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«Fax non parole!». Dall’annuncio di una nuova occupazione alle dichiarazioni d’amore

La Pantera corre ancora/Strumenti vintage. Dopo un decennio di riflusso, con quel movimento si usciva finalmente allo scoperto e il fax contribuì a suo modo a rompere il muro dell’isolamento: si materializzò quale un’opportunità preziosa per creare un nuovo sistema di relazioni e di connessioni

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Il "muro" dei fax all'Università di Venezia durante la Pantera

In principio era un apparecchio metà scanner e metà modem collegato a una linea telefonica fissa. Anno 1990: nessun mondo virtuale all’orizzonte, per la trasmissione dei dati si navigava ancora nel brodo primordiale dell’analogico. Il fax stava vivendo allora il suo periodo d’oro e si rivelò per la Pantera lo strumento adatto per abbattere distanze spazio-temporali e allargare i confini del possibile. Al punto che il suo massiccio impiego finì per connotare il movimento stesso. Nell’immediato aggiunse notevolmente in termini di istantaneità e di velocità comunicativa, apportando linfa vitale allo scambio sia in entrata sia in uscita. Ma non si fermò qui.

IL MURO DELL’ISOLAMENTO

Dopo un decennio di riflusso, con la Pantera si usciva finalmente allo scoperto e il fax contribuì a suo modo a rompere il muro dell’isolamento. Relegato oggi negli scaffali del vintage, all’epoca si materializzò quale un’opportunità preziosa per creare un nuovo sistema di relazioni e di connessioni: seppur in maniera embrionale e inconsapevole, cominciava a farsi largo allora l’idea del network in senso politico. Funzionò così sin dall’inizio: dall’occupazione nel dicembre 1989 della Facoltà di Lettere a Palermo fu un crescendo di stati di agitazione in successione e il suono stridulo di un modem di prima generazione era lì ad attestare che la reazione a catena era stata innescata.

Tra il compulsivo e il compiaciuto si attendeva ogni volta il segnale che avrebbe annunciato la prossima occupazione; per mesi è stato un flusso continuo di pagine di carta sputate in tempo reale. «Fax non parole!» era scritto sul muro di una facoltà occupata. E nell’euforia del momento si partorì di tutto: convocazioni di assemblee, riunioni, ordini del giorno, comunicati, volantini, documenti politici, iniziative, feste, disegni, fumetti, poesie, fino a buongiorno quotidiani e persino alcune dichiarazioni d’amore e qualche fake news. Non ci si risparmiava in creatività e la parsimonia non fu di certo la misura con cui quel servizio avanguardistico venne accolto all’interno del movimento. Senza esagerazioni, si trattò di una innovazione simile per certi versi solo alla nascita di Indymedia poco meno di un decennio dopo.

ASSALTO ALLE PRESIDENZE

Se è vero che il medium è il messaggio, il fax di per sé conteneva però un altro valore aggiunto. Disporne liberamente presupponeva l’esistenza di uno spazio adeguatamente equipaggiato e per garantirsene l’accesso ci si lanciò nella conquista dei reparti amministrativi delle facoltà, in primis le presidenze. Da luoghi simbolo del potere baronale questi uffici si trasformarono così – talvolta all’occorrenza, spesso contemporaneamente – in media center ante litteram, in quartieri generali per le riunioni tra i gruppi interni, in sede di rappresentanza per gli ospiti, in snodi logistici per l’organizzazione delle attività quotidiane, in meeting point per default, in chill-out room durante l’ennesima festa e in dormitori di lusso a ogni ora del giorno. Un vissuto sociale e politico assieme che, con la fine delle occupazioni, fu capitalizzato in prima battuta dall’esperienza dei centri sociali degli anni ’90. A distanza di trent’anni, oggi, invece, della fisicità della Pantera è rimasta appena un’impronta evanescente, travolta nel suo essere corpo reale dall’incalzare a punto n delle modalità social dell’infosfera. Proprio come il fax, soppiantato nello spazio di un mattino dall’avvento e dallo sviluppo di tecnologie sempre più moderne.