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Visioni

Essere un’opera d’arte vivente per superare i confini

Al cinema. Diretto da Kaouther Ben Hania, « L’uomo che vendette la sua pelle». La regista si muove con discreta naturalezza, capace di districarsi tra le mostre d’arte e quel mondo, ma anche in grado di cogliere la realtà complessa degli arabi in generale e dei rifugiati in particolare

Una scena da «L’uomo che vendette la sua pelle»

Una scena da «L’uomo che vendette la sua pelle»

Era il 2012 quando la regista tunisina Kaouther Ben Hania si trovava al Louvre e si stava occupando dell’artista belga Wim Delvoye, il quale aveva esposto un’opera singolare: Tim. Tim Steiner stava seduto su una sedia, senza maglietta, e mostrava il tatuaggio sulla schiena, realizzato su disegno dell’artista. Così è nata l’idea di L’uomo che vendette la sua pelle. Sam un giovane siriano, perdutamente innamorato della sua ragazza, si ritrova senza colpa prima imprigionato, poi costretto a fuggire clandestinamente in Libano, dove vive piuttosto malamente e senza prospettive. Avendo fatto dello scrocco alimentare ai vernissage delle mostre una chiave di...

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