx, che è quello del capitale, da sempre internazionale al contrario del proletariato, che utilizza l’Europa come infrastruttura di potere.

  • tobia desalvo

    L’esigenza di “governabilità” è connaturata alla tripartizione dei poteri e la conflittualità varia è normata e regolata dalla sottomissione del Governo alla legge, che invece rientra nelle prerogative del Parlamento. Il punto è che il premio di maggioranza subordina il legislativo all’esecutivo impuntandovi a pacchetto delle maggioranze, come un azionista fa in un Cda, e questo è grave perché trasferisce la rappresentanza sovrana da un libero parlamentare a un manipolo di dipendenti. Non vorrei che in questa contestazione della governabilità vi sia in nuce una certa avversione per la democrazia rappresentativa che in quanto tale comprime necessariamente gli spazi di partecipazione attraverso la rappresentanza, ovvero credo che la battaglia per l’Europa unita e democratica si possa fare solo attraverso l’espressione di volontà raccolta intorno a grandi partiti sovranazionali che, comunque in ultima istanza, partecipino a definirne un Governo.

  • Carlo

    no la mia è solo una speranza, che altri popoli forse un po più civilizzati dei nostri ci aiutino ad uscire da questa palude. comunque mi inchino alla vostra preparazione su tali argomenti.

  • http://porciconleali.blogspot.it/ RoobZarathustra

    Non mi piace la sviolinata ad una Europa irriformabile e ormai più struttura burocratica per conto del capitale che strumento per l’emancipazione dei popoli. Oltre ciò ottime analogie di come stanno ideando il sistema elettorale o comunque che idee ne hanno i novelli politici e loro seguaci della “democrazia rappresentativa”, l’articolo sarebbe stato molto più graffiante e ben fatto se fosse rimasto più incentrato sul tema elettorale..

  • Davide

    Condivido la speranza, ma non ne farei una questione di civiltà, se i civilissimi tedeschi hanno provocato (e stanno provocando) le più immani tragedie del secolo passato e di inizio del nuovo. (Naturalmente non si tratta del tedesco sulla soglia di povertà, mal impiegato e ferocemente sfruttato in un minijob, mal del capitale tedesco e degli squlibri economici che gli stanno consentendo di vampirizzare l’Europa, quella vera, dei popoli, non quella dell’europarlamento, della BCE o della commissione.