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Editoriale

E’ il momento di riprenderci la nostra testata

miriprendoilmanifesto.it. In questa crisi sempre più nera, nell’asfissiante conformismo dell’informazione, per un milione di ragioni (e di euro) lanciamo la nostra campagna più difficile. Dobbiamo, vogliamo ri-diventare «padroni di noi stessi». Entro la fine dell’anno i liquidatori metteranno all’asta la testata «il manifesto». C’è il rischio che finisca in altre mani. Perciò ci serve davvero l’aiuto di tutte e tutti

Care lettrici, cari lettori,
cosa è per voi il manifesto? Che cosa rappresenta? Qual è il vostro rapporto con il giornale?

Per noi che lo abbiamo curato, difeso, inventato per oltre quarant’anni non è mai stato solo un posto di lavoro, rappresenta un luogo dell’anima, nel quale mettiamo testa e cuore ogni giorno per coltivare idee, progetti, e, oggi, anche per realizzare un obiettivo che perseguiamo da anni.

Per concretizzarlo, per dare corpo a questa speranza, adesso dobbiamo compiere un salto con l’asta, spingere il nostro giornale oltre l’ostacolo, il più grande della nostra storia: l’acquisto della testata. Ma per realizzare questa nuova, grande impresa abbiamo bisogno di una spinta collettiva.

I liquidatori la metteranno all’asta entro la fine del 2014, come ultimo atto, finalmente, di una vicenda iniziata ormai due anni fa quando le difficoltà economiche portarono il collettivo alla decisione di liquidare la vecchia cooperativa per tentare di dare vita a un nuovo inizio.

Per noi è stata una durissima sfida, che abbiamo affrontato con determinazione e convinzione. Superando dolorose divisioni politiche, vincendo spinte contrastanti, riuscendo, e lo possiamo dire con un pizzico di orgoglio, a ricostruire un gruppo di lavoro in grado di garantire al manifesto identità, vendite, lavoro. Con tutti gli alti e bassi di un’avventura senza rete. Non è poco in una fase di crisi profonda nella politica, nella società, nel lavoro, nell’informazione.

Questa esperienza, con le sue debolezze, i suoi limiti, i suoi inciampi, questa nostra perigliosa navigazione che ha dovuto aggirare scogli e affrontare mari burrascosi, è giunta al suo ultimo, decisivo giro di boa.

Dobbiamo, vogliamo fortemente diventare «padroni» (parola che stavolta possiamo usare), di noi stessi. E quindi della testata che dal 28 aprile 1971 mandiamo ogni giorno, tranne il lunedì, in edicola.

Padroni di noi stessi perché non c’è chi più di noi possa reclamarne il diritto di esserlo. Perché in tutti questi anni abbiamo imparato che l’indipendenza è stata ed è la grande forza del manifesto.

Non abbiamo un editore, né un socio finanziatore, nessuno che ci dica quello che dobbiamo fare o non fare. A volte, nei momenti più difficili, farebbe comodo avere un editore dalle spalle forti. Ma si tratta di un pensiero fugace, perché non si può cambiare la natura di questa particolare voce della sinistra, perché un editore unico snaturerebbe la storia del giornale.

Ed è proprio l’esito che vorremmo scongiurare: evitare che il manifesto finisca in altre mani.

Questo compito non può essere affrontato e garantito solo dal collettivo. Perciò abbiamo bisogno di una forte mobilitazione di tutti voi. La «partita» va chiusa entro Natale. E noi dobbiamo giocarla e vincerla.

Possiamo farlo soltanto insieme: noi e voi, voi e noi.

Per riuscirci è importante ritrovare una risorsa, un valore che la sinistra sembra avere smarrito: la solidarietà.

Che in questo caso significa capacità di donare anche poco, facendolo però in tanti, tantissimi, per ottenere un beneficio comune.

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La crisi divide, isola, spinge ciascuno ad affrontare le difficoltà della vita individualmente.

Gli operai soli davanti alla fabbrica, gli anziani con la loro scarsa pensione, le donne costrette a tornare a casa, i ragazzi a cui manca un futuro, i precari che non hanno garanzie, gli intellettuali senza idealità, gli impiegati con lavori alienanti.

Eppure in questa vasta solitudine che ci circonda, ogni tanto si accende una luce che illumina, come abbiamo visto con la manifestazione del 25 ottobre: se stiamo insieme, se siamo uniti, si può cambiare, si può vincere.

Noi del manifesto viviamo da sempre un’esistenza povera di mezzi. Eppure, nonostante tutto, compensiamo le difficoltà di un’impresa politico editoriale con la solidarietà. La nostra, che si concretizza quotidianamente realizzando il giornale. La vostra, che acquistando e sostenendo il manifesto ci incoraggiate a continuare.

È un esempio virtuoso di mutuo soccorso, è un modo di essere sinistra facendo camminare le idee (di autonomia, di indipendenza) nella pratica.

Se fossimo militanti di un partito o iscritti a un’associazione ci rimboccheremmo le maniche anche per andare nei quartieri a costruire pezzi di welfare, per aiutare chi non ce la fa con azioni concrete (raccolte di fondi, coinvolgimento delle persone).

Del resto se è vero che ci stanno spingendo verso rapporti di lavoro ottocenteschi, sarebbe utile recuperare proprio quelle forme di mutuo soccorso alla base della nascita del movimento operaio. D’altra parte ne abbiamo un esempio concreto e recente. Infatti proprio così hanno combattuto la loro battaglia le donne e gli uomini del movimento di Tsipras diventando pesci nell’acqua del popolo greco, fino a essere oggi il partito che punta al governo del paese.

Ecco: la sinistra, oltre che studiare come uscire dall’angolo in cui il neoliberismo l’ha relegata, dovrebbe anche cominciare a fare quello che predica. Come sosteneva Luigi Pintor, non ci può essere separazione tra quello che si pensa e quello che si dice, tra quello che si dice e quello che si fa.

siamo diversi perche siamo tutti uguali

Per noi del manifesto essere ogni giorno in via Bargoni – dove è la nostra sede a Roma – significa anche dare voce a chi non ce l’ha, significa fare una diversa informazione e comunicazione, per tentare di unire chi il potere vuole isolare, separare, ammutolire, persino umiliare.

«Siamo diversi perché siamo tutti uguali» recita uno degli slogan della nostra campagna di promozione per l’acquisto della testata.

Vuol dire una cosa molto semplice: qui le idee sono benvenute, perché vogliamo una sinistra plurale, ricca di differenze eppure fedele a un solido principio: l’uguaglianza. Che, nel caso nostro, cerchiamo di praticare compensando le differenze di ruoli e di responsabilità con la parità delle retribuzioni.

Ebbene se si dovesse dare retta all’attuale presidente del consiglio, un giornale che difende i più deboli socialmente, che combatte contro Jobs Act e riforme maggioritarie, che si impegna per i diritti sociali e civili di tutti, sarebbe un ferro vecchio da rottamare. E allora, care lettrici e cari lettori, sta anche a voi smentirlo.

Aiutandoci a riprenderci il nostromanifesto.

Il salto con l’asta è alto, perché deve arrivare ad almeno un milione di euro. Al momento in più di tredicimila ogni giorno andate in edicola e on line per acquistare il giornale e in sessantamila ci leggete. Fate voi i conti di quanto ciascuno dovrebbe donare per raggiungere l’obiettivo.

Noi li abbiamo già fatti: con una media di venti euro a testa possiamo farcela.

E chissà: forse sotto l’albero del prossimo Natale potrebbe esserci un grande, bel regalo per tutti.

  • Maurizio Lazzari

    la sinistra plurale? oh mio Dio…

    meglio Gengis Khan.

  • Max lo scettico

    Infatti, abbiamo Gengis Khan. Sappiamo chi ringraziare.

  • Francesco

    La sinistra è plurale però il giornale deve essere della Rangeri e di chi dice lei. Ormai non li seguo più…