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Editoriale

Europa debole con i forti, fortissima con i deboli

Profughi. Se decine di milioni di morti nelle guerre europee non sono un buon argomento per un continente unito, alcune decine di migliaia di migranti annegati lo saranno per un minimo di solidarietà umana?

David Cameron

«Io non l’ho voluto!», grida dio – nel grande dramma Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus – davanti al mondo intero che si autodistrugge in guerra.

«Noi non l’abbiamo voluto!», grideranno i capi di governo a Bruxelles, Berlino, Londra, Parigi, Roma e nelle altri capitali europee, quando fatalmente l’Unione europea andrà alla fine in pezzi. Ma a quel punto, chi avrà voluto e che cosa davvero avrà determinato questo esito?

Prima di abbozzare una risposta, converrà ricordare ai Salvini, ai Farage, ai Grillo e a tutti gli altri agitatori della domenica che sono stati settanta i milioni di morti della seconda guerra mondiale e i più di venti della prima ad aver spinto nella direzione di un’unificazione europea – e questo dopo tre secoli di conflitti incessanti in cui tutti si battevano contro tutti.

L’Europa non ha nulla da insegnare in tema di pace, solidarietà e diritti, perché è stata sino a settant’anni fa il continente più mortifero della storia. E oggi ricomincia a contorcersi in conflitti, chiusure, minacce e ripicche come se avesse dimenticato tutto.

Intendiamoci. Magari un accordo dell’ultimo minuto con Cameron si troverà. Ma i nodi continueranno a venire al pettine, perché le ragioni della crisi sono sistemiche, e non dipendono solo dall’avventatezza del premier inglese, che è lanciato nel risiko del Brexit per ragioni di esclusiva politica interna. La ragione fondamentale è che la Ue manca di qualsiasi progetto politico-sociale comune, e che tutti i suoi membri sono vincolati a logiche locali, ai piccoli dividendi politici nazionali, in una fase di stagnazione e incertezza economica che radicalizza ogni scelta. In questo senso Cameron, indubbiamente uno statista mediocre, non è più responsabile di Merkel, Hollande e tutti gli altri, compreso il nostro gioviale primo ministro.

Consideriamo la questione dei profughi. Se la Ue avesse uno straccio di politica estera comune, e soprattutto non dipendente dalle pulsioni neo-imperiali di Cameron o di Hollande o da quelle anti-russe degli Usa, si sarebbe posta da anni la questione dei profughi e non improvvisamente, nell’agosto 2015, come ha fatto Merkel. Non si affiderebbe in tutto e per tutto a Erdogan perché tenga lontano dall’Europa i profughi, concedendogli, oltre a 3 miliardi di euro, mano libera contro i curdi e in Siria. E soprattutto avrebbe affrontato la questione umana e sociale dei profughi, dalla Siria e da altri paesi in guerra, in modo solidale, distribuendo equamente gli oneri dell’accoglienza ai vari paesi e lavorando a un’integrazione sociale degli stranieri che, nel lungo periodo, avrebbe sicuramente giovato alla sua economia.

E invece no. Debole con i forti e fortissima con i deboli, concede a Cameron un referendum che a suo tempo ha rifiutato alla Grecia. Abbozza una ricollocazione dei profughi che fallisce clamorosamente. E ora deve digerire la chiusura delle frontiere in Austria, Ungheria e altri stati balcanici, ciò che si ripercuoterà a catena in tutto il continente. Invece di creare un piano di sicurezza sociale per tutti i membri si appresta a concedere all’iperliberista Cameron una riduzione dei benefici per i migranti Ue in Inghilterra. Nel frattempo, ricominciano gli sbarchi in Sicilia, con altri annegati, e la buona stagione è alle porte. Intanto, la situazione in Siria e Libia è sempre più esplosiva.

A quasi settant’anni dai primi trattati europei, questa è la realtà del vecchio continente. Se decine di milioni di morti nelle guerre europee non sono un buon argomento per un continente unito, alcune decine di migliaia di migranti annegati lo saranno per un minimo di solidarietà umana in Europa?

  • MarcoBorsotti

    Mi permetto aggiungere che tra le cause sistemiche del fallimento europeo si deve annoverare la persistenza del modello capitalistico di produzione che per un lato a livello delle merci e dei consumi rimane centrato sul rapporto con lo Stato d’appartenenza, mentre dall’altro, quello finanziario, invece, non solo é svincolato dagli Stati, ma persino dallo stesso concetto di necessità di uno Stato per esistere. Questo sistema é alla radice della crisi che stiamo vivendo e che, come ben scrivete, personaggi mediocri non sanno gestire perché probabilmente non riescono neppure a capirla. Pochi, mi pare, si stanno ergendo a livello del problema domandando maggior rispetto per i principi democratici della partecipazione dal basso, ma per ora, ahimè, costoro non hanno voce sufficiente per guidare ed esprimere la voce di chi comprende che tornare indietro vuole dire tornare alla barbarie della guerra, continuare come si sta facendo porta al collasso dell’Unione, e quindi si deve rilanciare un processo che faccia della democrazia partecipativa, del capire la centralità del comune nella vita di tutti, basi per andare avanti con valori e modelli di produzione nuovi che sappiano superare quelli attuali. Purtroppo, in Italia la sinistra ha accantonato il riconoscimento che sia necessario superare il sistema capitalistico, spaventati dal fallimento dell’esperienza sovietica, quindi arranca senza la capacità di portare avanti analisi e strategie che possano diventare vincenti. Sono convinto che per superare l’attuale stato delle cose si debba guardare a visioni europee che vogliano porre fine al dominion del capitale finanziario ed alla marginalizzazione della partecipazione dei cittadini. Per il momento, mi pare di scorgere simili preoccupazioni nell’approccio che emerge in Spagna e Portogallo, nelle proposte di DIEM 25, idee che vogliono salvare l’Europa dal collasso strappandola al dominio del capitale e della finanza.