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Editoriale

Germania, respinto l’assalto ai profughi

La sorpresa era largamente prevista. Eppure resta tale. L’indiscussa affermazione, più consistente di quella pronosticata dai sondaggi della vigilia, di Alternative fuer Deutschland, il partito conservatore e nazionalista guidato da Frauke Petry che ha puntato tutte le sue carte contro la politica migratoria della Cancelliera non può che fare impressione. Anche se, come è accaduto in Francia con Marine Le Pen, il successo elettorale di Afd non le apre nessuna prospettiva di governo nei tre Laender che sono andati al voto con affluenza in aumento: Baden-Wuerttemberg, Sassonia-Anhalt, Renania-Palatinato, circa 16 milioni di elettori. Tuttavia la tornata elettorale di domenica è stata letta da tutti come un referendum sulla politica adottata da Angela Merkel nella cosiddetta «crisi dei rifugiati».

Se di questo si tratta non si può dire che la Cancelliera, nonostante l’emorragia di voti subita dal suo partito, sia stata sconfitta. Il sorpasso conseguito sulla Cdu dal governatore verde del Baden-Wuerttemberg, (il Land di gran lunga più importante di questa tornata elettorale) il liberista pragmatico e conservatore Winfried Kretschmann, non può essere ascritta al fronte che reclama la chiusura dei confini tedeschi ai flussi dell’immigrazione. E infatti Merkel ha prontamente dichiarato che non cambierà opinione, né rotta.

In realtà compromessi e correzioni non sono mancati, ma sul principio dell’ «accoglienza», sia pure sempre più selettiva e vessatoria, il governo di Berlino non arretra. Il prezzo pagato è alto, ma non catastrofico. Insomma, se i migranti in marcia scandiscono il nome di Angela, si può anche capirli, non c’è molto di meglio in Europa.

Quel che è accaduto è che lo spostamento «a sinistra» della Cdu e il suo europeismo, seppure rigorista e attento alla «priorità nazionale», ha allontanato i settori più conservatori dell’elettorato, fenomeno che non mancherà di riaccendere la battaglia interna al partito e con gli alleati bavaresi della Csu di Horst Seehofer, sempre sul piede di guerra. Ma ciò che Merkel perde alla sua destra, compensa in parte alla sua sinistra. Con il tracollo vertiginoso del secondo grande partito di massa tedesco: una socialdemocrazia balbettante, scolorita e disorientata. La vittoria consolatoria della Spd in Renania-Palatinato non basta a smentire un declino inarrestabile che l’ha vista superata da Afd negli altri due Laender e che già si era manifestato nelle elezioni comunali dell’Assia.

La grande sconfitta è dunque la sinistra, sia nella versione subalterna e afasica del partito di Sigmar Gabriel, sia nella versione più radicale della Linke, che in Sassonia perde 7 punti e altrove resta fuori dai parlamenti regionali. Avrebbe dovuto preoccupare una recente ricerca secondo la quale una elevata percentuale degli elettori della Linke nell’Est del paese guardava con favore al movimento radicale islamofobo Pegida. Le posizioni sovraniste, identitarie ed euroscettiche che la sinistra ha lasciato covare nel suo seno, finiscono con l’accasarsi nel posto al quale più naturalmente appartengono: la destra nazionalista appunto.

La Germania è forse una delle democrazie più solide al mondo, anche se conserva tratti marcatamente disciplinari. Ed è superfluo spiegarne ancora una volta lo storico perché. Il radicalismo di destra vi incontra limiti per il momento insuperabili e una decisa «conventio ad escludendum». È dunque difficile immaginarlo come una tendenza in stabile crescita, oltre i risultati conseguiti con la «crisi dei rifugiati». Eppure uno spostamento a destra del paese vi è indubbiamente stato, ma sarebbe un errore imputarlo semplicemente alla paura dello straniero. È la debolezza, quasi cadaverica, di una politica a favore delle classi subalterne, la crescita delle diseguaglianze (non dissimile da quella che caratterizza la maggior parte delle grandi economie di mercato), la riduzione dei diritti e del welfare, il diffondersi della precarietà, ad avere alimentato questa paura e convinto gli elettori a voltare le spalle a una sinistra che ha perso la sua ragion d’essere.

Questo spostamento rischia di avere ripercussioni pericolose anche in Europa. Da un lato rinfrancando i nazionalismi dell’Est, dall’altro accentuando l’impronta di una Germania in difficoltà sulle politiche europee, di cui le polemiche di parte tedesca contro le recenti scelte di Mario Draghi costituiscono un segnale da non sottovalutare. La Cancelliera potrebbe dover compensare i timori suscitati dalla sua politica migratoria con la difesa a spada tratta, e a scapito di altre economie dell’Unione, degli