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Editoriale

Generazione voucher

Jobs Act. Un mercato del lavoro da mungere per riconquistare competitività, una redistribuzione incondizionata di fondi pubblici alle imprese private, un Welfare sempre meno universalistico. E il lavoro povero. Il governo si è accorto del boom del lavoro a scontrino, ma pensa che nasconda solo il lavoro irregolare. Il voucher è una nuova realtà del precariato

Con il susseguirsi dei mesi, la realtà si impone: i dati sui contratti di lavoro a gennaio 2016 registrano un dato negativo per i contratti a tempo indeterminato (-12.378), mentre sulla sponda opposta, l’utilizzo dei voucher aumenta: 9.227.589 di buoni lavoro venduti nel primo mese dell’anno.

Dopo l’exploit – oltre ogni ragionevole aspettativa – di dicembre in cui i contratti a tempo indeterminato, al netto delle cessazioni, erano aumentati di circa 186 mila unità, una flessione nella dinamica di gennaio era nell’aria. Tuttavia, la flessione registrata è significativa dal momento che a gennaio le cessazioni superano le attivazioni, dando luogo a un saldo negativo: sono stati distrutti più posti di lavoro rispetto a quanti ne siano stati creati. Rallentano bruscamente anche le trasformazioni di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato (41.221 a gennaio), -71% e -5% nel confronto rispettivamente con dicembre e gennaio 2015. Insieme ai dati di gennaio, l’Inps mette a disposizione l’intera serie mensile dell’andamento del numero di rapporti di lavoro per tipologia contrattuale.

Quel che si evince è una dinamica positiva tra gennaio ed aprile e pressoché nulla (se non negativa) fino a dicembre. Con i dati di gennaio alla mano, l’interpretazione di fondo, secondo cui la movimentazione contrattuale è stata dominata da una corsa agli incentivi, è difficilmente confutabile. Inoltre, quel processo di impoverimento produttivo, ormai in atto da quasi tre decenni, non cambia verso: anche nel 2016, il 74% dei contratti prevedono una qualifica di operaio e il 30% del totale di quelli a tempo indeterminato si concentrano nei settori dei servizi a bassa intensità tecnologica, a basso potenziale espansivo per l’economia. Una quota che aumenta nel tempo, mentre diminuisce la quota di contratti «indeterminati» per occupazioni relative ad attività professionali, scientifiche e tecniche; amministrazione e servizi di supporto.

Per queste professioni ed attività, al contrario, tra il 2014 e il 2016 sono in costante aumento le assunzioni a tempo determinato. Quasi un paradosso, dal momento che sono proprio le attività più qualificate quelle che hanno bisogno di stabilità per intervenire positivamente sulla tanto agognata produttività. Infine, la traiettoria verso un mercato del lavoro più stabile e meno precario rimane lontana. Lo confermano i dati sull’utilizzo dei voucher, in costante aumento. A gennaio sono stati venduti con un aumento del 36% rispetto allo stesso mese del 2015 e del 131% rispetto a gennaio 2014.

Da un lato, siamo di fronte a un mercato del lavoro da mungere per riconquistare competitività, agendo però attraverso una redistribuzione incondizionata di fondi pubblici alle imprese private, che sfruttano i margini di risparmio soprattutto in settori incapaci di generare crescita robusta attraverso investimenti mirati.

Dall’altro, gli ultimi interventi legislativi legati al JobsAct perseverano nell’idea che si possa stimolare la produttività agendo sugli incentivi individuali, attraverso la defiscalizzazione dei premi e i bonus per il welfare, in un’ottica sempre meno universalistica dello stato sociale. Infine, l’avanzata del precariato, rappresentata dall’esplosione dei voucher, non sembra sostanzialmente preoccupare il Governo, che prevede di gestire gli abusi attraverso una stretta sulle comunicazioni dell’utilizzo dei buoni lavoro. A prevalere è l’idea secondo cui lo sfruttamento e il lavoro povero sono da ostacolare solo nella misura in cui nascondano lavoro irregolare e non come circostanza del reale di per sè.