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Internazionale

Erdogan apre alla tregua in Siria, ma l’intesa con Putin è lontana

Russia/Turchia. Incontro previsto per il 5 marzo, ma l'ottimismo è poco. Il presidente turco le tenta tutte: chiede i Patriot agli Usa, poi cerca di ricucire con Mosca

I due presidenti Putin ed Erdogan

I due presidenti Putin ed Erdogan

La trattativa tra Putin e Erdogan per impedire che la crisi politica a Idlib si possa trasformare in uno scontro aperto tra Turchia e Russia dalle conseguenze imprevedibili, si terrà tra due giorni a Mosca, anche se nessuna delle parti per ora mostra ottimismo sui suoi possibili esiti.

Negli ultimi giorni la tensione tra i due paesi bicontinentali aveva raggiunto lo zenit. Erdogan venerdì aveva invitato senza troppi complimenti Putin a «farsi da parte» in modo tale che «Turchia e Siria potessero vedersela vis-à-vis» come se si trattasse di risolvere una lite di cortile tra ragazzini senza il coinvolgimento di fratelli maggiori.

Allo stesso tempo il presidente turco aveva lanciato un appello talmente scomposto alla Nato da mettere sul chi vive persino Washington che si riservava una pausa di riflessione prima di inviare una partita di sistemi anti-aerei Patriot in Turchia, in sostituzione dei russi S-400 acquistati solo qualche mese fa.

Da parte sua Mosca nelle ultime 72 ore ha cercato di mantenere la barra diritta. Da una parte ha rassicurato l’alleato Assad («Siamo l’unico paese titolato a stare in Siria e resteremo fino a quando il governo di Damasco lo riterrà utile», affermava il ministero della difesa russo domenica); dall’altra invitava la Turchia a mettere il guinzaglio ai «gruppi terroristi che infestano la regione».

C’era anche un’infruttuosa telefonata tra i due leader nel week-end, confermata dal portavoce personale di Putin, Dmitry Peskov, che dava la notizia dell’incontro del 5 marzo aggiungendo però che «sarà complicato giungere a una sintesi».

Sintesi che per Erdogan significa, se non rovesciare Assad, perlomeno riaprire la ferita della guerra civile. Lo ha ripetuto anche ieri lanciando un appello a modo suo a Iran e Russia: «Non abbiamo problemi con voi in Siria, ma siamo noi e non voi o altri paesi che devono sopportare il peso di 3,7 milioni di rifugiati siriani».

Malgrado ciò, senza avere neppure una sponda europea su cui appoggiarsi (Angela Merkel e l’Ue mostrano di non apprezzare le ricorrenti prurigini militariste di Ankara), Erdogan ha aperto per la prima volta all’ipotesi della tregua.

«Apprezziamo i recenti cambiamenti avvenuti a Idlib grazie al presidente Putin. Spero che potremo promuovere un cessate il fuoco e fare altri passi per risolvere il problema», ha dichiarato il rais di Ankara al quotidiano Daily Sabah.

Anche perché al Cremlino, al netto della mole degli interessi economico-commerciali comuni, in primo luogo la pipeline paneuropea Turkish Stream, sembrano essersi stancati delle sue giravolte. Sempre ieri il comando truppe della Federazione russa in Siria, dopo l’abbattimento di due aerei siriani da parte di F-16 turchi, ha affermato di «non poter più garantire la sicurezza dell’aviazione turca nei cieli della Siria» a seguito dalla chiusura decisa dal governo siriano dello spazio aereo nella provincia di Idlib.