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Editoriale

Gli eroi del mercatone televisivo

Il Nobel Renato Dulbecco, Laetitia Casta e Fabio Fazio sul palco di Sanremo nel 1999

Quando si tocca il portafoglio anche le vecchie volpi gettano la maschera. Così il gran cerimoniere del senso comune televisivo, Fabio Fazio, esce allo scoperto e si fa intervistare per protestare contro le indebite ingerenze della politica negli affari della Rai. Affari nel senso proprio dei milioni di euro con cui l’azienda remunera i conduttori dei programmi.

Il popolare conduttore parla di un «vulnus insuperabile, la rottura del patto di fiducia tra viale Mazzini e chi ci lavora».

Il lacerante grido di dolore denuncia poi l’inaudito, perché fissare un tetto agli stipendi pubblici «significa affermare che il settore pubblico deve rinunciare alle eccellenze professionali che il mercato può offrire».

Il tetto maledetto di cui si discute corrisponde alla miseria di 240mila euro lordi l’anno, più o meno 10mila euro netti al mese per i dirigenti Rai come per tutti i dirigenti pubblici.

Va da sé che il teleutente, obbligato a pagare il canone per assicurare un piatto di minestra a questi poveri lavoratori, sarà certamente preso da un sentimento di solidarietà verso questi dipendenti così ingiustamente colpiti da mamma Rai. E d’ora in poi guarderà ai fazio della tv come a dei poveri perseguitati.

Il coraggioso conduttore mostra finalmente il petto, e con sprezzo del ridicolo afferma di aver fatto una scoperta ancora più sconcertante dell’assalto al portafoglio, di aver cioè constatato «un’intrusione della politica nella gestione della Rai senza precedenti, chiedono di mandare via l’amministratore delegato, danno i voti ai servizi dei telegiornali…». Cose dell’altro mondo accadono alle nostre latitudini televisive e se non fosse per questa voce critica del piccolo schermo, saremmo rimasti a cuocere nella nostra italica ignoranza e non avremmo mai saputo che la politica dirige le danze del cavallo e del biscione.

Una cosa giusta, tuttavia, Fazio la dice: «Siamo pagati dalla pubblicità, non dal canone».  Ecco sarebbe ora che chi è pagato dalla pubblicità andasse dove lo porta il conto in banca e che chi, invece, lavora in Rai lo facesse perché vuole offrire a chi paga il canone un servizio, informativo, culturale, di intrattenimento diverso dalla melassa che ci tocca vedere ogni giorno. A cominciare dalla domenica sera.

E non basta dire che c’è il telecomando per cambiare canale perché l’incestuoso rapporto tra partiti e televisione è semplicemente iscritto nel dna del sistema mediatico nazionale.

Da Bernabei a Berlusconi la Rai è sempre stata il braccio ideologico del partito di maggioranza relativa, capace di permettersi anche qualche opposizione a sua maestà. Poi dagli anni ’80 del secolo scorso, polo pubblico e polo privato sono stati vasi comunicanti di un mercato inesistente, in un sostanziale duopolio-monopolio imperante. Alla Rai un canone e un tetto per la pubblicità, a Mediaset pubblicità senza confini, in un mercato fittizio presidiato dai partiti. Vasi comunicanti e indistinguibili nella comune rincorsa dell’audience.

In pratica Fazio sostiene che i programmi di cucina della Rai sono di ineguagliabile qualità rispetto a quelli della concorrenza e per questo è giusto che chi li conduce sia pagato anche fino a 3 milioni di euro. E che anche il suo programma, che cucina altri tipi di ingredienti, dall’ultimo presidente del consiglio all’ultimo disco, meriti di essere considerato un valore aggiunto dell’azienda pubblica. Un valore aggiunto senz’altro. Per lui e i suoi cari.

  • rocco siffredi

    Privatizzare la RAI ed eliminare il canone.

  • il compagno Sergio

    Farei notare a Fazio che affermare che è la pubblicità che lo paga, lui e gli altri saltimbanchi televisivi, significa far finta d’ignorare – come i caproni che inneggiano alla privatizzazione – che la pubblicità la pagano i consumatori: quando compro una saponetta, un medicinale o un telefono, anche se non guardo la tv e non ascolto la radio, pago lo stipendio di chi vive, lautamente, della pubblicità.
    E la pubblicità è per l’appunto come l’IVA una forma di tassazione indiretta che colpisce, come tutti sanno, soprattutto i redditi più deboli. Se, non possedendo una televisione, si riesce a non pagare il canone, non si sfugge però alla “tassazione pubblicitaria”, che è quindi ben più tirannica e iniqua del canone perché appunto colpisce “a prescindere”, con buona pace degli starnazzatori della privatizzazione.
    Quindi il vero problema è che anche se il sig. Fazio andasse ad esercitare la sua presunta (autoproclamata) eccellenza nel settore privato, è sempre dalle tasche di noi consumatori che sarebbe prelevato l’obolo per remunerarla, a meno che uno non viva in autarchia. E se si calcola quanto paghiamo ogni anno di pubblicità attraverso i beni acquistati, il canone è veramente ben poca cosa.

    Il servizio pubblico è necessario, in un paese avanzato, com’è necessaria una sua corretta gestione.
    In alcuni paesi europei, i governi hanno regolato in maniera talvolta anche drastica l’inquinamento pubblicitario nelle rete pubbliche.
    Tra l’altro tutti sanno, e il manifesto in primo luogo, quanto la pubblicità possa influire sulla linea editoriale di una rete o di un organo d’informazione. Anche in questo ambito, c’è una casistica ormai impressionante di inchieste non andate in onda o non pubblicate, ovvero di ritorsioni contro mass-media che si sono permessi di violare il tacito accordo di non dire o mostrare cose scomode per un inserzionista.
    Ma tutto ciò, ed altre distorsioni che sarebbe lungo elencare, sono accuratamente ignorate dai pasdaran della privatizzazione e da chi, come il sig. Fazio, fa diversione per tirarsi d’impaccio. Semplici di spirito o manipolatori?

  • Alfio Boi

    Questa volta non sono d’accordo con Norma Rangeri. O meglio: sono d’accordo quando si dice che la RAI, che ormai siamo costretti a pagare tutti obtorto collo, dovrebbe avere l’aspirazione a fare qualcosa di diverso dalle reti commerciali ma non credo che il problema siano le star strapagate come Fazio e Vespa.
    Il problema è, secondo me, l’ambiguità di una televisione che si autodefinisce servizio pubblico, e come tale ti obbliga a pagare volente e nolente, e poi si muove con i criteri di una azienda privata. Riconosco che ci sono programmi di qualità nelle reti RAI ma se già si raccolgono i soldi del canone, si dovrebbe avere il coraggio di rinunciare del tutto alla pubblicità, come fa la BBC.
    Se invece ci si vuole muovere sul terreno del libero mercato occorre riconoscere che l’unica soluzione sarebbe la sua privatizzazione. Personalmente non sono un sostenitore di una soluzione piuttosto che dell’altra: l’unica cosa che non mi sembra giusta è il perdurare di questa ambiguità. Mi sembra cioè che non si voglia rinunciare ai benefici di entrambe queste alternative: da una parte costituire il veicolo principale di formazione del consenso, come ben sanno i politici che ne usano ed abusano, e continuare ad intascare i soldi del canone che adesso, con l’introduzione del pagamento attraverso la bolletta elettrica, presumo essere diventati più corposi; dall’altra non si vuole rinunciare ad agire come un’azienda privata compreso il godimento dei ricavi della vendita di pubblicità.
    Permanendo questo stato di cose è normale che chi ci lavora, se sa di avere un valore misurabile con l’indotto che crea (gli introiti pubblicitari appunto) reclami la sua parte. Prendersela con chi guadagna molto, senza badare se questi ricavi sono giustificati da un lavoro effettivamente svolto, mi da l’idea che ci si voglia accodare al mantra che va ora in voga. Io penso che se la RAI rinunciasse a competere sul mercato allora le star dovrebbero andarsene altrove o accettare di essere pagati come dipendenti ma fintantoché la RAI si avvale della raccolta pubblicitaria non c’è nulla di male che chi ti fa raccogliere più pubblicità meriti di più.

  • ales

    Piuttosto che pagare il canone e lo stipendio a questi personaggi televisivi e finanziare trasmissioni stupidissime, ho rinunciato alla televisione e vivo benissimo senza.

  • fausto marvelli

    Non ricordo Fazio difendere Luttazzi dagli attacchi dei partiti. Anzi, gli soffiò il posto col talkshow subito dopo l’editto bulgaro, come fece Pigi Battista con Biagi. #crumiri #lottizzati

  • fausto marvelli

    Fazio è un esperto di manipolazione e conta su complici nella stampa: Serra (Repubblica) e Gramellini (Stampa, ora Corriere) non a caso sono suoi autori/comprimari. Per capire il tipo, torno sul caso Luttazzi. Il giorno dopo l’editto bulgaro (il giorno dopo!) Fazio si fece intervistare da Repubblica. Titolo: “Anch’io epurato dalla Rai”. Un falso clamoroso. Ma per un anno Repubblica scrisse dell’editto bulgaro “contro Biagi, Santoro e Fazio”. Successe davvero. A denunciare il falso storico fu Antonio Ricci. Repubblica da quel momento scrisse dell’editto “contro Biagi, Santoro e Guzzanti”, poi “contro Biagi, Santoro e Travaglio” e infine “contro Biagi e Santoro”. Sul blog di Luttazzi c’era una rubrica apposta che segnalava questi casi di “berlusconite” ai suoi danni. Fazio fa parte del sistema. L’ha accettato sin dall’inizio e ha tratto vantaggio dalle intromissioni della politica. Per giunta, non esitò a soffiare il posto a Luttazzi col talkshow subito dopo l’editto bulgaro, invece di difendere il collega dagli “attacchi della politica”. Ora di che si lamenta?

  • Pasquale Hulk

    Caro Fausto, ti ringrazio per la tua opera di diffusione dei fatti e conservazione della memoria in un Paese così smemoratato, bugiardo e ipocrita.

  • enrpreit

    Fazio non si è mai espresso quando poteva risultare voce giusta ma scomoda. Si è svegliato adesso dimostrando quello che è: persona di poco conto amante del quieto vivere.