closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
1 ULTIM'ORA:
Cultura

Élisabeth Filhol, l’umanità nascosta dentro un uragano

L'intervista. Parla la scrittrice francese che pubblica «Doggerland» per Neri Pozza. Una terra legava nell’antichità i Paesi del Mare del Nord, l’incombere di una tempesta nella zona ne risveglia i fantasmi. «Quale che sia il livello tecnologico raggiunto, un fenomeno naturale estremo ci fa riscoprire quanto la nostra specie resti vulnerabile»

«Winter» di Henry Wolf (1891)

«Winter» di Henry Wolf (1891)

«L’allarme è stato lanciato. La tempesta si sta avvicinando alle coste europee. Più che una tempesta, un uragano scatenato sopra l’Atlantico settentrionale». I bollettini meteorologici hanno già trovato un nome per questa nuova minaccia, un nome duro, aspro che cambia però a seconda del Paese affacciato sulle coste del Mare del Nord nel quale ci si trovi. Dalla Gran Bretagna alla Danimarca passando per la Germania si tratta di uno spazio, oggi marino, che oltre ottomila anni fa era unito da un lembo di terra noto come Doggerland. È a questa terra del mito che dedica da anni le proprie ricerche Margaret, studi un tempo condivisi anche da Marc, prima che quest’ultimo già suo compagno di studi e nella vita, scegliesse di esplorare quello stesso mare ma per conto dell’industria petrolifera. I due, dopo vent’anni stanno per incontrarsi ad un convegno, sempre che l’uragano lo permetta.

Dopo aver descritto in La centrale (Fazi, 2011) e Bois II (P.o.l., 2014), rispettivamente il precariato nel settore nucleare e la crisi delle aziende del nord della Francia, Élisabeth Filhol mette al centro di Doggerland (Neri Pozza, pp. 252, euro 18), dove il ritmo palpitante di una sorta di eco-thriller lascia spazio all’indagine intima e a un largo affresco storico e scientifico, un mito perduto alle radici del Vecchio Continente. Una vicenda in grado di interrogare il presente e il rapporto tra l’uomo e la natura.

La scrittrice Élisabeth Filhol

Ha raccontato di aver appreso casualmente dell’esistenza del Doggerland leggendo un articolo. Perché ha poi scelto di costruire un romanzo intorno a questa storia dimenticata?
Quando il Doggerland scomparve, ottomila anni fa, si trattava di un territorio grande come la Sicilia. E ottomila anni non sono poi granché nella storia dell’umanità. Era l’epoca nella quale la rivoluzione neolitica – vale a dire lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento – raggiunse la Sicilia e il sud della penisola italiana. L’esistenza di una terra nel Mare del Nord, che era stata in seguito sommersa dall’innalzamento delle acque, non fu scoperta che molto tardi: si è dovuto attendere addirittura il XX secolo. E nessuna tradizione orale, nessuna traccia nei miti europei ha in qualche modo preceduto questa scoperta. Eppure il Doggerland era abitato. Perciò, ad affascinarmi è stato l’enigma rappresentato da questa doppia scomparsa: prima di questo lembo di terra, quindi di ogni sua traccia posteriore. C’era una macchia bianca nel bel mezzo del Mare del Nord da riempire in qualche modo. Fortunatamente, esistono dei dati scientifici da cui partire. Così, a poco a poco, un paesaggio si è andato delineando di fronte ai miei occhi. Ma anche una cultura. Quella degli ultimi cacciatori-raccoglitori europei, che esprimevano un primo tentativo di sedentarizzazione, ma senza volersi appropriare della terra, senza questa necessità di dominare la natura che si imporrà pochi secoli dopo.

Il ritmo del romanzo è definito da un’emergenza: l’uragano Xaver si sta avvicinando e scandisce i tempi della vicenda. Cosa ci dice l’esistenza umana dentro questo «stato di crisi»?
Il passaggio di Xaver sull’Europa del nord nel 2013 è rimasto negli annali. L’uragano costituisce per questo la «capsula del tempo» del racconto. Un fenomeno eccezionale, di rara violenza, irrompe nella vita di tutti i giorni. A livello individuale, offre una sorta di cassa di risonanza agli stati d’animo di Marc e Margaret, i due personaggi principali. Ma ci interroga anche collettivamente. Un fenomeno naturale estremo è un’esperienza che ci riporta alle nostra precaria condizione esistenziale: qualunque sia il livello tecnologico raggiunto, riscopriamo quanto la nostra specie sia vulnerabile.

L’interesse quasi ossessivo per la storia del Doggerland sembra colmare un vuoto nella vita di Margaret. Allo stesso tempo, il libro si interroga su un’assenza più grande, sul perché questa «terra perduta» non sia stata all’origine di un mito come quello di Atlantide. Il suo romanzo segna il debutto di una nuova mitologia?
Il Doggerland è emerso dall’oblio grazie al lavoro di geologi e archeologi. È troppo tardi perché diventi un mito, ora che la tecnologia può fornire risposte scientificamente fondate a molti quesiti. Nonostante ciò mantiene la sua carica simbolica. Un popolo viveva lì e fu scacciato dalla crescita del livello del mare. All’epoca il riscaldamento globale era ancora un fenomeno naturale, perché eravamo usciti dall’ultima glaciazione. Oggi non lo è più, è di origine antropogenica. Questo squilibrio è il risultato di un cambiamento radicale nel modo in cui gli esseri umani abitano questa Terra. Il Doggerland incarna perciò uno degli ultimi momenti di equilibrio tra l’uomo e la natura. Almeno da noi, qui in Europa. Perché questo modo di vivere ha continuato a resistere altrove.

Come nei suoi romanzi precedenti, anche in questo caso emerge una grande attenzione per il funzionamento di un determinato «luogo» di lavoro e di una professione: nello specifico «l’industria» della meteorologia. Quanto conta questo respiro sociale nel suo approccio narrativo?
Ho cominciato a scrivere romanzi dopo aver studiato management e aver lavorato in diverse aziende private. Appartengo a una generazione che ha assistito allo smantellamento di interi settori dell’industria francese, forse più vulnerabile di quella italiana agli effetti della globalizzazione. Nel mio lavoro cerco di affrontare letteralmente questioni che all’inizio sembrano lontane dalla letteratura. Questo mio procedere è influenzato dal modo in cui mi pongo nei confronti del modello economico in cui viviamo e della sua natura predatoria, la sua capacità distruttiva, non solo del nostro ambiente, ma anche degli stessi esseri umani che sono presi nei suoi ingranaggi, spesso fino ad esserne stritolati.

Il romanzo spiega come sia grazie alle entrate dell’industria petrolifera del Mare del Nord che sono riprese le ricerche sul Doggerland. In un libro dove la natura è onnipresente, la contraddizione tra il modello di sviluppo capitalistico e la storia, oltreché la vita, della specie umana è così risolta in modo sorprendente.
Credo si possa dire che ci troviamo di fronte a questo stesso paradosso quando un promotore immobiliare o una società di lavori pubblici affronta il sottosuolo di Roma e si imbatte in qualche reperto archeologico. È probabile che questi reperti saranno studiati, quindi i lavori riprenderanno e il sito sarà distrutto. Le costosissime campagne di esplorazione petrolifera hanno fatto fare un grande balzo in avanti alla nostra conoscenza del sottosuolo del Mare del Nord. Ma gli interessi economici hanno la precedenza su quelli scientifici. Dove si trovava il Doggerland, l’acqua non è alta più di venti metri. Una condizione ideale che ha fatto sì che gli inglesi stiano costruendo proprio lì il più grande parco eolico offshore di sempre: ma una volta terminato il lavoro di ancoraggio cosa rimarrà del sito archeologico?

Si ha la sensazione che il suo romanzo sia attraversato da una sorta di «desiderio di Nord», da dei rimandi a una comunità vuoi geografica, storica e forse anche culturale che muove dalle coste normanne per arrivare alla Scozia e allo Jutland. Cosa racchiude questo spazio?
Contiene la possibilità che un’area marittima relativamente piccola e chiusa costituisca un anello di congiunzione tra dei popoli. Che li unisca più di quanto li separi. Il Mare del Nord offre molte ricchezze, ma è un mare duro e pericoloso. Nel corso dei millenni, la sua frequentazione ha forgiato il carattere e la mentalità dei popoli che vivono lungo le sue coste. Si potrebbe perciò immaginare che i Paesi rivieraschi siano collegati tra loro, almeno parzialmente, da una cultura comune. Un po’ come accade con la cultura mediterranea nell’Europa meridionale. Ma si tratta probabilmente più di un’utopia che di qualcosa di reale.

È bizzarro riflettere sul fatto che il Doggerland univa tutte queste terre proprio mentre il Regno Unito rivendica orgogliosamente di «tornare ad essere» un’isola. Una memoria perduta sfida il presente?
Gli Aborigeni hanno immortalato nei loro miti il momento in cui la Tasmania fu separata dall’Australia. Lo chiamano «la grande inondazione». Nello stesso periodo, il Doggerland rappresentava un ponte tra l’Inghilterra e la Danimarca. Oggi in Europa è tempo di separatismi, di rafforzamento delle differenze regionali piuttosto che di sviluppo delle radici comuni. I politici europei non hanno ritenuto opportuno, negli ultimi sessant’anni, offrirci una narrazione collettiva che andasse oltre l’interesse economico su cui fondare la nostra appartenenza a questa comunità. È un peccato e oggi possiamo vedere i limiti e i rischi insiti in tutto ciò.