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Editoriale

Fini-Giovanardi una legge da macelleria

Iqbal Muhammad ha da poco compiuto cinquantasette anni. Il 20 settembre del 2014 viene arrestato e portato nel carcere romano di Rebibbia. Che ha fatto? Diciannove anni fa – non diciannove giorni fa né diciannove mesi fa ma addirittura diciannove anni fa – era stato coinvolto in un traffico internazionale di droga. Era il lontano 1995 quando Iqbal Muhammad viene condotto in carcere con l’accusa di avere violato la legge sulle droghe. Viene detenuto in custodia cautelare per undici mesi, poi ne trascorre cinque agli arresti domiciliari, infine recupera la libertà. Una libertà incondizionata durata diciannove anni. Il tempo passa e il processo procede tragicamente e pericolosamente lento. Per ben due volte la Cassazione annulla la sentenza di condanna rinviando gli atti alla Corte d’Appello. Iqbal Muhammad nei diciannove anni intercorsi tra il fatto commesso e la condanna ricevuta non ha mai avuto problemi con la giustizia. Si è impegnato come volontario presso alcune Parrocchie romane. Ha cresciuto una figlia. La giustizia nei suoi confronti si è bendata gli occhi. Lo ha inchiodato per sempre a un fatto di diciannove anni prima. Ora Iqbal Muhammad è in galera dove deve scontare nove anni e quattro mesi di carcere.

Possiamo chiamare questa giustizia? Questa è macelleria. Le arretratezze culturali della giustizia penale sono state fotografate in modo impietoso ieri dal primo presidente della Suprema Corte di Cassazione in occasione dell’’inaugurazione dell’anno giudiziario. La relazione del giudice Santacroce contiene analisi e proposte che in parte coincidono con quelle di Antigone. Non male! In sequenza ha ricordato come non sia superato ancora il sovraffollamento delle carceri, come andrebbe trovata una via meno repressiva per affrontare la questione complessa delle droghe, come andrebbe introdotto il delitto di tortura nel codice penale. Sono stati questi i tre temi su cui Antigone, insieme a tante altre organizzazioni di società civile, ha raccolto decine di migliaia di firme nella lunga e entusiasmante campagna per le tre leggi di iniziativa popolare per la giustizia.

La tortura però in Italia non è ancora un crimine. La legislazione sulle droghe è ancora ispirata a logiche proibitive e punitive, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale che ha quasi cancellato la Fini-Giovanardi. Il sovraffollamento è meno grave di un anno fa ma ancora persiste a causa di resistenze nella maggioranza di governo. Affinché però la riforma della giustizia possa dirsi piena e non parziale – oltre a quanto detto dal giudice Santacroce – andrebbe approvato un nuovo codice penale che mandi in soffitta il codice Rocco risalente all’era fascista. Un codice nuovo, autenticamente liberale e democratico, che riduca il numero di reati, abbassi le pene, abolisca l’ergastolo, rinunci al doppio binario e introduca la riserva di codice (una clausola che impedisca la proliferazione di nuovi delitti sull’onda delle emergenze).

Affianco a una riforma di questo genere ben si accompagnerebbe un provvedimento universale di amnistia-indulto (quello per cui si batte incessantemente e coraggiosamente Marco Pannella) che consentirebbe al sistema della giustizia di ripartire senza intoppi. Il Parlamento non sembra però avere particolari slanci di progresso. Nei prossimi giorni le Camere saranno impegnate nell’elezione del Presidente della Repubblica. Speriamo sia un o una Presidente che come il precedente metta al centro la questione della dignità umana dei detenuti. Abbiamo già una lista di cose da chiedergli. Due per tutte: la nomina di un garante delle persone private della libertà esperto e indipendente. La grazia per Iqbal Muhammad.
*presidente di Antigone