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Editoriale

Ecco perché affoga la «città diffusa»

Roma. Basta un temporale un po’ più consistente e interi quartieri vanno sott’acqua, i fiumi esondano, i sottopassi diventano cisterne di acqua melmosa. Un territorio indebolito dall’elemento che più doveva consolidarlo, il cemento delle città

Affoga la «città diffusa». Ormai basta un temporale un po’ più consistente,neppure alluvionale, e pezzi interi di quartieri vanno sott’acqua, i fiumi esondano, i sottopassi diventano cisterne di acqua sporca e melmosa, pronta a riversarsi nell’intorno. Il clima impazzito, perché sovrabbondante di entropia ed energia da attività antropiche, scarica le proprie bizzarrie su un territorio indebolito; paradossalmente dall’elemento che più doveva consolidarlo, oltre che modernizzarlo, il cemento delle città.

In questi giorni – che sarebbero quelli della «Merla», ovvero i più freddi dell’anno – registriamo temperature e precipitazioni da inizio autunno. I trend ci dicono che il riscaldamento globale provoca frequenti alternanze di siccità e forme alluvionali, che provocano sempre più spesso, con precipitazioni concentrate (le così dette bombe d’acqua), autentici disastri. Che si eviterebbero se le piogge ricadessero su un territorio ecologicamente solido. Al contrario un ciclo dell’acqua alterato ricade su contesti ambientali e insediativi fortemente indeboliti proprio dalla diffusione urbana, con consumo di suolo e cementificazione che hanno dissestato, degradato, scassato gli ecosistemi, oltre ogni possibile capacità di tenuta. Fino ad ieri, specie in un ambiente tendenzialmente chiuso come quello mediterraneo in cui si estende la nostra penisola, cicloni ed uragani costituivano eventi eccezionali. Oggi invece precipitazioni alluvionali diventano la norma e trovano un territorio stravolto da un’urbanizzazione che ormai ingombra circa il 20% della superficie nazionale. Con il paradosso di aver sconvolto gli ecosistemi ed i paesaggi del Belpaese per realizzare un enorme patrimonio di volumi edificati, abitativi, commerciali, industriali, infrastrutturali, che in gran parte oggi restano vuoti; a testimoniare il doppio danno, da spreco e da disastri ambientali conseguenti alle loro realizzazioni. Decine di milioni di stanze vuote, miliardi di metri cubi di capannoni abbandonati sono un monumento al trionfo della rendita, ma soprattutto allo sfascio e all’idiozia nazionale. E contribuiscono costantemente a innalzare i livelli di rischio idrogeologico – come appare evidente ogni giorno di più – ma anche sismico, ci ricordano L’Aquila e gli altri centri colpiti da eventi recenti.

Ieri la pioggia (o la neve) ricadendo trovava un territorio ancora integro, ovvero organizzato secondo razionalità ecologica. I bacini montani erano i primi ad intercettare le precipitazioni, ma ne traevano giovamento nell’alimentazione delle fonti e del patrimonio boschivo. Il deflusso verso valle dell’acqua riscontrava versanti saldi e vie di fuga libere, pronte ad essere fruite in caso eventi alluvionali. A valle colture e insediamenti rispettavano gli alvei fluviali: in prossimità di questi rimanevano ambienti tendenzialmente naturali o colture umide.

Oggi la città diffusa, non solo italiana, ha stravolto tale paesaggio: dalla Megalopoli Padana, alla blobbizzazione del Nord Est, alla mega conurbazione lineare adriatica, alle città allargate dell’Emilia, della Toscana, della campagna romana, alla sporca marmellata insediativa napoletana, alle coste iperurbanizzate e spesso abusive di Calabria e Sicilia, fino alla cementificazione dei contesti urbani sardi (che Cappellacci vorrebbe ancora ampliare). Così le colture montane abbandonate favoriscono il dissesto e le frane, anche per l’abbandono della cura del bosco protettivo. Ancora l’urbanizzazione si è spinta spesso verso i versanti sub collinari, negando le vie di fuga di fiumare e torrenti, spesso intubati o cementificati. In regime alluvionale, i corsi d’acqua trovano argini sempre più alti – che devono «proteggere» la città estesa fino al limite o dentro gli alvei – e diventano condotte forzate. La rottura delle reti ecologiche e della continuità dei collettori per la diffusione urbana non permette più esondazioni «tranquille», in caso o fuoriuscita o rottura degli argini, o di innalzamenti repentini delle falde. Si tendono a formare così le «macrovasche urbane» che abbiamo visto l’anno scorso in Veneto e poi in Sardegna e oggi a Roma: muri e costruzioni hanno chiuso corridoi di deflusso e vie di fuga; l’intorno si riempie di acqua e fango e il liquido melmoso sale repentinamente. Urge una svolta drastica nelle politiche territoriali e ambientali.