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Alias Domenica

Gnoli, lo sguardo delle cose nell’epidermide calorosa

A Milano, Fondazione Prada, la mostra di Domenico Gnoli, concepita da Germano Celant, a cura di Carlo Barbatti. Cominciò, su scala internazionale, con illustrazioni e scenografie bizzarre e capricciose, ma è nel 1964 che l’occhio dell'artista nato a Roma si fa originale: in picchiata a schiacciarsi sugli oggetti. Le sue asole e i suoi bottoni hanno una qualità «imperterrita» che rimonta alla Metafisica, ma con affabilità

Milano, Fondazione Prada, un «passaggio» della mostra di Domenico Gnoli: da sin. a destra,

Milano, Fondazione Prada, un «passaggio» della mostra di Domenico Gnoli: da sin. a destra, "Red Dress Collar", 1969, "Robe verte", 1967, "Fermeture éclair (Zipper)", 1967, foto Roberto Marossi courtesy

[caption id="attachment_541980" align="alignnone" width="716"] Domenico Gnoli nel 1963, fotografato da Mimì Gnoli[/caption]   Alla richiesta di scrivere qualche parola sul suo lavoro, per accompagnare le opere in mostra al Premio Marzotto del 1966-’67, il trentatreenne Domenico Gnoli rispose con poche righe acuminate: «In un momento come questo di iconoclastica antipittura che vorrebbe rompere tutti i ponti col passato, io tengo a collocare il mio lavoro in quella tradizione “non eloquente” nata in Italia nel quattrocento e arrivata fino a noi passando, da ultimo, per la scuola metafisica. Mentre sembra conclusa l’esperienza di quanti vollero interpretare, deformare, scomporre e ricreare, la...

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