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Gli sfondi paesistici di Antonio Ligabue

Divano. Gli sfondi paesistici entro i quali si muovono i protagonisti della pittura di Antonio Ligabue diresti provengano, quasi interamente, da due scenari soltanto. Potessimo ricorrere al modulo delle didascalie sommarie che il drammaturgo appunta per segnalare un mutamento di scena allo scenografo e al regista, diremmo per l’uno «selvaggia foresta», per l’altro «amena campagna con vista di villaggio»

Gli sfondi paesistici entro i quali si muovono i protagonisti della pittura di Antonio Ligabue (1899-1965) diresti provengano, quasi interamente, da due scenari soltanto. Potessimo, nel caso di Ligabue, ricorrere al modulo delle didascalie sommarie che il drammaturgo appunta per segnalare un mutamento di scena allo scenografo e al regista, diremmo per l’uno «selvaggia foresta», per l’altro «amena campagna con vista di villaggio». Innanzi al primo selvatico sfondo Ligabue ambienta la crudele, incessante lotta dei viventi per la sopravvivenza, condotta senza esclusione di colpi e portata fino all’ultimo sangue.

Nello scenario agreste (che si apre, per lo più, nei colori di una variopinta primavera o d’una estate dorata di messi mature – non mancano, però nevicate e temporali e allora, in alto, cupe pesanti nubi), Ligabue, nella strada che dal villaggio (le case dai tetti spioventi, la chiesa con la torre campanaria e la guglia del castello in ordinata fila) si snoda tra i coltivi, offre campo a diligenze e a carrozze tirate da possenti cavalli bianchi e sauri (non ne ricordo di neri) nei loro ricchi finimenti. I postiglioni in serpa sono avvolti in giacconi di cuoio, calcano in testa cappelli a tubo.

Tengono in una mano le lunghe briglie, nell’altra agitano la frusta che fan schioccare incitando alla corsa. Una corsa, se scorri in sequenza le numerose pitture che la raffigurano, che scopri raramente, e forse mai, tranquilla.

Ora contrastata dall’inclemenza della stagione, venti avversi e bufere. Ora il legno è inseguito da una muta di lupi o aggredito da un branco di cinghiali. Ora i cavalli, imbizzarriti, sfuggiti al controllo dei cocchieri, trascinano la diligenza in una rapinosa travolgente carriera, mentre si levano grida di terrore e tremendi nitriti.

Ligabue, rappresenta nella diligenza raffigurata in prossimità del villaggio o lungo il tragitto che percorre per raggiungerlo, il suo desiderio di tornare al luogo della sua infanzia e adolescenza in Svizzera; e vi simboleggia i molti tentativi, tutti falliti, fatti, una volta espulso dalla Svizzera e assegnato d’autorità, nel 1919, a vent’anni, a risiedere in Emilia, a Gualtieri. E, non senza significato, Gualtieri o le rive del Po, poco (direi per nulla), appaiono nella sua pittura.

Quella «amena campagna con vista di villaggio» così come le «selvagge foreste» dimorano nella mente di Ligabue: sono il luogo reale delle sue figurazioni, per lo meno quanto luoghi irreali sono per lui Gualtieri e il Po. «Irreali» si dice, nel senso che non sono censiti dalla sua pittura. Valga a conferma la serie degli Autoritratti. Constati la permanenza regolare dello sfondo di «amena campagna», senza significative varianti. Ligabue nel presentar sé stesso, mostra il luogo della sua residenza «vera».

E non sembra senza significato che quel villaggio acquisti talvolta, se possibile, quando collocato in un suo autoritratto, una maggior precisione e nettezza. E mai che lo minacci qui un’incombente perturbazione di clima e di stagione. Inalterato, in piena luce, il profilo di quel villaggio resta come una cifra araldica, uno stemma a designare Ligabue nel lignaggio suo proprio. Il 16 novembre del 1962, Ligabue dipinge un olio su tela (cm. 55×45). È un autoritratto ed è il suo ultimo dipinto.

Gli occhi dallo sguardo penetrante, sbarrati al centro della tela, immediatamente ti afferrano e ti tengono sì che con difficoltà sei portato a considerare gli altri elementi che compongono il quadro. Il maglione azzurro di lana grossa con il collo alto. Il volto cereo, le rughe profonde sulla fronte, i baffi e il labbro inferiore rosso mattone. La barba trascurata e la calvizie. Le orecchie e il naso, macchiato di antiche cicatrici. Elementi di forte rilievo, ciascuno a sé, quasi elencati, giustapposti e non connessi non fosse per quegli occhi che li fan convergere e li uniscono in una composizione coerente.

La pennellata decisa conferisce a questo estremo autoritratto la forza icastica d’una medaglia. Il pigmento tiene del rilievo d’una fusione. Tale effetto ti avvedi quanto sia esaltato quando trascorri l’«amena campagna» del consueto sfondo. Essa si è stemperata in un verde uniforme che scolora verso l’alto, in una lontananza che sfuma tra le montagne e il cielo.


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