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Visioni

Fiabe di cattiveria senza fate e grilli parlanti

Berlinale 70. Presentato il secondo film italiano in concorso, è «Favolacce» firmato dai gemelli D’Innocenzo. Gruppo di famiglie nella periferia romana, dove rabbia e disperazione sono pronte a esplodere

In primo piano Elio Germano in «Favolacce» dei fratelli D’Innocenzo

In primo piano Elio Germano in «Favolacce» dei fratelli D’Innocenzo

Nella classifica quotidiana redatta dalla rivista «Screen» coi voti di alcuni giornalisti della stampa internazionale al primo posto tra i titoli in gara per l’Orso d’oro per ora c’è Undine, il magnifico film di Christian Petzold, e all’ultimo Siberia di Abel Ferrara, detestato persino più del terribile svizzero Little Sister la cui scelta in concorso si deve probabilmente alla presenza di Nina Hosse, in Germania una di quelle star di cui la passerella berlinese ha bisogno.
Il festival ha superato il primo week end di pioggia e di una strana «primavera» da global warming. Ieri è stato il giorno del secondo film italiano in concorso firmato dai gemelli D’Innocenzo tornati a Berlino – dove avevano presentato il loro esordio, La terra dell’abbastanza, in Panorama – con Favolacce (nelle sale italiane dal 16 aprile), fiabe di cattiveria senza fate o grilli parlanti – ma non lo sono tutte le favole prima di essere ripulite – per dirne una alle sorelle di Cenerentola venivano mozzati i piedi – visto che dell’umanità rivelano la sostanza primaria? Parlano di famiglia, di padri, di madri, di figli, dei rapporti di potere, e del suo esercizio nella vita di ogni giorno, in ogni tempo, fuori dal tempo mascherato da cura, affetto, preoccupazione.

VALE ANCHE oggi dunque in quel sobborgo di casette tutte uguali, piccola borghesia non proletariato, un paesaggio che fa pensare a Ostia di Citti passato attraverso Gummo di Harmony Korine. I genitori sono sempre incazzati, piuttosto orrendi, o almeno così ce li restituiscono i figli – i registi? – che sono la lente attraverso la quale noi spettatori li conosciamo. Bruno (Elio Germano) non ha lavoro, e questo lo ha inasprito, però all’amico può esibire le pagelle perfette dei due figli, un ragazzino e una ragazzina. Mentre l’altro, che invece i soldi li ha, l’unica e amatissima figlia – Viola ovvero la meravigliosa scoperta Giulia Melilio che somiglia un po’ a Asia Argento quando era bambina – fa fatica, rimane indietro, ha un sacco di problemi forse è disgrafica o cose così, quelle etichette che i maestri appiccicano ai ragazzini.

GEREMIA invece è il marginale della scuola, il padre fa il cameriere, la madre non c’è, al ragazzino l’uomo fa sempre male, lo umilia, gli porta via il cane per sopprimerlo quando è malato, lo invade con la sua volgarità. Silenzioso e oscuro il ragazzino cova il suo risentimento nella stanzetta. In fondo un po’ come tutti gli altri. L’estate senza soldi e sulla spiaggia libera di Bruno e della sua famiglia si trasforma quando l’uomo compra una piscina, i ragazzini sono felici ma poi sulla testa di Viola appaiono i pidocchi: colpa di quei zozzoni dei poveracci ovvio, così mentre la madre la rasa – da quelle parti il business dei prodotti per pidocchi non è arrivato – la piscina una notte viene distrutta incolpando gli zingari. Fine del divertimento, ancora una volta, e intanto la voce fuori campo del figlio di Bruno dice che per la prima volta il rientro a scuola non venne vissuto con spavento. Forse è perché stiamo crescendo si chiede il ragazzino, su quel confine tra infanzia e qualcos’altro, con la scoperta del sesso, ancora goffa pure se sembrano sapere tutto – del resto basta spiare nei telefoni dei genitori che su questo sembrano godere a imbarazzarli.

TUTTO è vero e tutto è invenzione ci avvertono gli autori all’inizio del film, è una storia scritta con calligrafia infantile su un diario che qualcuno – il narratore? – ha trovato nell’immondizia, poi accade tutti i giorni che nelle famiglie si consumino violenze, pure se non eclatanti come quelle di cui si parla ai tg, ma forse ancora più insidiose, più temibili nella loro dimensione quotidiana. Dunque invece che nell’autobiografia – ispirazione dichiarata dai D’Innocenzo, Fabio e Damiano con i ricordi dell’infanzia – siamo nell’autofinzione che guarda appunto come le fiabe all’essenza delle relazioni di cui questi personaggi sono simboli e insieme riferimenti concreti. Messi di fronte figli e genitori sono estranei, ciascuno nel suo mondo,reciprocamente ignoto all’altro, e nel suo dolore, ma i primi a differenza degli adulti, della falsità della loro rappresentazione sono consapevoli, generazione Greta che urla ogni giorno a che punto siamo, noi adulti, responsabili della catastrofe del futuro. E la rivolta – quando fallisce – può assumere altre forme, detour imprevisti persino dai «cattivi maestri»(Lino Musella) in senso letterale, che a loro volta incarnano quel rancoroso sentimento di oggi verso il mondo e contro gli enigmatici i ragazzini. Ci sono molti riferimenti nel film dei D’Innocenzo immerso nell’immaginario e non solo cinematografico, quello che però è il primo, il più evidente – che poi è lo stesso che attraversa la selezione dei film italiani più riusciti qui alla Berlinale tra Panorama e Forum – è che le nuove generazioni del nostro cinema sono riuscite a liberare la propria ricerca dal fantasma quasi «obbligato» della commedia all’italiana o anche del neorealismo sciogliendone la presenza, quando c’è, in universi nei quali si mescolano visioni personali e dichiarata soggettività.

MA SOPRATTUTTO che oltre alla scrittura (vedi sceneggiatura) si pensa ai film per immagini, in una narrazione che sono gli spazi, i paesaggi, le scelte visuali, il lavoro con gli attori. E i D’Innocenzo hanno molta inventiva, sono immaginifici nel portarci tra le villette globalizzate, dichiarando con diversa evidenza le loro «bussole» di cui assumono il rischio – anche nell’eccesso e forse il controllo è un limite del film – cercando un’immagine personale per questa loro variazione contemporanea su padri e figli – a cui il montaggio di Esmeralda Calabria imprime il ritmo del terrore.
L’agglomerato dove si svolge Favolacce potrebbe essere quasi il controcampo di quello dei bambini di Haneke in Il nastro bianco, con l’eccezionalità banale del Male – siamo prima del nazismo – che sfuma qui in una abitudine, la convenzione sociale della vita in famiglia distorta, gonfiata nei sentimenti feriti dei ragazzini. Il legame è più con quel cinema italiano non solo di rottura che negli anni Sessanta o Settanta cercava di uccidere i padri – simbolicamente, oggi però la rivolta sembra non essere più possibile. O almeno deve assumere altre forme, inventare un vuoto nell’orizzonte senza vie di fuga. Quale sarà la nuova resistenza?