L’originalità. Essere un cantautore. Essere Fabio Concato. Vivere a Milano e portarsi il mare dentro. Ora è in tour a supporto di un bell’album dal vivo – Gigi – con i suoi successi riletti in trio jazz con Paolo Di Sabatino. Roba per palati fini. «L’altra sera – racconta al telefono- ragionavo sul fatto che mi piacerebbe molto che fra quaranta anni cantassero le hit di oggi. Questo sarebbe un grande successo (e non lo dico ironicamente) lo dico credendoci. A me capita ancora di cantare un pezzo di Lauzi o di Tenco e sono passati 50 anni. Oggi non è così ed è perché mancano gli autori. Ci sono dei grandissimi interpreti, secondo me anche troppo grandi, che hanno un piglio pazzesco, una sicurezza abbastanza disumana. Bravissimi tecnicamente ma se devi cantare il nulla allora è inutile che tu sia bravo». Negli anni dei talent dove: «Maria De Filippi è diventata una talent scout c’è poco da fare. Ci sono i discografici appollaiati come i pappagalli sul crespolo. Guardano, aspettano di vederne uno nuovo e poi colpiscono e se possono feriscono».

Non vede su piazza autori del calibro di Battisti: «Quando mi chiedono quale giovane autore ascolto oggi, penso a Niccolò Fabi o Samuele Bersani, poi ci pensi bene e capisci che stai parlando di 50enni.C’è solo un nome che posso farti che mi piace perché è un po’ diverso, anche nel modo di scrivere ed è quello di Michele Bravi. Idem nella musica internazionale, dove gli accordi sono sempre quelli lì che girano. Se sento cantare Peter Gabriel lo riconosco in mezzo a un milione di persone, così come per i Toto o gli Yes. Riconosco il fatto di essere nato negli anni in cui è stata prodotta la musica più potente e musicale di tutti i tempi».

Il declino, secondo Concato, inizia dagli ottanta: «Per quanto vengano riportati a galla di tanto in tanto, è da lì che abbiamo cominciato un lento e inesorabile declino anche se magari in molti pensano il contrario. Gli anni ottanta con tutta la televisione, certa stampa. Anni realmente incredibili. Noi nei ’60/ 70 respiravamo un’aria completamente diversa più cupa magari, ma con molte idee. C’era molta fantasia e voglia di sperimentare, un sacco di cose da provare, da cambiare. Era diverso anche il modo in cui ci vendevano le cose. Adesso è trent’anni che li creano loro i bisogni per vendere i prodotti ma sono falsi bisogni, cose di cui non abbiamo bisogno» .

Ma c’è la sua musica ancora, quella di uno dei cantautori più raffinati e originali del panorama nazionale e questo album live: «È un regalino che ho voluto farmi per questi quarant’anni di carriera. E poi visto che mio padre è stato il responsabile che si chiama Gigi come me allora ho detto rivisitiamola in chiave jazzistica, una cosa particolare, e poi la gente voleva il disco e cosi abbiamo fatto». Ci sono poi figure e brani che mancano e che vengono ricordati come La casa in riva al mare di Dalla: «È una canzone assolutamente meravigliosa, parla di mare ma anche di prigione, di infelicità, di carcere, di romanticismo, di sogni. Una chicca superlativa, come tutti i brani che Lucio ha scritto in quel periodo». In pochi «capivano il jazz» cantava Paolo Conte…: «Mio padre lo ascoltava tantissimo, lo suonava ancora di più e a me per fortuna piaceva molto, era un modo per stare con mio padre. Il jazz ha allietato il mio cuore» .