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Editoriale

Europa, virata a destra

José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, trascinato obtorto collo a vedere da vicino i profughi di Lampedusa, ha promesso 30 milioni di euro supplementari all’Italia. Una manciata di soldi: trenta denari per il tradimento dell’Italia, che con la sua inefficienza cronica ha squarciato il velo dell’egoismo della fortezza Europa e a messo con le spalle al muro i suoi dirigenti – non solo la Commissione, che conta meno di quanto le viene attribuito, ma soprattutto i capi di stato e di governo dei 28 – mostrando al mondo tutta la falsità delle dichiarazioni ufficiali compassionevoli. L’inefficienza italiana ha svelato quello che anche gli altri fanno, ma cercano di nascondere con le belle dichiarazioni di principio: la realtà è che l’Unione europea non vuole più accogliere rifugiati, volta le spalle ai boat people, si difende con Frontex, l’agenzia guardiacoste, che ha il compito di individuare i barconi e respingerli nei porti di partenza utilizzando le più moderne tecnologie, dal 2 dicembre rafforzata da Eurosur (sur sta per sicurezza).
In Francia i rom, che pure sono cittadini europei, sono diventati il capro espiatorio di tutte le difficoltà. Non sembra esserci più spazio né per il rispetto dei valori universali su cui si è costruita l’Europa, né per la razionalità. Prendiamo la Siria, dove eravamo pronti a intervenire e da dove ogni giorno migliaia di persone fuggono. L’Ue, prima potenza economica mondiale con circa 500 milioni di abitanti, ha accolto 41mila rifugiati siriani, mentre – a titolo di paragone – il piccolo Libano ne ospita 752mila. Fino a giugno di quest’anno, nei 28 paesi della Ue erano state registrate 37mila domande di asilo, concentrate in cinque paesi, domande respinte con una media del 70%. Gli stati temono di creare un «richiamo», se accolgono rifugiati hanno paura che altri ne verranno. L’immigrazione economica, dove è ancora possibile, funziona con il contagocce.
Perché la Ue si è ridotta a questo spazio geografico senza speranza anche per i suoi cittadini, dove solo la finanza sembra stare perfettamente a suo agio? Le scuse non mancano. In Europa ci sono 26 milioni di disoccupati, giovani in testa, la crisi bastona dal 2008, ogni giorno ci sono notizie di chiusure e licenziamenti.
I singoli stati si rimpallano accuse di lassismo e cercano di scaricare il fardello sul vicino. I politici hanno paura e diffondono paura. Tra otto mesi ci sono le elezioni europee e i sondaggi dicono che, ovunque, c’è il rischio di un’impennata dei partiti anti-europei. L’istituto Ifop rileva che in Francia, se si votassero oggi le europee, il Fronte nazionale diventerebbe il primo partito del paese con il 24% delle intenzioni di voto. In Germania il nuovo partito Alternativ für Deutschland è sicuro di sbarcare all’Europarlamento. Così Ukip in Gran Bretagna e formazioni di destra estrema in Olanda o in Danimarca, cavalcano l’onda. Anche i paesi del nord, meno travolti dalla crisi del debito, cercano rifugio nell’illusione della chiusura nazionale, contro l’Europa strozzata dall’ultraliberismo.
Immigrazione e asilo non hanno risposte semplici. Si tratta di attuare politiche di lungo periodo, di investire, di programmare il futuro, tutte iniziative che sfuggono alla politica che ha tempi brevi. Hollande ha promesso ieri di presentare «nei prossimi giorni» una politica globale ai partner europei, fatta di prevenzione, solidarietà, protezione (per gli europei, cioè sorveglianza delle frontiere). Il presidente francese tenta una sintesi, ma la sinistra paga la mancanza di idee aperte al futuro. E l’assurdità delle risposte semplici a problemi complessi, avanzata dalla destra sempre più a destra, prende il sopravvento.

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