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Funk, l’arma segreta della blaxploitation

Fenomeni/Un classico cinematografico anni Settanta le cui colonne sonore ebbero un impatto travolgente . «Shaft», «Super Fly», «Black Caesar» e una sfilza di altri titoli sospinsero in classifica Isaac Hayes, Curtis Mayfield o James Brown

Sono passati cinquant’anni da quando l’uragano blaxploitation travolse gli Stati Uniti, segnando uno spartiacque definitivo nel rapporto tra cinema e blackness, tra Hollywood e comunità afroamericana. Due film in particolare – Cotton Comes to Harlem del 1970 e Sweet Sweetback’s Baadasssss Song del 1971 – furono pionieri e prototipo del genere inaugurando una stagione creativa tanto breve quanto intensa. Con il termine blaxploitation, fusione di «black» e «exploitation» (da to exploit, sfruttare), si raggruppano quelle pellicole anni Settanta in cui venivano sfruttate la black culture e le tensioni interne ai ghetti neri urbani per produzioni cinematografiche commerciali a basso budget, in cui non si badava troppo all’aspetto tecnico, poetico o politico.
IN MODO AUTONOMO
La blaxploitation, però, fu un fenomeno ben più complesso e variegato, impossibile da ridurre ad una definizione monolitica. Innanzitutto, rappresentava un modo di fare cinema completamente nuovo: per la prima volta, i film erano diretti e interpretati in maniera autonoma da afroamericani, e rivolti soprattutto ad un pubblico nero. Inoltre, gli scenari e le tematiche raccontavano la vita nei ghetti delle città Usa fino a quel momento completamente esclusi dalla narrazione cinematografica popolare. In questo inedito paradigma, anche la black music riuscì a conquistarsi un ruolo da protagonista, grazie alle indimenticabili colonne sonore interpretate dai migliori musicisti dell’epoca.
Cotton Comes To Harlem – che uscì in Italia come «Pupe calde e mafia nera», fuorviante titolo in cui venne rimosso il riferimento alla schiavitù del cotone – è una commedia poliziesca ingenua ed esilarante, in cui due detective afroamericani si adoperano per sventare una truffa ai danni della popolazione di Harlem. La ricetta per il successo adottata dal regista, Ossie Davies, fu semplice ma innovativa: una storia ambientata nel ghetto, una rapina misteriosa e una lunga serie di improbabili inseguimenti, il tutto condito da intriganti sonorità soul e r&b. Sweet Sweetback’s Baadasssss Song, invece, ha un messaggio politico più marcato e massimalista, che all’epoca fece discutere. Nato dal genio vulcanico di Melvin Van Peebles, che è anche l’attore protagonista, il film racconta la storia di un orfano cresciuto in un bordello di Los Angeles, costretto a fuggire da un’accusa di omicidio e dalla violenza della polizia razzista. La pellicola, infatti, si apre con un eloquente messaggio nei titoli di testa: «Questo film è dedicato ai fratelli e alle sorelle che ne hanno abbastanza dell’uomo bianco». Il film, prodotto in maniera semiartigianale, sbancò al botteghino, attirando l’attenzione di un pubblico nuovo e disabituato a vedere il cinema come cosa propria. Anche il Black Panther Party approvò l’opera, consigliandone ufficialmente la visione all’intera comunità. Il successo di questi due film, nel contesto della crisi economica e creativa in cui si trovava Hollywood fin dai primi anni Sessanta, spinse i grandi produttori a interessarsi al fenomeno, investendo su sceneggiature che ricalcavano i modelli proposti da Davies e Van Peebles.
Con l’approdo al grande pubblico, il sottotesto politico-sociale venne accantonato o soppresso, mentre vennero accentuati gli elementi stravaganti e di mero intrattenimento nell’ottica di ottimizzare gli incassi. Risse esagerate, sparatorie impossibili e inseguimenti su auto lussuose divennero così un canovaccio tipico, mentre papponi in pelliccia, detective muscolosi, spacciatori di quartiere o affascinanti vendicatrici impersonavano i protagonisti assoluti del genere.
UN’OCCASIONE
Eroi – o, spesso, antieroi – che deridevano le contraddizioni della società bianca, rappresentata da politici corrotti e poliziotti razzisti, spesso scontrandosi con grotteschi gangster o mafiosi italoamericani. Film irriverenti e senza eccessive pretese, ma arricchiti da musiche di prima qualità. Per la comunità nera la blaxploitation era un’occasione unica di autodeterminazione, e tutti i più grandi esponenti della musica black si adoperarono per la causa, partecipando in maniera attiva. Da Isaac Hayes a Curtis Mayfield, da Roy Ayers a James Brown, Marvin Gaye, Willie Hutch, Bobby Womack e tanti altri, ogni film poteva contare sul proprio artista, che contribuiva a plasmarne l’immaginario. Così come il rock venne portato nelle sale dalle pellicole della New Hollywood, l’altro grande filone del cinema statunitense anni Settanta – il genere blaxploitation – fu il primo ad utilizzare con una nuova consapevolezza brani soul, jazz, funk e r&b come colonna sonora.
Tra 1971 e 1975 uscirono così più di cinquanta film ascrivibili al fenomeno: tra i più celebri, Shaft di Gordon Parks, regista conosciuto anche come fotografo, scrittore e attivista politico; i noir-polizieschi Across 110th Street e The Mack; Black Cesar, il cui sottotitolo, «The Godfather of Harlem», ricalcava Il Padrino di Coppola, uscito l’anno precedente; Coffy e Foxy Brown, con l’attrice-icona Pam Grier, e le rivisitazioni di celebri horror come Blacula, con protagonista un vampiro africano, o Blackenstein. La blaxploitation, però, non convinceva tutti, e le prime critiche giunsero proprio dall’interno della stessa comunità afroamericana. Nel 1972 alcuni esponenti della National Association for the Advancement of Colored People (la Naacp), una delle più influenti associazioni per la promozione dei diritti civili dei neri, dichiararono che gli stereotipi e le caricature proposte nei film rappresentavano un «genocidio culturale» per la comunità nera, e che le scene di violenza, droga e sesso contribuivano a «deformare le menti» dei più giovani.
Nacque così un dibattito pubblico, a cui parteciparono importanti critici, intellettuali e addetti ai lavori. A difesa della blaxploitation intervennero, tra gli altri, Ron O’Neal, protagonista di Super Fly, e Jim Brown, campione di football poi diventato grande attore, che sostenne che il «nuovo cinema nero» (alcuni sceneggiatori erano bianchi, quelli storici di «Shaft» o «Black Caesar», ad esempio, ndr) aveva avuto un impatto positivo sia per la comunità afroamericana che per l’intera industria cinematografica, permettendo a grandi registi, tecnici, attori, sceneggiatori e produttori neri di farsi conoscere ed esprimersi a livelli mai raggiunti prima.
Tuttavia, le crescenti proteste fomentate dalla Naacp contro il fenomeno contribuirono ad allontanare le grandi case di produzione dal genere a partire dal 1975. L’uscita di blockbuster come Star Wars e La febbre del sabato sera, film apprezzati universalmente e non solo da un pubblico bianco, portarono infine alla chiusura dell’esperimento blaxploitation, lasciando spazio a nuove opere e tematiche.
Visti a mezzo secolo di distanza, le esagerazioni presenti nei film di quel periodo risultano meno evidenti, normalizzate dal passare degli anni. Ciò che invece ancora colpisce è la critica politica e sociale presente in queste pellicole, che tra risse, sparatorie e ammiccamenti hanno portato al cinema tematiche importanti e ancora attuali come le questioni di genere, le discriminazioni della polizia nei confronti degli afroamericani, il razzismo o la diffusione della droga nei quartieri marginali. Un’autorappresentazione cinematografica particolare e inconsueta, ma certamente ispirata alla realtà e, soprattutto, di prima mano.

FUORI I DISCHI
Funk, soul, blues, r&b, jazz e oltre. Nonostante il periodo blaxploitation sia durato meno di un decennio, sono tantissime le gemme musicali prodotte in accompagnamento alle pellicole del genere. In diverse occasioni le colonne sonore, pubblicate come album a sé stanti, hanno avuto addirittura più successo dei film, sopravvivendogli e diventandone mezzo privilegiato per la riscoperta.
In altri casi, invece, la partecipazione di musicisti di primo piano a questo tipo di film non è stata ben accolta da critici e appassionati, che lo consideravano un passo falso, una generosa concessione ad una corrente minore e troppo commerciale.
Ecco una selezione di otto tra le colonne sonore blaxploitation più interessanti che tra trame surreali, collaborazioni d’eccezione e stravaganti aneddoti hanno rappresentato un irripetibile capitolo nella storia della black music.
Cotton Comes to Harlem (United Artist Records, 1970)
Il film di Ossie Davies non fu pioneristico solamente per le tematiche affrontate, lo scenario utilizzato e la «poetica black» applicata a una trama noir, ma anche per la scelta, geniale e rivoluzionaria, delle musiche. Ispirato da film come Il laureato o Easy Rider – che utilizzavano in maniera innovativa e moderna canzoni rock come accompagnamento – Davies optò per brani soul e r&b, con l’obiettivo di ricreare l’atmosfera che si respirava in quartieri come Harlem. Il risultato fu un’opera a più voci, curata insieme a Galt MacDermot, già coautore del musical Hair. Nei testi delle canzoni vennero così inseriti taglienti messaggi contro il razzismo e l’ingiustizia sociale, in cui si auspicava maggiore coesione all’interno della comunità nera. Nella title track, invece, è spiegata la scelta del cotone – che nella trama del film ha un ruolo centrale – come simbolo per ricordare i tempi bui della schiavitù.
Sweet Sweetback’s Baadasssss Song (Stax, 1971)
Basta il titolo per capire l’importanza che ricopre la musica nel film di Melvin Van Peebles. La leggenda narra che fu lui stesso a comporre la colonna sonora del film, pur non sapendo né scrivere né leggere le note sul pentagramma. Per ricordarsi le melodie, ebbe l’idea di numerare i tasti di un vecchio pianoforte, riuscendo così ad annotare e riprodurre le sue creazioni. I suoi rudimentali spartiti vennero successivamente proposti a una band all’epoca sconosciuta, gli Earth, Wind & Fire, che li interpretarono in salsa funky jazz, convincendo la Stax Records a metterli sotto contratto. Il disco della colonna sonora venne strategicamente pubblicato quasi un anno prima del film, per anticipare la promozione e creare attesa. Come la pellicola, anch’esso ebbe un inaspettato successo, e oggi è un oggetto di culto ricercatissimo tra i collezionisti.
Shaft (Enterprise/Stax, 1971)
Quella di Shaft è forse la soundtrack più iconica di tutta la stagione blaxploitation: è impossibile immaginare il detective John Shaft in azione senza la musica di Isaac Hayes in sottofondo. La colonna sonora è una travolgente miscela di ritmi funk, ipnotici effetti wah wah e falsetti contagiosi, che contribuì in maniera decisiva a rendere il film uno dei caposaldi del genere. Il tema principale è una descrizione didascalica del personaggio interpretato da Richard Roundtree: «Who’s the black private dick/That’s a sex machine to all the chicks? Shaft! Who is the man that would risk his neck for his brother, man? Shaft!». Nonostante l’eccentrico testo, il brano valse ad Hayes il premio Oscar 1972 per la miglior canzone. Dopo questo successo, Hayes partecipò come attore – oltre che come autore delle musiche, ovviamente – in altre celebri pellicole blaxploitation come Truck Turner e Three Tough Guys, quest’ultimo diretto dall’italiano Duccio Tessari.
Super Fly (Curtom, 1972)
Diretto da Gordon Parks Jr., figlio del regista di Shaft, Super Fly narra le vicende di Youngblood Priest, un importante spacciatore, e del suo tentativo di mettere a segno un ultimo affare prima di ritirarsi dalla professione. La colonna sonora è firmata da Curtis Mayfield che con questo lavoro raggiunse l’apice della sua carriera. È passata alla storia la perplessità con cui l’ex leader degli Impressions accolse la sceneggiatura della pellicola, troppo violenta e scorretta per un buono come lui, cresciuto a gospel e lontano dai vizi protagonisti del film. Curtis accettò comunque la sfida, ma a modo suo: i brani sono inequivocabili inni anti-droga che, uniti alle immagini del film, creano un curioso effetto straniante. L’album, uscito per l’etichetta dello stesso Mayfield, oggi è considerato un classico, e pezzi come Pusherman o Freddie’s Dead sono veri e propri capolavori funky soul.<QA0>
Trouble Man (Tamla/Motown, 1972)
Quando la 20th Century Fox invitò Marvin Gaye a occuparsi della colonna sonora di Trouble Man, «The Prince of Soul» accettò con qualche riserva, ma finì per considerarla uno dei migliori lavori della sua carriera. Nonostante il film, diretto da Ivan Dixon, sia un poliziesco che deve tanto a Shaft e Super Fly, le musiche di Gaye sono molto diverse da quelle dei suoi colleghi. Marvin approfittò dell’occasione per dimostrare al mondo di essere più che un semplice cantante, e per l’album non fu solo interprete, ma anche autore e produttore. La sua voce, infatti, appare poco, lasciando spazio a lunghi brani strumentali tra jazz, smooth soul e funk, arrangiati da musicisti di prim’ordine scelti personalmente. Il falsetto che lo ha reso celebre, comunque, è assoluto protagonista della title track, che diventerà uno dei pezzi più amati nelle sue esibizioni live tra anni Settanta e primi anni Ottanta. Black Caesar (Polydor, 1973)<QA0>
Altro film di culto, Black Caesar è un poliziesco atipico, remake del classico anni Trenta Little Caesar. Il protagonista è Tommy Gibbs, che scala le gerarchie della mafia newyorkese fino a diventare il «Padrino nero» di Harlem. Non è un caso, quindi, che la colonna sonora venne affidata al «Godfather of Soul», ossia James Brown, al suo debutto nel mondo della musica per il cinema. Come raccontato dal regista Larry Cohen, Brown (assistito dal fedele Fred Wesley) non badò minimamente alla sceneggiatura e consegnò brani lunghi ed elaborati che superavano la durata delle scene a cui erano destinati.
Nonostante le difficoltà di adattamento, sia il film che la colonna sonora ebbero un enorme successo, e la recente ristampa dell’album è la prova che anche a distanza di quasi cinquant’anni pezzi come Down and out in New York City e la struggente Mama’s Dead continuano a far sognare gli appassionati.<QA0>
Coffy (Polydor, 1973)
«Coffy is the color of your skin/Coffy is the world you live in…», così canta Roy Ayers mentre scorrono i titoli di testa di Coffy, tra i film più amati dai cultori del genere. Coffy, magistralmente interpretata da Pam Grier, è una spietata paladina della giustizia che semina il panico tra gli spacciatori, colpevoli di aver rovinato con la droga il suo quartiere e la sua famiglia. Insieme a Foxy Brown e Cleopatra Jones, la pellicola diventerà oggetto di culto per il movimento femminista nei decenni a venire, oltreché principale fonte d’ispirazione per Jackie Brown di Quentin Tarantino.
La colonna sonora di Ayers – musicista tuttora attivo, tra i maestri del jazz-funk – unisce con perizia atmosfere e generi diversi, riuscendo a creare una combinazione perfetta tra sensuali sonorità soft e ritmi più serrati e incalzanti, in certi passaggi tendenti all’afrobeat.<QA0>
Space Is the Place (Evidence Music, 1993)
È una delle opere più difficili da incasellare dell’ondata blaxploitation. Scritto da Sun Ra insieme a Joshua Smith e diretto da John Coney, il film, datato 1974, è cucito su misura per lo stesso Sun Ra e la sua Arkestra, che sono anche gli autori della colonna sonora. La trama – a tratti confusa, sempre surreale e carica di simbolismi – narra del fantascientifico approdo di Sun Ra e i suoi compagni su un pianeta sconosciuto, considerato ideale per instaurare la cultura afroamericana come dominante. Dopo diversi incontri e scontri con papponi terrestri, scienziati della Nasa e altri onirici personaggi, il film si conclude con una scena apocalittica tanto assurda quanto memorabile. L’album, pubblicato solamente nel 1993, è un viaggio imprescindibile per scoprire Sun Ra, la sua musica, il free jazz più sperimentale e il concetto di afrofuturismo.


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